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Dove e come si parla di Foggia e dei foggiani

 

 

Da: ‘Il Giornale di Brescia’ del 27-1-2003

 

LETTERE AL DIRETTORE / UNO SFOGO

 

Lettera a Gianni Agnelli

 

Ciao nonno Gianni, in vita non mi sarei mai permesso di rivolgermi a te così confidenzialmente, ma oggi 25 gennaio 2003, il giorno dopo la notizia della tua morte, devi concedermi questo sfogo , questo ultimo abbraccio sincero. Prima che si scateni la retorica più becera, quella che fa venire la nausea, volevo farti sapere cosa provo nel leggere la notizia della tua scomparsa: la stessa cosa che si prova a perdere il nonno paterno. Rabbia, disagio, vuoto istituzionale ma anche voglia di ringraziarti soprattutto da parte di mio padre, quel terrone che circa quarant’anni fa è entrato in una delle tue fabbriche per uscirne orgogliosamente integerrimo e lontanissimo da quella vita che al suo paese lo aspettava matrigna, misero e ignorante dei fatti della sua Italia. Troppe cose, anche se a distanza e anonime, abbiamo fatto insieme, io te e i miei genitori, per non provare un senso di vuoto e di vertigine a guardare dove tu non ci sei più. Sapevo dei tuoi problemi, dei tuoi ottant’anni suonati, della tua voglia di passare il testimone, ma evitavo questo momento vigliaccamente, per non trovarmi così triste, abbracciato ad una foto in bianco e nero che mi immortala, in compagnia di altri trenta bambini, sulle spiagge di Igea Marina, in quella colonia che a distanza di trent’anni e passa mi è restata nel cuore come l’esperienza più importante della mia vita. E tutto grazie a te e al tuo progetto di FABBRICA/FAMIGLIA italiana che mi è rimasto come comandamento innegabile e prioritario. Due lire di trattenuta in busta paga e mille soddisfazioni ai figli dei dipendenti: un mese nelle tue colonie stile fascista, saluto al Tricolore la mattina, irrigiditi e inquadrati come un reggimento, vestiti, rimpinzati e lavati tutti i giorni, gialli e blu; fantastici regali alla Befana, dopo-lavoro al cinema e ambulatori convenzionati. Anche il sindacato più cieco e sordo si arrendeva davanti alle tue proposte. Oggi tutto è più brutto, anche gli scioperi di Termini Imerese, con altoparlanti stranieri ai piedi di auto giapponesi o coreane. Penso a te e mi rivedo piccolino attaccato ad uno dei tuoi cancelli, spensierato, in attesa della fine del turno di lavoro di mio padre, con la macchina, rigorosamente FIAT, rivolta a sud e carica, come un carro di pionieri, di masserizie, barattoli e bidoni per il vino e l’olio di Cerignola; una fuga retribuita, permessa una volta all’anno all’uomo più "senza radici" di questo mondo, frettoloso di abbracciare una madre e un padre sempre troppo lontani e sempre più vecchi. Oggi meridionale incavolato per la prepotenza di chi ha fatto la sua stessa scelta, ma con fare più violento e meno riconoscente, pilotati da quel "Grande Fratello" che vuole metterci sempre uno contro l’altro per approfittarne e lucrarci sopra spudoratamente . Con te se n’è andato "l’ultimo dei Gattopardi", di quelli onesti e orgogliosamente italici. Quelli che oggi scrivono che sei stato un grande uomo ieri ti odiavano e ti invidiavano perchè compravi i Governi e facevi "il nero" sulla pelle dei tuoi stessi dipendenti, accecati dall’invidia per la tua signorilità e il tuo successo incommensurabile, soprattutto nel mondo, mai profeta in patria. Per me, invece, sei stato l’ultimo degli Italiani. In questo Paese dei Fichi d’India, la tua ultima definizione più azzeccata, frutto spinoso, traditore e dolce allo stesso tempo, dopo di te non ci sarà più nessuno così orgogliosamente italiano e in grado di farlo sapere a tutto il mondo, col tuo stile silenzioso, gattopardesco e cinico. In questo Paese di mezzi uomini e quaqquaraqqua il vuoto che stai lasciando urla e stride contro la voglia di ribellarsi a questo schifo di società qualunquista e castrante, senza spina dorsale, troppo buona e rossa. Ora ci dovremo accontentare di riciclati uscieri della prima Repubblica, statali annoiati che si industriano a perdere solo tempo, politici poco credibili, senza spessore ideologico, con la coerenza che si compra con niente, giornalisti macchietta senza carisma e originalità italica, parenti lontani di quel Cristoforo che se non scopriva l’America oggi saremmo tutti più ricchi. Concludo con una solenne promessa: non ti dimenticherò domani mattina, come farà il 90% della tua Italia, bighellona, fannullona e irriverente. Metterò qui la tua foto, in mezzo a chi, per me, è stato il Duce, il cultore di uno stile italiano di alto rango, che non morirà mai. Sei stato un grande uomo nato in Italia, vissuto per l’ITALIA e morto solo fisicamente. Un dignitario risorgimentale a cui hai saputo dare quel tocco di modernità mettendo l’orologio sopra il polsino e accentuando la erre moscia a perenne ricordo del debito francese che dobbiamo scontare. Grazie di tutto Avvocato e ...veglia ancora su di noi. MICHELE SGARRO

 

Botticino

 

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Da: ‘La Voce di Rimini’ del 27-1-2003

 

CRONACA RICCIONE

 

Droga ed evasione, sette in manette

 

Lunga notte di lavoro per i carabinieri che hanno portato in carcere 4 uomini e 3 donne

 

