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LINK-IOSTRO DELLA RETE Selezione di articoli tratti da testate e siti che si occupano di mass
media e giornalismo Le
news a buon mercato (*) La moltiplicazione delle fonti informative segue la logica della
produzione in tempo reale dove ogni lettore o telespettarore è ridotto al
rango di cliente La produzione e il consumo informativo nell'era delle tecnologie
informatiche analizzate nel volume dello studioso di mass-media Carlo
Sorrentino di
Sebastiano Triulzi Quando
la posta non arriva e i giornali non escono - scriveva Eugenio Montale in
una poesia del Diario del `71 e del
`72 - viene a determinarsi, anche solo momentaneamente, un sentimento
di ansia, come la percezione di un vuoto; e ciò accade perché si ha
l'impressione che l'ingranaggio del tempo si sia per così dire inceppato.
Quasi un secolo e mezzo prima che comparisse il Diario
montaliano, Hegel aveva paragonato il laico esercizio della lettura
del giornale a una «preghiera del mattino», proprio perché tale
esercizio poteva essere considerato un vero e proprio rito quotidiano,
seppure inteso come una riflessione sui costumi e sulle abitudini sociali.
Queste due asserzioni ci ricordano che i media, in quanto interpreti e
traduttori del reale, incidono profondamente sulle nostre emozioni,
assolvendo al rassicurante compito di scandire, simili a metronomi, il
ritmo regolare dell'esistenza. In tale contesto, la consuetudine mediale,
e la sua costante riproduzione, disvolgono proprio l'importante funzione
di attribuire significati e di proporre valori, di fornire in sostanza
quella conoscenza necessaria per muoversi all'interno della società.
Entrambe offrono al singolo costantemente alla ricerca di preziose
conferme sulla propria identità e altrettanto preziose risposte sul
proprio destino, un luogo ove entrare in relazione con gli altri, ove «costruire
appartenenze». Questa funzione sociale dei mezzi di comunicazione, e più
propriamente l'interdipendenza che lega un medium come la stampa al
proprio pubblico di lettori, è alla base di un recente lavoro di Carlo
Sorrentino (Il giornalismo: che cos'è
e come funziona, Carocci editore, euro 16,50, pp. 229), docente di
Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa all'Università di Firenze e
attento osservatore delle strategie mediali nelle campagne elettorali. Un
lavoro questo di Sorrentino che, sia detto per inciso, ben rappresenta lo
stato della ricerca accademica in Italia e la sua liaison
dangareux con l'editoria, là dove la produzione critica pare
eccessivamente intenta a coltivare il dono della sintesi e assai poco
interessata, invero, alla costruzione e apertura di nuovi mondi, quasi
fosse la stretta logica dell'esame universitario il suo unico ambito di
riferimento. Recuperando
quelle che sono le linee esegetiche degli studi sul newsmaking,
Sorrentino osserva come ogni atto della comunicazione possa essere
considerato alla stregua di una incessante negoziazione fra emittente e
ricevente; nella quale ciascuno dei protagonisti interviene e partecipa
portandosi appresso un bagaglio contenente le proprie esperienze
personali, i propri modi di pensare, i propri sentimenti e le proprie
idee. In questa dimensione, definita da un reciproco coesistere e
influenzarsi, i media non possono essere più intesi come il risultato di
un rispecchiamento della realtà: al contrario, «riconoscere la centralità
della relazione come chiave di volta dell'agire umano» significa appunto
statuire il carattere riscotruttivo proprio dei media, almeno nella misura
in cui risultano essere prodotti culturali che traducono la realtà
giovandosi di una interazione costante fra i vari attori sociali. I quali
a loro volta ridefiniscono e rielaborano in continuazione ciò che
conoscono e ciò che apprendono, proprio perché ogni nuovo sapere, per
quanto piccolo esso sia, si va ad aggiungere a un universo molteplice di
conoscenze, espressioni e «rappresentazioni sociali preesistenti». Questo
processo circolare - continua Sorrentino - è la spia di un sempre
crescente bisogno di comunicazione derivato dalla necessità, propria di
ogni individuo, di vedere soddisfatta la personale richiesta di
informazioni e di costruzioni di senso: elementi questi di cui, tra
l'altro, ciascuno necessita per addentrarsi nei molteplici meandri della
quotidianità e per «assumere peculiari prospettive culturali». La
conseguenza è che i media, accentuando così la propria naturale
disposizione alla narratività, sempre più accolgono un maggior numero di
eventi, di storie, di situazioni, di soggetti: e ciò anche su esplicita
pressione dell'opinione pubblica che vuole vedere rappresentata l'intera
gamma sociale, dal momento che la moltiplicazione di ruoli e mondi in atto
nella nostra tardomodernità «rende necessario ampliare il repertorio delle
informazioni utili per muoversi all'interno di tali mondi e per rendere
adeguata l'interpretazione di nuovi ruoli». I
media così assurgono nella globalizzazione a vere e proprie piazze
virtuali, simili a quei villaggi globali rintracciati da Marshall McLuhan,
dove appunto gli individui si incontrano, comunicano fra loro e fanno
esperienza dei propri simili e della società civile. Il rovescio della
medaglia è che, nonostante il numero sempre più elevato di soggetti e
situazioni sociali presenti sui media, e una sempre maggiore
consapevolezza delle ragioni e della presenza dell'altro, l'uomo in fondo
sembra avere «meno immediata conoscenza di chi sia e di che cosa voglia».
