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Tra malasanità e malainformazione

 

Da molte settimane il ‘Quotidiano di Foggia’ ha preso la buona abitudine di pubblicare nel paginone centrale una serie di Speciali su temi di carattere nazionale o approfondimenti su problematiche cittadine.

Sulle prime abbiamo qualche riserva, e possiamo documentarlo.

Nella edizione di mercoledì 8 gennaio, il giornale di Matteo Tatarella dedica la doppia pagina al tema della malasanità, riprendendo le risultanze del Rapporto sulla Sanità realizzato dalla società Prometeo 2000. Il titolo è: La malasanità può mietere più vittime di una guerra. Indubbiamente, un tema particolarmente suggestivo che merita una lettura non frettolosa.

Il curatore dello Speciale integra le parti di testo con due tabelle che riferisce il numero di decessi evitabili di persone tra i 5 e i 69 anni in Italia. Per la verità si tratta di dati un tantino vecchiotti, fermandosi all’anno 1997...

Una seconda anomalia l’abbiamo rilevata leggendo il vistoso occhiello, che recita: I dati di uno studio dell’Università Tor Vergata di Roma. Peccato, però, che di detto ateneo e dei presunti studi compiuti dallo stesso non vi sia alcuna traccia nelle due pagine!

Il lungo servizio - regolarmente non firmato - si compone di tre parti: la prima è una introduzione, segue un primo brano intitolato Ma la malasanità non ha passaporto (*) ed un secondo dal titolo Il Rapporto dello IOM (**).

A parte l’introduzione, i due brani successivi sono ripresi da altre testate, delle quali non vengono citati nè la fonte nè gli autori. Il primo è un articolo pubblicato da ‘Il Sole 24 Ore’ del 1° dicembre 1999 che almeno noi abbiamo rintracciato sul sito http://pacs.unica.it. Il secondo è un pezzo dell’Agenzia di Giornalismo Scientifico ZADIG, pubblicato nell’anno 2000.

Li riproduciamo in sequenza. Ogni commento è superfluo. Le valutazioni le lasciamo ai lettori e all’Ordine Nazionale dei Giornalisti.

 

 

(*)  Da: http://pacs.unica.it/rassegna/rassegna1205.txt

 

Malasanità, una piaga anche in America

 

NEW YORK - La malasanità non ha passaporto. Chi pensava che il sistema ospedaliero  americano fosse immune da questo male, si sbagliava di grosso: un rapporto  esplosivo dell'Istituto di medicina degli Stati Uniti ha rivelato che in America  si muore più di errori medici che di incidenti stradali, di Aids o di suicidio.

Le cifre dell'Istituto per la sanità - un'emanazione dell'Accademia Nazionale  delle scienze - parlano chiaro: ogni anno gli errori medici sono responsabili di  circa 98mila decessi, un numero che pone la malasanità all'ottavo posto tra le  cause di morte dopo infarto, tumore, ictus ed enfisema.

Tra gli errori più frequenti commessi dai medici americani ci sono la  somministrazione di farmaci sbagliati e le diagnosi non corrette. Questi errori  costano non solo la vita ai pazienti, ma anche soldi al contribuente: l'istituto  sanitario ha stimato in 8,8 miliardi di dollari (oltre 17mila miliardi di lire)  il costo aggiuntivo che la sanità pubblica deve sostenere a causa degli errori  medici. Già da tempo gli istituti di ricerca sanitaria suonano l'allarme sull'esplosione degli errori medici e lo stesso Parlamento americano ha approvato una legge sui diritti del malato. Sul piano concreto, tuttavia, ben poco è stato fatto: mentre esiste un sistema centrale di monitoraggio nazionale degli incidenti sul lavoro, di quelli nelle centrali nucleari o degli incidenti stradali, gli Stati Uniti non hanno un'analoga struttura per il controllo degli errori medici.

Non a caso, nel diffondere i dati l'istituto sanitario dell'Accademia delle scienze ha esortato il Parlamento a collaborare nella creazione di un sistema di monitoraggio in modo da ridurre del 50% in 5 anni il numero degli errori medici:

"La nostra proposta - ha detto Brent James, uno degli autori del rapporto sulla malasanità - si muove su due fronti: la creazione di un centro nazionale per la sicurezza del malato con il compito di monitorare tutti gli errori medici e di promuovere la ricerca; l'istituzione di due sistemi nazionali di raccolta delle informazioni sui decessi provocati da errori umani, uno obbligatorio e l'altro volontario".