RICCIONE - Sette arresti e due denunce in stato di libertà è il bilancio dei carabinieri del nor compagnia, della tenenza di Cattolica e delle stazioni di Riccione, Misano e Morciano che hanno operato nel corso della notte tra sabato e domenica. Andiamo con ordine partendo dagli arresti. A San Clemente i militari dell'aliquota radiomobile del nor, dopo aver osservato un via vai di "facce note" che entravano e uscivano da un'abitazione del paese. I carabinieri hanno deciso di intervenire e, avuta la certezza che i due stavano spacciando, hanno deciso di perquisire la casa. Qui hanno trovato, e sequestrato, quasi 16 grammi di cocaina e così le manette sono scattate ai polsi di R.R., 37enne nato a Rimini e residente a San Clemente, e di L.N., 29enne nata a Milano e residente a Garbagnate Milanese. Intanto i carabinieri della stazione di Riccione, nel corso dei controlli effettuati fuori dalle discoteche in collina, hanno arrestato il foggiano 24enne G.M., muratore e pregiudicato, ed M.F., 29enne di Adria in provincia di Rovigo, nubile. I due sono accusati di detenzione e spaccio, nei confronti di terzi identificati e segnalati al Prefetto, di 22 pasticche di ecstasy. Intanto a Cattolica i militari della locale tenenza arrestavano una coppia di napoletani, E.S. 34enne residente a Riccione, coniugato e pregiudicato, e la 24enne P.C.m 44enne anche lei residente a Riccione, separata. I due sono finiti in carcere con l'accusa di detenzione e spaccio di quasi tre grammi di cocaina. Sempre nella notte i carabinieri cattolichini hanno arrestato il napoletano R.G.L., 38enne di fatto domiciliato in città, poiché responsabile di evasione dagli arresti domiciliari. Ma la curiosità è in quanto accaduto nel corso dell'arresto. Infatti R.G.L., alla vista dei carabinieri, ha ingoiato alcune dosi di cocaina che aveva in tasca. Così il napoletano 38enne è stato piantonato all'ospedale Ceccarini di Riccione in attesa del "recupero" delle buste di cocaina che potrebbero portare a un secondo mandato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Intanto i carabinieri di Misano, al termine di lunghe indagini, hanno denunciato in stato di libertà il napoletano 33enne A.D., residente a San Clemente, autista pluripregiudicato, e la teatina S.M., nata a Lanciano 31anni fa, barista residente a Riccione, poiché ritenuti responsabili, in concorso tra loro, dei reati di "sostituzione di persona, falsità materiale, uso di atti falsi, truffa e falsa attestazione della propria identità. In pratica i carabinieri si sono introdotti nell'abitazione a San Clemente di A.D. dove hanno rintracciato vari documenti di identità, buste paga, tesserini di codice fiscale (sia in originale che già pronti in fotocopia) intestati ad altri nomi (risultati estranei alla vicenda), ma che riportavano le loro foto. I documenti falsificati erano utilizzati dalla coppia per ottenere dei finanziamenti (al momento quantificati in circa 15mila euro) destinati ad acquistare di varie merci presso attività commerciali della zona. Tutti i vari documenti falsificati sono stati sequestrati.

 

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Da: www.laprovinciadicremona.it del 27-1-2003

 

Parma. Lucia Ferrari, 21 anni, fermata col fidanzato

 

Arrestata per rapina

 

PARMA — Lucia Ferrari, (la giovane cremasca di 21 anni nella foto), è stata arrestata dai carabinieri del nucleo Operativo e Radiomobile di Salsomaggiore. Insieme al fidanzato Matteo Di Tommaso (nella foto) - 22 anni di Cerignola, in provincia di Foggia - è accusata di aver messo a segno ben cinque colpi nel giro di cinque mesi, tre dei quali nella provincia di Parma. Dopo una lunga serie di pedinamenti, i novelli Bonnie&Clyde sono stati sorpresi nella loro abitazione di Langhirano, dove avevano stabilito la base operativa per le proprie scorribande. Matteo e Lucia, apparentemente senza complici, hanno terrorizzato per mesi decine di impiegati e di clienti delle banche rapinate. Una volta entrati negli istituti di credito minacciavano i presenti con un cutter. Secondo le numerose testimonianze oculari raccolte dalle forze dell’ordine, Matteo e Lucia agivano come professionisti, senza mai perdere la calma. Lucia spesso faceva il palo, mentre Matteo, dopo essere entrato nelle banche con un passamontagna calato sulla faccia ed un taglierino in mano, si faceva consegnare l’incasso. Forse qualcuno li aiutava nella fuga alla guida di un’auto di grossa cilindrata. Proprio l’auto, una Lancia K, li ha traditi. Le indagini dei carabinieri sono partite dalle segnalazioni di alcuni testimoni che avevano notato la vettura nella zona in cui si erano svolte le rapine. Addirittura, dopo uno degli ultimi colpi, alcuni clienti di una banca avevano seguito la fuga a piedi di Matteo e Lucia e, vedendoli salire a bordo della Lancia K, avevano annotato il numero di targa. L’identikit dei due rapinatori, le armi e la modalità utilizzate nelle rapine hanno permesso agli inquirenti di arrivare a Matteo e Lucia, che ora si trovano in due celle separate del carcere di Parma. (glv)

 

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Da: ‘Il Mattino di Pavova’ del 27-1-2003

 

Fidanzatini terribili arrestati a Parma: 5 colpi in 5 mesi

 

Coppietta rapinava banche

 

PARMA. E' stata arrestata una coppia di fidanzatini, considerati i «Bonnie and Clyde» parmensi, accusati di cinque colpi in banca nel giro di cinque mesi. Si tratta di Matteo Di Tommaso, 22 anni, nato a Cerignola (Foggia), e Lucia Ferrari, 21 anni, di Crema. All'apparenza conducevano una vita normale, ma quando passavano all'azione terrorizzavano decine di impiegati e clienti di banche, minacciandoli con un cutter. Sono accusati anche di una rapina messa a segno a Conegliano il 18 dicembre. A tradirli è stata l'auto, una «Lancia K» di proprietà, che usavano per le rapine.

 

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Da: ‘La Nuova Sardegna’ del 26-1-2003

 

CARBONIA

 

«Le saline di Sant'Antioco non si toccano»

 

Dure reazioni contro la vendita dello stabilimento a una società pugliese

Violato lo Statuto regionale come per la Manifattura tabacchi di Cagliari I sindacati: «Un'operazione da bloccare»

 

Enrico Cambedda

 

SANT'ANTIOCO."Giù le mani dalle saline!" Durissime le reazioni delle forze politiche e sindacali del territorio sulla vendita dello stabilimento di Is Cortiois ad una società pugliese. La cessione di questi beni immobili è infatti anticostituzionale perché in contrasto con l'articolo 14 dello Statuto Sardo, il quale prevede il passaggio diretto alla Regione dei beni demaniali. Così non è stato. Anzi l'operazione finanziaria che ha portato all'alienazione delle saline di Margherita di Savoia, Volterra e Sant'Antioco, alla società Salapia Sale srl, per una cifra vicina ai 14 milioni di euro, s'è consumata senza grande pubblicità. Un po' com'è avvenuto per la sede dell'ex Manifattura Tabacchi di Cagliari, la cui vendita è stata scoperta solo a cose fatte. Sullo stabilimento di Sant'Antioco sono state preannunciate iniziative da parte delle forze politiche del centrosinistra per chiedere il sequestro cautelativo del bene.