In tale contesto assolutamente straniante, ben si comprende come il
giornalismo abbia assunto negli ultimi anni un ruolo centrale all'interno
della cosiddetta società dell'informazione. In un certo qual modo si ha
la percezione che esso rappresenti lo strumento più adatto per dare voce
a un comune sentire, in grado allo stesso tempo di far luce, magari solo
per barlumi, su ciò che è altro da noi, su ciò che è lontano
da noi. Proprio la moltiplicazione dei punti di vista da cui osservare e
ri-pensare il mondo, determinata parimenti dall'aumento del numero di
persone che chiedono di accedere ai media e dalla loro maggiore competenza
nell'uso dei media stessi, come anche l'accresciuta compartecipazione alla
costruzione dell'opinione pubblica, sono tutti sintomi, secondo Sorrentino,
di un arricchimento dell'offerta informativa. Dal
momento che i destinatari stessi dell'informazione, che si chiamino
lettori, navigatori telespettatori o quant'altro, svolgono un ruolo
assolutamente rilevante, diviene necessario, se si vuole «entrare in
sintonia con i mondi da loro abitati», comprenderne sensibilità e gusti,
imparare a leggerne e interpretarne desideri e aspirazioni. Uno degli
effetti di questa negoziazione fra «sistema giornalistico» e sistema
sociale, è che i livelli di attenzione attribuiti a determinati temi dai
media sono sempre più strettamente collegati alle gerarchie di importanza
assegnate dal pubblico: attraverso questa funzione di agenda-setting,
la stampa definisce gli ambiti di riferimento su cui riflettere, seleziona
temi ed eventi sui quali poi si concentrerà l'opinione pubblica. La tesi
di Sorrentino dunque è che stia crescendo, con effetti sui contenuti e
sulle forme narrative, l'ascolto nei confronti delle esigenze del
pubblico, non a caso sempre più trattato alla stregua di un cliente. «Negli
ultimi anni - scrive l'autore - è prevalsa la dimensione del consumo
informativo, ed è aumentata l'attenzione al ricevente, considerato come
consumatore di informazioni da coinvolgere e interessare, anche per poter
acquisire risorse pubblicitarie». Tuttavia,
la rilevanza assunta dalle dinamiche di mercato e la conseguente ricerca
dell'autonomia economica per un giornalismo, quale quello italiano,
storicamente legato alla «benevolenza», con relative intrusioni, della
classe politica, non hanno certo determinato l'avvento di una maggiore
indipendenza. A tutt'oggi, quasi la metà del mercato editoriale è
controllato da 4 grandi imprese, e il futuro rischia di essere, se
possibile, ancor più fosco, dal momento che la scellerata proposta di
legge del ministro delle telecomunicazioni Maurizio Gasparri prevede la
soppressione della norma che vieta a uno stesso gruppo editoriale di
possedere sia reti televisive che testate giornalistiche; una proposta che
di fatto, qualora venisse approvata, favorirà la concentrazione del
potere mediatico in pochissime mani. Così,
appare difficile credere che il mercato sia di per sé la panacea d'ogni
male, o che la sola esistenza dei media comporti un automatico «scardinamento
dei monopoli informativi». Ci
si chiede allora se lo scopo del giornalismo sia effettivamente quello di
condividere con i propri destinatari i valori e gli interessi dei
destinatari stessi, e se dunque il giornalista debba tener conto, all'atto
dello scrivere, della precisa collocazione del proprio giornale nello
scacchiere del mercato. Ci si chiede inoltre se il destino
dell'informazione sia quello di divenire un prodotto in sostanza
ritagliato e confezionato in base alle esigenze dei singoli consumatori,
votato anch'esso all'inseguimento del motto di balzachiana memoria «dimmi
che cosa compri e ti dirò come
la pensi». Questa «strategia della complicità» - per altro già in
atto trasversalmente su alcuni quotidiani nazionali - potrà forse
favorire, come scrive Sorrentino, «una più forte identificazione del
pubblico con la testata», ma somiglia molto a una resa dell'intelligenza
dinanzi a vincoli di carattere economico, politico e anche culturale. E'
necessario al contrario che riemerga, come da un porto sepolto, una
prospettiva di tipo umanistica, quella ricerca della verità etica delle
cose in grado di trovare risposte alle battaglie che riguardano i media, e
più in particolare il potere di gestire i significati e influenzare con
essi, il potere di vietare l'acceso e la partecipazione degli individui,
il potere di coinvolgere i nostri sentimenti. «Oggi nel mondo - ha detto
in una recente intervista concessa al settimanale argentino Ventitrés,
lo scrittore José Saramago - c'è un problema di controllo
dell'informazione: le parole più costruttive, le più limpide, possono
anche non arrivare da nessuna parte». Da:
‘Il Manifesto’ del 7 gennaio 2003 |
Anno
3, n. 72 IN
QUESTO NUMERO
APPUNTAMENTO
AL PROSSIMO NUMERO CHE SARA' IN RETE |
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