Alessandro Plateroti

 

Pubblicato sul quotidiano ‘Il Sole 24 Ore’ dell’1-12-1999

 

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(**)  Da: http://www.zadig.it/news2000/med/0731erro.htm

 

Quante volte, dottore?

 

l recente rapporto dello IOM (Institute of Medicine) riguardo agli errori dei medici ha sollevato negli Stati Uniti un acceso dibattito. I numeri dividono e, in questa battaglia statistica, si rischia di annacquare i contenuti di un lavoro che lo stesso presidente Clinton ha fortemente voluto e incoraggiato. In particolare, il dato del rapporto che più fa discutere è quello relativo ai decessi dovuti a errori medici, alle cosiddette morti evitabili. Secondo l’Institute of Medicine, ogni anno muoiono negli ospedali statunitensi tra i 44.000 e i 98.000 pazienti per sbaglio: troppi per molti studiosi, che contestano direttamente i criteri adottati negli studi che portano a simili conclusioni.Questi numeri, se accettati, parlano di medici che uccidono più dell’AIDS, del cancro al seno, degli incidenti automobilistici o sul lavoro. Un vero affronto per i camici bianchi.

La disputa è stata recentemente ripresa da JAMA (vol. 284 n. 1; 2000), che ha pubblicato due articoli ("Institute of Medicine Medical Error Figures Are Not Exaggerated" e "Deaths Due to Medical Errors Are Exaggerated in Institute of Medicine Report") sull’argomento. Se da un lato si rifiuta con forza l’impostazione degli studi, basati troppo su osservazioni e incapaci di trovare relazioni di causalità, dall’altro si sottolinea che non vi è alcuna esagerazione dal momento che esistono anche errori non presi in considerazione dai ricercatori. Una chiara dimostrazione in questo senso verrebbe da una analisi degli studi autoptici: essi rivelano che errori di diagnosi potenzialmente fatali si verificano nel 20/40 per cento dei casi. Che dire poi delle negligenze che non conducono alla morte ma che incidono profondamente sulla vita dei pazienti, o ancora sui decessi per malasanità che si verificano fuori dagli ospedali? Se gli studi proposti presentano alcune debolezze, insomma, queste debolezze vanno in due direzioni e il quadro proposto sembra essere realistico: una sovrastima degli errori medici è bilanciata da una loro sottostima.

Per molti studiosi, la riflessione che va fatta intorno al significato e agli scopi di questo rapporto è un’altra. "To Err is Human" (è questo il titolo del rapporto) voleva rompere il silenzio che circondava gli errori medici e le loro conseguenze, non attaccare la professionalità della categoria. Per migliorare la sicurezza dei pazienti si deve immaginare e progettare un sistema sanitario più sicuro e responsabile e l’errore medico deve essere tenuto in considerazione.

Tutti gli uomini sbagliano; i medici sono uomini; dunque anche i medici sbagliano. La sola comunicazione di questo sillogismo ai pazienti può migliorare di molto il servizio sanitario; se infatti l’opinione pubblica immagina la professione medica perfetta e sempre efficace, i dati e le statistiche del rapporto IOM mostrano una disparità significativa tra aspettative e realtà.

La chiave per affrontare la questione, secondo Lucian Leape, membro del Committee on Quality of Health Care in America, è legata a una domanda che ogni medico dovrebbe farsi: "come posso imparare dai nostri sbagli?" Tutte le altre considerazioni sono dettate dalla paura, un sentimento che conduce inevitabilmente ad assumere atteggiamenti di chiusura e a essere diffidenti verso gli stessi pazienti. Gli errori, nella maggior parte dei casi, sono oggi dovuti a inadeguatezze strutturali o procedurali, e non a negligenze o a leggerezze personali. Non comprendere ciò significa stravolgere il senso dello studio dell’Institute of Medicine, e battersi per sottrarre qualche centinaia di morti alla voce "errore medico" è inutile oltre che discutibile.

La questione rimane aperta.

 

Simone De Clementi

 

Pubblicato sul sito ZADIG - Agenzia di Giornalismo Scientifico

Anno 3, n. 72
13
gennaio 2003

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LUNEDI 
20 gennaio 2003