L'unica forma di pubblicità data all'operazione risale a qualche mese fa, quando l'Eti (Ente italiano tabacchi), sollecitò quella che in termini tecnici si chiama "manifestazione d'interesse" all'acquisto. Da allora sull'intera operazione è calato il silenzio più assoluto. Sino a qualche giorno fa, quando la Salapia Sale srl, nuovo proprietario della Saline, ha invitato ad un incontro i sindaci del territorio e la Regione sarda (quest'ultima non ha partecipato). Il discorso è stato pressappoco questo: non esiste alcun interesse a produrre sale nello stabilimento di S.Antioco. L'obiettivo principale è quello di rilanciare solo le saline di Margherita di Savoia, in Puglia, perché costituiscono una realtà economica importante per questo territorio. Per il Sulcis invece niente. La società pugliese sembra intenzionata a riconvertire lo stabilimento di Is Cortiois in non meglio precisate iniziative legate alla pesca, al turismo e all'ambiente. Il tutto per di più con i soldi pubblici, visto che la Regione e le amministrazioni comunali dovrebbero entrare in società con i pugliesi e attivarsi per mandare avanti le nuove iniziative.

"E' una proposta inaccettabile", attacca Luciano Serra, della Fat-Cisl, ex dipendente delle saline. "nel piano di vendita erano previsti degli investimenti industriali per migliorare l'efficienza produttiva. In particolare si sarebbero dovute utilizzare appieno le potenzialità dello stabilimento, con la realizzazione di alcuni impianti per ottenere il prodotto lavato e confezionato. Non si possono quindi cambiare le carte in tavola. Sento un forte odore di speculazione. Perché smantellare una realtà economica in grado di offrire centinaia di posti di lavoro?. Le saline sono attive da oltre 30 anni e non sono incompatibili ne con la pesca ne col turismo. Forse qualcuno non conosce realtà come quelle di Marsala o di Cervia dove turismo e produzione del sale rappresentano un aspetto importante per lo sviluppo di quelle aree".

Durissima la reazione anche della cgil. "La Regione sarda ha dimostrato ancora una volta la propria incapacità politica - afferma, Sergio Usai, dell'Ufficio regionale politiche del lavoro della Cgil - la verità è che certe operazioni non possono essere tollerate perché mettono in discussione il ruolo della nostra Regione. C'è poco da girarci intorno: la vendita di questi immobili è illegittima. Se lo Stato intende cederli, debbono passare alla Regione. Così prevede il nostro statuto. Da tempo stanno scomparendo diverse realtà industriali, con la perdita di migliaia di posti di lavoro. Per questo territorio non ci sono contropartite economiche. Ora si vorrebbero smantellare le saline. Ci opporremo in ogni modo, perché riteniamo ci siano le condizioni per produrre e commercializzare questo prodotto in lavorazioni ad alto valore aggiunto".

Intanto le forze politiche annunciano nuove iniziative. " Non daremo tregua a questa giunta regionale inerte - afferma Antonio Calledda, consigliere regionale dei DS - riteniamo che quest' operazione commerciale, sia stata favorita dal disinteresse delle istituzioni. Proponiamo perciò che vengano accertate eventuali responsabilità e, se sarà il caso, perseguite anche penalmente. La nostra battaglia è un atto di civiltà contro ogni possibile tentativo di speculazione. Stiamo difendendo le prerogative della Regione, sempre più calpestate da coloro i quali vorrebbero privilegiare l'interesse dei privati rispetto alle esigenze della collettività. Le saline non vanno messe sul mercato ma cedute alla Regione".

 

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Da: ‘Gazzetta di Modena’ del 26-1-2003

 

Fino a martedì in mostra le opere dei coniugi Gennaro Martella e Maria Scistri

 

Alla San Francesco la luce del Gargano

 

m.f.

 

MODENA. Hanno il Gargano nel cuore. E quei luoghi sono spesso i motivi della pittura dei coniugi Gennaro Martella e Maria Scistri esposta, fino a martedì, alla Saletta San Francesco, in rua Frati Minori 23. Se Martella ha già alle spalle un nutrito curriculum espositivo, praticando l'arte per vocazione e formazione (studi all'istituto d'Arte di Bari e all'Accademia di Brera, dove è stato allievo di Cantatore), la moglie Maria è alla prima mostra. Tavolta sembra stabilirsi un legame di figurazione tra i loro dipinti, con una più nutrita materia (olio) nelle opere di Martella e con una ricerca di levità in quelle, ad acrilico, della Scistri. In ogni caso, la loro pittura vive della certezza di rappresentazione reale. Accade soprattutto nel momento in cui Martella offre l'immagine di Vico, paese natale, sviluppato in una composta architettura che evidenzia il carattere intimo ed antico del centro storico. L'accorta misura compositiva si fa stile armonioso nel nudo di una giovane sdraiata sul letto ma anche negli scorci marini, con la spiaggia di Vieste, di Calenella e nel quadro dedicato al criminologo Carlo D'Altilio, nel rapporto tra i luoghi della Puglia e Venezia in lontananza. L'artista sa porre la composizione in una dimensione di luce, in una fisionomia ben determinata che rinnova il senso di familiarità con la storia della sua terra.

Testimonianza di affettuosa dedizione per i luoghi particolarmente cari sono anche le opere della Scristi che suggerisce con cromatismi talvolta lievi le atmosfere di marine, di un campo di papaveri, di paesaggi che si connotano di grazia serena, di suggestione evocativa.

 

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Da: ‘Il Mattino di Padova’ del 26-1-2003

 

CONEGLIANO

 

Rapinatore tradito dalla targa

 

I carabinieri individuano l'uomo del colpo alla Cassamarca - Il 18 dicembre si era dileguato a bordo di una Lancia K - Agiva insieme alla fidanzata

 

f.a.

