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Selezione di articoli tratti dai siti che si occupano di mass media e giornalismo

Prete, missionario, giornalista. ... e disobbediente  (*)

 

Intervista a Carmine Curci, da ieri direttore di Nigrizia, il mensile dei Comboniani.

 "L'11 settembre ha rilanciato il mercato delle armi"

 

di Carlo Ottaviano

 

“Innanzitutto missionario che fa il giornalista e che ha chiaramente in mente il punto di vista della gente e soprattutto sono uno che viene dall’Africa e dalle Afriche. Perché sono tante le Afriche nel senso dell’oppressione e dell’emarginazione. Per me fare il missionario e il giornalista significa portare e dare spazio e voce alle realtà del sud del mondo. Significa valorizzare la grande creatività africana di saper lottare in tutte le situazioni di difficoltà e di credere che c’è qualcosa di migliore. Prete, missionario e giornalista per me è un tutt'uno.” Padre Carmine Curci  risponde così alla domanda se si sente più prete, missionario o giornalista. Da ieri è il nuovo direttore di ‘Nigrizia’, il mensile dei missionari comboniani. Fondata nel 1884, è la più antica rivista italiana d'informazione dedicata all'Africa e al mondo nero. Curci, pugliese, di anni ne ha 45. Dopo aver completato gli  studi teologici in Brasile, è stato ordinato sacerdote nel 1984 per poi lavorare a Verona nella redazione di ‘Nigrizia’ fino al 1989. Missionario in Malawi e Kenya, dal gennaio del 1997 era il direttore del ‘New People Media Centre’ (Npmc) di Nairobi, un centro di comunicazioni sociali della sua congregazione religiosa.

 

Lei ha anche studiato per alcuni anni giornalismo a Londra. Come giudica la scarsa attenzione della stampa italiana alle aree di crisi nel mondo?  All’inizio di gennaio un vostro missionario è rimasto per cinque giorni prigioniero dei guerriglieri in Congo. Sui giornali italiani neanche una riga.

Non è una  disattenzione. Semplicemente è che non sono interessati. In genere sui giornali italiani è molto difficile che si parli di Africa. Se il nostro missionario fosse stato ucciso avrebbe avuto l’onore di qualche riga. I giornali vogliono il sensazionale, la gente che muore, che si ammazza. Il rapimento non incide sull’audience. Non  fa notizia, la morte si. E  poi è un problema di cultura pressappochista.  Sull’Africa mancano analisi ragionate, serie. I giornalisti non hanno tempo di specializzarsi. Oggi ‘coprono’ l’Africa, domani il matrimonio di chissà chi..

 

Ancora ieri il Papa ha detto no alla guerra. Ma bastano gli appelli?

Io credo che la chiesa deve mettere un po' da parte le parole e concretizzare i messaggi che pronunciamo. A un certo punto la gente vuole vedere i fatti, azioni concrete, come ad esempio una disobbedienza attiva. Fare proposte non è più sufficiente. Servono gesti. Noi comboniani siamo presenti in 35 paesi. Il nostro atto concreto è esser presenti, concretizzare l’essere pace in situazioni di guerra e di oppressione. La chiesa tutta deve essere più presente con gesti concreti. Anche di disobbedienza civile.

 

Disobbedienza, come nel caso di Bari, dove sei suoi confratelli hanno rifiutato di celebrare messa il giorno dell’Epifania come protesta contro le minacce di guerra?E’ una scelta che rispettiamo e ci sentiamo vicino ai nostri confratelli. Celebrare l’eucarestia significa celebrare la pace. Quando non c'è riconciliazione ci diventa difficile celebrare la messa.

 

Da sempre, sin dai tempi di padre Zanotelli, Nigrizia è la coraggiosa capofila delle battaglie contro i trafficanti di armi e contro i governi che non impediscono il proliferare degli armamenti.  Nell’ultimo numero della rivista l’inchiesta sui mercenari parla perfino di “un futuro luminoso” per gli avventurieri delle guerre nel terzo mondo.  Stiamo tornando indietro?

No, semplicemente perché le armi sono sempre andate avanti. La grande capacità dell’industria militare e dei mercenari è sapersi riciclare in qualunque situazione. Solo nel 2002 nel mondo sono stati spesi per armamenti 839 miliardi di dollari. Significa che le industrie non sono tornate indietro. Anzi, dopo l’11 settembre la corsa con la scusa del terrorismo sta prendendo piede. Si vedono terroristi dappertutto. In Africa siamo preoccupati dalla militarizzazione. Solo in Kenia si sono 3500 soldati americani e 1800 tedeschi. Sono li per fronteggiare il terrorismo ma anche per prepararsi ad una eventuale guerra con l’Iraq. Tutte le ambasciate americane in Africa sono state potenziate con personale militare e gli Usa fanno pressioni su quasi tutti i paesi per adottare delle leggi antiterrorismo. Questo è pericoloso.

 

New global, no-global. Che etichetta diamo ai comboniani?

Nessuna. I comboniani non hanno un’etichetta, non si possono etichettare. Vivono la realtà dell’Africa e delle Afriche; stanno con la gente, alzeranno la voce di fronte alle ingiustizie e allo sfruttamento. Il nostro desiderio non è tanto quello di essere la voce, ma piuttosto di aiutare  a portare la voce dell’Africa che vuole parlare, che si vuole muovere.  Una volta si diceva che eravamo la voce dei senza voce. Oggi siamo quelli che aiutano ad avere voce.

 

La redazione del suo giornale ha sede a Verona. La stessa città dove nei giorni scorsi si sono verificati episodi di intolleranza razziale e religiosa.

Verona è un mondo nascosto dove convivono tante anime. Abbiamo centri culturali e movimenti fortemente impegnati per l’immigrazione e abbiamo anche fenomeni opposti.  La condivisione di diverse anime è sempre stata una caratteristica di Verona, che la rende viva anche se l’esagerazione guasta sempre e il segnale di questi giorni va analizzato.

(*)  Tratto da: ‘Il Nuovo.it’ del 14 gennaio 2003

Anno 3, n. 73
20
gennaio 2003

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