 

GODEGA. La targa dell'auto usata per il colpo mette nei guai una coppia di fidanzati rapinatori che pensavano di averla fatta franca. E' stato denunciato per rapina un ventiduenne originario di Cerignola, Matteo Di Tommaso, residente a Langhirano, che i carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Conegliano hanno identificato come autore dell'assalto del 18 dicembre scorso alla Cassamarca di via Roma, nel centro di Godega. Il giovane si era introdotto nella filiale verso le 14.30, armato di taglierino e travisato da passamontagna. Per rendere più convincente la sua azione, aveva preso in ostaggio un cliente puntandogli il taglierino alla gola e inveendo contro gli impiegati perché vuotassero le casse in pochi istanti, minacciando altrimenti di ricorrere alle vie di fatto. L'assalto ai banconi gli aveva fruttato circa 7000 euro, e prima di darsi alla fuga il rapinatore aveva ferito col taglierino un impiegato della Cassamarca, Renato Pancotto, che a suo dire stava rallentando i tempi della rapina. L'impiegato aveva dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso con tre giorni di prognosi per l'abrasione provocata dalla lama premuta sul collo. Il rapinatore si era dileguato su una Lancia K con l'aiuto di un complice che lo attendeva alla guida della vettura e, apparentemente, se n'erano perse le tracce. Nei giorni scorsi, in base al numero di targa dell'auto usata per la fuga, i carabinieri sono risaliti al giovane di Langhirano, che risulta proprietario del veicolo, ha diversi precedenti penali e proprio nei giorni scorsi era stato arrestato dai carabinieri di Parma insieme alla fidanzata perché ritenuto responsabile, insieme a lei, di alcune rapine ai danni di istituti di credito dell'Emilia Romagna.

Per la rapina alla Cassamarca di Godega, con sede in via Roma 62, i carabinieri hanno chiesto l'emissione nei suoi confronti di un nuovo ordine di custodia cautelare. Gli inquirenti ritengono probabile che il misterioso complice del rapinatore alla guida dell'auto fosse fossestato, anche a Godega, la sua giovane fidanzata.

 

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Da: ‘Il Mattino di Padova’ del 26-1-2003

 

La pianista Alessandra Giunti in concerto

 

Prende avvio oggi alle 11 nella Sala dei Giganti al Liviano il terzo ciclo di «Domenica in musica», la rassegna concertistica proposta dagli Amici della musica di Padova. Il concerto inaugurale è affidato alla giovane pianista Alessandra Giunti che ha vinto il XIX concorso pianistico «Premio Venezia» nel dicembre scorso. Presenterà, al pubblico padovano, di Franz Liszt la Sonata in si minore, di Fryderyk Chopin la Ballata n. 1 op. 23 e di Johannes Brahms, le Variazioni sopra un tema di Paganini. La Giunti, ventunenne foggiana, si è diplomata due anni fa al Conservatorio Giordano con il massimo dei voti, lode e menzione speciale. Ha frequentato corsi di perfezionamento con il maestro Aldo Ciccolini e il maestro Alexander Lonquich. Ha studiato con la pianista Annamaria Pennella ed è attualmente sotto la guida del maestro Vincenzo Balzani. E' iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Conservazione dei beni culturali. I biglietti (interi 6, ridotti 3) s'acquistano al botteghino 30 minuti prima dell'inizio del concerto.

 

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Da: ‘Il Giorno’ del 26-1-2003

 

San Giovanni Rotondo

 

SAN GIOVANNI ROTONDO (Foggia) — E' una grande lapide in marmo che riproduce il decreto della Penitenzieria Apostolica: ricorderà ai visitatori della chiesa antica del convento di Santa Maria delle Grazie dei frati minori cappuccini — nella quale è sepolto San Pio di Pietrelcina — che in quel luogo è possibile ottenere l'indulgenza plenaria. La lapide sarà benedetta e scoperta oggi.

 

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Da: www.ilmanifesto.it del 25-1-2003

 

Viaggio nell'Italia a rischio, dove la politica «di sviluppo» ha fatto disastri (4)

 

Manfredonia, il Medioevo senza fine

 

Da 26 anni l'arsenico avvelena la cittadina pugliese. Sotto accusa è ancora una volta l'Enichem. 10 dirigenti e 2 medici del lavoro sono accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni plurime e disastro ambientale. Una storia venuta a galla grazie all'inchiesta di un operaio, poi morto di tumore insieme ad altri sedici lavoratori della fabbrica chimica. Lunedì il processo

 

MASSIMO GIANNETTI

INVIATO A MANFREDONIA (Foggia)

 

Cominciò tutto di domenica. L'ultima domenica di settembre di ventisei anni fa. Era l'anno di Seveso, il medioevo di Manfredonia. La gente andava ancora al mare perché qui, sulle sponde del Gargano, l'estate finisce quasi sempre in autunno inoltrato. In città ci si apprestava alla consueta passeggiata in centro quando, verso le undici del mattino, si sentì un boato. Era «simile a un tuono», ricordano i testimoni, e veniva dal petrolchimico. Molti però non ci fecero caso, perché sembrava uno dei tanti «botti» già sentiti in passato e provenienti dal solito posto. Non destò paura neanche la nuvola che si alzò nel cielo dopo lo scoppio. Era giorno di festa ma in fabbrica _ situata sul golfo, a meno di un chilometro dal centro abitato _ c'erano molti operai che lavoravano. Un centinaio rimasero intossicati e furono portati all'ospedale. Con loro anche una trentina di abitanti che si erano recati sul posto per vedere cosa era successo. Era accaduto l'inferno, ma l'azienda tranquillizzò tutti. L'esplosione di una «colonna di lavaggio dell'ammoniaca» aveva provocato la fuoriuscita di «almeno dieci tonnellate di anidride arseniosa», ma per i dirigenti dell'Anic _ che poi diventerà Enichem _ non era successo niente di grave. Al cronista della Gazzetta di Foggia, Michele Apollonio, spiegarono che lo «scoppio, causato da un incidente tecnico, non aveva provocato alcun danno, e che quella nube non era né più né meno che l'effetto che si ha accendendo una sigaretta». Questo venne ripetuto per giorni ai lavoratori. E questo credette anche Nicola Lovecchio, operaio simbolo di questa storia. Una storia che non potremmo raccontare se l'ex capoturno del «magazzino fertilizzanti», ucciso da un tumore a 50 anni, non avesse deciso di andare «fino in fondo» prima di morire. E' infatti grazie alla sua inchiesta, sfociata poi in una denuncia alla procura di Foggia, che la magistratura pugliese ha ripercorso gli «anni bui» di Manfredonia. Iniziata nel `96, l'indagine del pm Lidia Giorgio si è conclusa nel marzo scorso e ha portato al rinvio a giudizio di dieci dirigenti dell'Enichem e di due esperti in medicina del lavoro dell'università di Bari, Luigi Ambrosi e Vito Foà, «che prestarono la loro autorevole consulenza sulle misure di carattere sanitario». Sono imputati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose plurime e disastro ambientale, «perché tutti, in cooperazione colposa tra loro e comunque con le proprie autonome e indipendenti condotte, cagionavano un disastro colposo, consistito nell'esposizione prolungata (dal 26 settembre del `76 per sei anni) di un notevole numero di lavoratori (più di 1800 tra diretti e esterni) ai composti arsenicali dei sali utilizzati nella colonna di lavaggio dell'ammoniaca, dispersisi all'interno dello stabilimento e fuori».

 

La fabbrica era stata pesantemente contaminata dall'anidride arseniosa e da altri veleni, ma non venne mai fermata del tutto, neanche quando, di fronte all'evidenza, l'azienda si era resa conto che la situazione era molto più grave di quanto non voleva ammettere pubblicamente. E infatti continuò a non dire nulla agli operai, violando così «l'obbligo di informarli del rischio derivante dall'esposizione ai composti arsenicali», è il primo capo d'accusa del pm: «Pur essendo nota già dal 1976 la tossicità dell'arsenico - aggiunge il magistrato -e, quindi, pur potendosi prevedere la pericolosità per la salute dell'esposizione a polveri di arsenico, adibivano i lavoratori all'attività di disinquinamento e, più in generale, consentivano l'ingresso dei dipendenti all'interno dello stabilimento senza adottare cautele idonee». Cautele che _ sottolinea il pm _ «pur essendo tecnicamente ipotizzabili e attuabili», furono completamente ignorate. «All'opera di bonifica, in sé pericolosa in quanto comportante contatto con polveri d'arsenico tossiche, furono impiegati lavoratori non specializzati o comunque non previamente addestrati» a tale compito. Furono mandati allo sbaraglio, anzi al macello. Toglievano il veleno dalla fabbrica a mani nude. Non furono infatti dotati né di maschere per il viso né di tute impermeabili a tenuta stagna, così come aveva prescritto anche dall'ispettorato del lavoro. «Omissione di controllo», è in questo caso l'accusa per gli imputati alla sbarra. Che dovranno inoltre rispondere della «mancata effettuazione nel tempo di monitoraggi ambientali per il controllo del livello di concentrazione di arsenico nell'aria e nei terreni», e di non aver «osservato il principio di massima protezione che avrebbe imposto» un'altra lunga serie di cautele. Tra queste «la riduzione al minimo indispensabile del numero di lavoratori a cui consentire l'ingresso in fabbrica fino alla verifica dell'esito positivo dell'opera di disinquinamento», e il «ricambio dei lavoratori addetti alla bonifica con nuove unità, onde ridurne al minimo l'esposizione».

 

Le conseguenza di queste «condotte delittuose» avranno un periodo di incubazione di circa quindici anni. Si riveleranno mortali per diciassette operai e gravemente lesive per altri cinque lavoratori, tuttora affetti rispettivamente da polineuropatia sensitivo-motoria, dermatite iperpigmentata alle gambe, enfisema, cirrosi epatica e carcinomi polmonali e renali. Le vittime provocate dal «mostro» chimico _ produceva fertilizzanti e caprolattame (sostanza utilizzata per per la produzione di fibre di plastica) _ sarebbero state in realtà molte di più, ma per la magistratura soltanto una parte di queste sono collegabili alla «prolungata esposizione» dei lavoratori alle sostanze tossiche. Per sei anni, a partire da quella «normalissima» domenica di tanti anni fa.

 

Nicola Lovecchio, all'epoca trentenne, fu uno dei tanti lavoratori mandati al macello dai suoi dirigenti. Lo scoprirà però soltanto all'inizio degli anni Novanta. All'ospedale in cui si recava per fare radioterapia, l'oncologo che lo seguiva non riusciva a spiegarsi le cause di quel melanoma, infrequente a quell'età, riscontrato nel polmone destro del suo paziente. Lovecchio, non fumava sigarette né beveva alcolici, raccontò quindi al medico la vicenda dell'esplosione e di quando, successivamente, furono messi a pulire la montagna di polvere d'arsenico che si era depositata nello stabilimento. Benché malato continuò ad andare in fabbrica, ma da quel giorno ci andò nella doppia veste di operaio e investigatore. Indagando scoprì che una ventina lavoratori dello stabilimento erano morti di cancro, e che altri sette suoi compagni di reparto avevano contratto patologie tumorali. Cercò di convincere questi ultimi a unirsi alla sua battaglia, ma nessuno lo seguì. In fabbrica era proibito parlare di malattie, neanche i sindacati lo volevano. La paura di perdere il posto di lavoro, benché nocivo, spinse chissà quanti lavoratori a soffrire, e poi morire, in silenzio. Lovecchio continuò da solo la sua battaglia per conoscere la verità: «Non posso stare seduto ad aspettare che questa malattia mi consumi del tutto senza aver fatto nulla per riacquistare la mia dignità di uomo», scrisse in una sorta di testamento. All'esterno aveva il sostegno di due esponenti di Medicina democratica e del movimento ambientalista che a Manfredonia aveva cominciato a formarsi alla fine degli anni Ottanta. Nella sua inchiesta ricostruì cicli produttivi, si informò sulle sostanze che venivano usate. Diventò esperto di medicina preventiva. Ma oltre al danno, Lovecchio aveva subito pure la beffa. Venne infatti a sapere che i medici del lavoro che di tanto in tanto, per conto dell'azienda, andavano a controllare lo stato di salute dei lavoratori, avevano omesso le sue reali condizioni. Per avere le radiografie, dovette ricorrere ai carabinieri. Quando finalmente riuscì a ottenerle, il suo oncologo scoprì che già aveva il tumore già dal `91. I medici aziendali non gliel'avevano diagnosticato, glielo dissero due anni dopo, quando il cancro che si portava dentro era ormai in stato avanzato. Subì interventi chirurgici, dolorossissime terapie. Ma non si diede per vinto. Non aveva «più niente da perdere», ripeteva ai suoi familiari. Sfidare il colosso della chimica italiana appariva assurda, oltreché controproducente, anche ai sindacati che cercarono di dissuarderlo nel denunciare l'Enichem. Aveva inoltre scoperto che i sanitari, contrariamente a quanto raccomandavano gli studi in materia, avevano innalzato anche di otto volte il tasso di arsenico «tollerabile» dall'organismo umano. I due «autorevoli esperti in medicina del lavoro» avevano in altre parole quasi ridotto l'anidride arseniosa in qualcosa di commestibile per l'uomo. Lovecchio morirà nell'aprile del `97, ma prima di morire ebbe almeno la soddisfazione di aver determinato l'apertura dell'indagine giudiziaria contro «l'azienda che ci ha maltrattati nel vero senso della parola», come ripeteva ai suoi colleghi.

 

Il processo entrerà nel vivo lunedì prossimo, quando il pubblico ministero ribadirà pubblicamente le accuse ai dodici imputati. I difensori di questi ultimi vorrebbero farlo saltare puntando sulla prescrizione dei reati. Nelle varie interviste rilasciate alla vigilia dell'udienza hanno però annunciato una duplice strategia. L'altra tenderà a sostenere che «non c'è rapporto scientificamente provato tra l'esposizione all'arsenico e l'insorgenza dei tumori - (tesi invece ampiamente documentata dai tecnici dell'istituto superiore di sanità di cui si è avvalsa il pm durante le indagini preliminari) - e, soprattutto, che non c'è alcuna dimostrazione che nell'area sipontina si sia registrata un'impennata del numero dei decessi per cancro».

 

Gli effetti della contaminazione chimica sulla popolazione è l'altro capitolo del disastro provocato dalla fuga tossica di 26 anni fa. Buona parte di quelle «dieci tonnellate» di veleni sono ancora presenti in oltre trecento ettari di terreno e in una vasta area marina, pari a ottocentocinquanta ettari. Uno studio dell'Organizzazione mondiale della sanità ha di recente registrato tra la popolazione «un eccesso di mortalità per tumore allo stomaco nei maschi e un aumento dei tumori alla laringe, alla pleura e mielomi multipli nelle donne». La stessa ricerca mostra inoltre un aumento generale di leucemie e malattie non tumorali all'apparato genito-urinarie. «Gli eccessi riscontrati - dice l'Oms - possono essere indicativi di effetti dalle esposizioni da arsenico, e in particolare all'emergere dei primi effetti a lunga latenza che potrebbero aggravarsi negli anni successivi».

 

Sono una trentina i soggetti riconosciuti dal tribunale come parti civili contro l'Enichem. Tra questi l'Associazione di donne «Bianca Lancia», che nell'88 portò il caso Manfredonia alla Corte europea dei diritti dell'uomo denunciando gli effetti dannosi prodotti dallo stabilimento chimico sulla popolazione. L'esposto fu presentato da quaranta donne che, dopo una battaglia durata dieci anni, nel `98 ottennero un risarcimento di 10 milioni ciascuna per il «danno morale» subito. Una sentenza storica contro lo Stato italiano, condannato per violazione dell'articolo 8 della Convenzione di Strarburgo laddove questa dice che «ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare», diritto appunto violato dalle continue emissioni nocive della fabbrica che le autorità statali non hanno impedito.

 

Tra le tante parti civili istituzionali accorse a chiedere i danni all'Enichem, oltre alla regione, alla provincia e al comune, c'è anche il ministero dell'ambiente. Proprio quel ministero che oggi Legambiente, Wwf, Medicina democratica (anch'esse parti civili al processo) e altre associazioni, accusano di «gravi responsabilità» nella lentezza con cui avviene la bonifica di Manfredonia. La bonifica, nonostante i morti, non è stata infatti mai conclusa. E' cominciata due anni fa e il modo in cui avviene, senza peraltro un piano generale, lascia alquanto a desiderare. Tanto che ancora l'Unione europea, attraverso l'apposita commissione ambiente, l'estate scorsa ha aperto una «procedura d'infrazione» nei confronti dell'Italia in quanto «non ha adottato le misure necessarie ad assicurare che i rifiuti, stoccati o depositati in discarica presenti nel sito Enichem, fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e pregiudizio per l'ambiente». «In pratica - dice Antonio D'Angelo, presidente nazionale di Medicina democratica - , l'Enichem - che dopo aver inquinato cielo, mare e terra per trent'anni - ha ottenuto pure l'autorizzazione per ripulire l'area dello stabilimento con i soldi pubblici (200 miliardi previsti in cinque anni), si rifiuta di dire dove porta il materiale contaminato. Non informa neanche adesso la popolazione. E il ministero tace». Ma non è tutto. Infatti, come se la storia che abbiamo raccontato non avesse insegnato nulla, la bonifica avviene mentre nello stabilimento Enichem è consentito l'ingresso di altri lavoratori. La «fabbrica assassina», chiusa ufficialmente nella metà degli anni `90, è stata infatti rilevata dall'imprenditore trevigiano Sangalli che l'ha riconvertita in una mega industria del vetro. Ci lavorano circa trecento persone (ma le agenzie interinali cercano altro personale) e produce 500 mila tonnellate di vetro ogni anno. E' classificata «industria insalubre di prima categoria» e in quanto tale, per legge, avrebbe dovuto sottoporsi alle procedure di valutazione di impatto ambientale prima di insediarsi. La regione Puglia però non ha ritenuto opportuno fare questo esame alla Sangalli.

 

La vetreria è una delle tante aziende che stanno reindustrializzando Manfredonia. Sono una quarantina gli imprenditori «venuti dal nord» per rivitalizzare questa «area depressa» della Puglia. E tanti altri sarebbero in arrivo. Una reindustrializzazione a fondo perduto e senza troppe responsabilità. Avviene infatti attraverso il «contratto d'area» che, come è noto, prevede finanziamenti pubblici alle aziende benefattrici e salario al minimo contrattuale per i dipendenti. Lavoro precario e senza diritti sindacali. Ma questa è un'altra storia.

 

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Da: http://www.lanuovasardegna.quotidianiespresso.it del 25-1-2003

 

CARBONIA

 

I pugliesi hanno le mani sulle saline d'Is Cortiois

 

La società «Salapia» di Margherita di Savoia ha acquistato la maggioranza dall'Eti:

 dubbi sul futuro - Probabile riconversione Pesca e turismo nei progetti

 Il ruolo dei Comuni e della Regione

 

Enrico Cambedda

 

SANT'ANTIOCO. Le saline sono state vendute. Gli acquirenti hanno comprato il pacchetto azionario dall'Ente Tabacchi Italiani: lo stabilimento sulcitano, le saline di Volterra e quelle di Margherita di Savoia. L'operazione è stata conclusa per 14 milioni di euro. A subentrare all'Ente di Stato, per i prossimi trent'anni, sarà la «Salapia Sale srl», sede a Margherita di Savoia, capitale pubblico e privato. In teoria per lo stabilimento di Sant'Antioco dovrebbero esserci investimenti per migliorare la produzione, in realtà c'è un programma di riconversione che prevede il rilancio del sito per attività di pesca, valorizzazione ambientale e turismo. Ogni decisione sarà affidata a una conferenza di servizi fra la Salapia, i comuni e la Regione.

L'affare è di quelli grossi. In pratica la Salapia s'è assicurata la fetta più consistente della produzione del sale in Italia. L'acquisizione del pacchetto azionario detenuto dall'Eti nella società Atisale, consentirà ai nuovi proprietari di controllare i tre stabilimenti più importanti. C'è però da fare alcuni distinguo: mentre la Salapia ha tutto l'interesse a rilanciare lo stabilimento pugliese di Margherita di Savoia, per quanto riguarda Volterra e Sant'Antioco i proprietari pensano ad attività alternative. Ma andiamo con ordine. Prima di tutto è opportuno verificare i termini del "business". La Salapia Sale è costituita da enti pubblici (il comune di Margherita di Savoia ha il cinque per cento del capitale) e partner strategici e finanziari, come società private ed imprenditori singoli ed associati. Hanno manifestato inoltre un qualche interesse all'operazione anche le amministrazioni comunali di Volterra, di Trinitapoli e la provincia di Foggia. Per capire quale possa essere l'interesse degli enti pubblici e degli imprenditori privati pugliesi, occorre riflettere sull'importanza e la dimensione delle saline di Margherita di Savoia. Lo stabilimento pugliese rappresenta una realtà economica strategica. Sino a qualche anno fa aveva un organico di circa mille dipendenti, sceso ora a meno di 150. Ci sono però tutte le prospettive per un rilancio dell'attività produttiva.

Per Volterra e Sant'Antioco, invece l'interesse imprenditoriale, almeno per quanto riguarda il sale, è ridotto a zero. Gli investimenti nello stabilimento sulcitano dovrebbero riguardare interventi per aprire un impianto di ammassamento, il lavaggio del prodotto e l'avvio della linea insaccamento. Ma questa pioggia di milioni (di euro) la nuova società non pensa davvero di spenderla. A questi invesitimenti andrebbero poi aggiunti i costi della bonifica ambientale dell'area che va da Portopino sino allo stabilimento di Is Cortiois. Da qui l'iniziativa di Salvatore Camporeale, sindaco di Margherita di Savoia, che nella veste di amministratore unico della Salapia, ha contattato gli enti pubblici del Sulcis, oltre alla Regione, interessati al futuro delle saline: «Alcuni giorni fa c'è stato un incontro a Roma - spiega Paolo Dessì, sindaco di Sant'Anna Arresi - in cui sono stati esaminati alcuni possibili obiettivi. La Salapia ha confermato che da parte sua non esiste alcun interesse a produrre sale a Sant'Antioco. Ed ecco perché c'è l'ipotesi di un nuovo piano industriale. Sappiamo che hanno già contattato l'assessorato regionale all'Industria ma ancora non c'è stata risposta. Ora speriamo nel coinvolgimento di tutti i comuni del territorio, in modo da capire quale possa essere il futuro dello stabilimento. Da parte nostra abbiamo suggerito la dismissione di gran parte delle aree marine, attualmente in concessione alle saline, in modo da riqualificare attività economiche come la pesca e il turismo».

Queste ipotesi sono state accolte con interesse anche dagli altri comuni del territorio: Teulada, Masainas, Giba, San Giovanni Suergiu, che hanno giurisdizione sul compendio saline. Nessuna risposta invece da Sant'Antioco.

C'è infine d'attendere il pronunciamento della Regione.

 

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Da: ‘Il Gazzettino’ del 25-1-2003

 

NICOLA TOGNANA

 

«Militante appassionato in Confindustria»

 

«Un sostenitore attento, sempre presente. Sino ad un anno e mezzo fa, quando la salute ancora glielo consentiva, non saltava una riunione di giunta». Nicola Tognana, vicepresidente di Confindustria ricorda così la militanza confindustriale dell'Avvocato. «Si interessava ai nostri progetti. Voleva sapere come andava l'insediamento di imprese del Nordest a Manfredonia. Era attento ai risvolti sociali». Nell'ultima tornata elettorale, Agnelli aveva sostenuto Callieri in opposizione a D'Amato e Tognana, «ma ciò non gli ha impedito di collaborare con noi. Un segno di democrazia».

 

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Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 25-1-2003

 

Ancona

 

Acque inquinate, cinque a giudizio

 

FALCONARA — Della presenza di quei rifiuti chimici in un'area di circa 200 metri quadri a Villanova, loro non avevano colpe. Ma il fatto di averli smossi dalla superficie facendoli scivolare nel sottosuolo, durante i lavori di scavo per la costruzione di un sottovia ferroviario in via Monte e Tognetti, secondo la procura li rende responsabili di aver determinato un pericolo concreto ed attuale di inquinamento ambientale. E' per questo motivo che il pubblico ministero Marco Mansi ha citato a giudizio cinque persone, tra cui un imprenditore, un dirigente delle Ferrovie, un progettista e due direttori dei lavori, accusate anche di non aver osservato i divieti di scarico immettendo, abbandonando e depositando in modo incontrrollato rifiuti nelle acque sotterranee, oltre che del reato di getto di cose pericolose.

Il caso venne alla luce il 23 agosto del 2000 quando, non appena le ruspe cominciarono a scavare, tutto il quartiere venne invaso da odori nauseabondi provenienti da quella massa di terra impregnata per lo più di idrocarburi. Rifiuti, a quanto pare, che giacevano lì da parecchio tempo. Il Comune e l'Arpam intervennero subito e una serie di prelievi dimostrò che il terreno era inquinato. Il cantiere dei lavori venne così bloccato. I comitati dei cittadini, parallelamente, fecero un esposto alla procura della Repubblica sulla base del quale il sostituto procuratore Marco Mansi avviò l'inchiesta. Nel mirino del magistrato finirono subito i lavori di asportazione e scavo del terreno che avrebbero consentito l'immissione nelle acque sotterranee dei rifiuti. Ma il pm contesta agli imputati anche il fatto di non aver osservato i divieti di scarico, cagionando un pericolo concreto di inquinamento dell'area.

Il processo, che vede come parti offese il Comune di Falconara e la Regione, alle quali potrebbe aggiungersi anche il comitato di cittadini di Villanova, si sarebbe dovuto aprire ieri in tribunale davanti al giudice monocratico Mario Vincenzo D'Aprile, ma è stato subito rinviato per problemi di notifiche. A giudizio sono finiti Domenico Di Marzio, 61 anni, di Chieti, responsabile della omonima ditta che seguì i lavori per il sottovia; Roberto Di Marzio, 37 anni, anch'egli di Chieti, direttore dei lavori; Tomasino Salvatori, 56 anni, di Merano ma residente in Ancona, direttore compartimentale infrastruttura delle Ferrovie; Mario Esposito, 47 anni, di Ortona, anch'egli direttore dei lavori; Stefano Morellina, 47 anni, foggiano residente ad Ancona, tecnico del progetto del sottovia. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Mario Scaloni, Marco Maria Brunetti, Lamberto Giusti e Giuliano Milia,

 

di Lorenzo Moroni

 

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Da: http://ilmessaggero.caltanet.it del 25-1-2003

 

IN APPELLO

 

Giovane nuovamente assolto: era accusato di violenza  

 

È stato assolto in Appello dall’accusa di violenza sessuale, avendo i giudici ritenuta insufficiente la prova che il fatto contestato sussistesse. Si tratta di Federico Fabi, 25 anni dell’Aquila, accusato di aver palpeggiato in due occasioni una ventisettenne di Foggia, studentessa universitaria. Secondo l’accusa il giovane (assistito dall’avvocato Attilio Cecchini) avrebbe rivolto le sue pesanti attenzioni sulla la ragazza (rappresentata dall’avvocato Maurizio Cora) in una via del centro storico. Il giovane rinviato a giudizio ma assolto in primo grado con rito abbreviato. Il Pm Nicola Trifuoggi ha proposto appello e ieri il ragazzo è stato nuovamente assolto dai giudici di Appello.

 

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Da: www.ilgazzettino.it  del 24-1-2003

 

Era il presidente dell'ordine degli Agenti di Cambio

 

Era il presidente dell'ordine degli agenti di cambio di Venezia e Trieste, quella ristretta cerchia di uomini che aveva la possibilità di accedere allacorbeille, il cuore pulsante della borsa ai tempi delle contrattazioni alle grida.

Oggi Riccardo Girardi, indagato per appropriazione indebita e bancarotta dalla Procura di Venezia, è ad un passo dall'incriminazione. Il sostituto procuratore Massimo De Bortoli ne ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta, bancarotta preferenziale, bancarotta semplice, truffa e appropriazione indebita del denaro di decine e decine di risparmiatori che gli avevano dato fiducia. Alcuni gli avevano affidato una decina di milioni di lire, altri più di un miliardo, nella speranza di ricevere una remunerazione più elevata rispetto ai soliti titoli a reddito fisso o ai fondi comuni d'investimento. Qualcosa invece non andò come previsto e nel '99 Girardi non fu più in grado di adempiere alle proprie obbligazioni. In altre parole, furono dichiarati a breve distanza l'uno dall'altro, lo stato di insolvenza e poi il fallimento dell'agente di cambio.

In un passivo di circa 45 miliardi delle vecchie lire, il "buco" verificato dal curatore è stato di oltre 25. Dei 480 risparmiatori che avevano chiesto di insinuarsi nel fallimento, circa 400 erano stati ammessi allo stato passivo, con scarse speranze di rientrare in possesso delle somme investite.

Le perdite sarebbero fatte risalire a un periodo di tempo abbastanza lungo, una decina d'anni, durante il quale, nel tentativo di recuperare, si sarebbe fatto ricorso a operazioni sempre più rischiose come quelle sui derivati finanziari.

Assieme all'agente di borsa veneziano, con studio in bacino Orseolo, sono coinvolti a vario titolo nell'inchiesta la moglie Maria Pia Bassi e i promotori finanziari di Foggia Pietro e Sergio Paciello e Giovanni Ginni. I faldoni relativi all'inchiesta hanno assunto proporzioni monumentali, circa novemila pagine, che il pm De Bortoli dovrà studiare prima che cominci l'udienza preliminare, che si svolgerà con molta probabilità di fronte al giudice Giandomenico Gallo.

A Girardi il magistrato contesta la bancarotta fraudolenta per aver distratto (fatto sparire) circa due miliardi dal patrimonio suo personale e a quello dell'impresa. C'è poi l'accusa di bancarotta preferenziale nei confronti del promotore finanziario Gregorio Antico di Ferrara, al quale Girardi avrebbe permesso di incassare il suo credito prima del fallimento (circa 2 miliardi 800 milioni). Un occhio di favore Girardi avrebbe avuto anche per Rolo Banca, vendendo tutti i titoli in deposito presso quell'istituto.

Al Girardi si contestano anche i reati di bancarotta semplice, perché avrebbe aggravato la sua posizione non chiedendo prima il fallimento e ricorrendo al credito presso istituti bancari, e di appropriazione indebita nei confronti di 57 clienti.

La moglie dell'agente ha una posizione meno rilevante nell'inchiesta: il pm la ritiene responsabile di concorso in bancarotta per distrazione di denaro. A suo nome, infatti, erano stati aperti dei conti bancari in Svizzera e inoltre risulta come legale rappresentante della società di comodo "Élite Ventures Ltd" con sede nel Belize, paradiso fiscale offshore. Tra i conti svizzeri detenuti direttamente e indirettamente attraverso la società, il denaro custodito nei forzieri elvetici sarebbe pari a circa 300 milioni di lire.

I due foggiani, infine, sono accusati di truffa in concorso con Girardi, per i danni causati a 16 risparmiatori pugliesi. Secondo il pubblico ministero avrebbero taciuto le perdite della gestione affidata a Girardi prospettando invece guadagni inesistenti, anche attraverso falsi estratti conto. In questo modo, anche chi sarebbe potuto uscire in tempo dall'investimento non potè farlo.

 

Michele Fullin

 

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Da: http://www.lacittadisalerno.quotidianiespresso.it del 24-1-2003

 

Fugge dalla comunità: arrestato davanti al Sert

 

Evade dalla comunità di recupero di Apricena a Foggia e lo arrestano all'esterno del Sert di Nocera Inferiore. Con l'accusa di evasione dagli arresti, i carabinieri della nucleo radiomobile di Nocera Inferiore, agli ordini del maresciallo Gabriele Martone, hanno arrestato Achille Miele di 34 anni. L'uomo è stato sorpreso ieri mattina all'esterno della sede distaccata dell'Asl Sa 1 dove distribuiscono il metadone. Da qualche giorno si era allontanato dalla comunità di recupero per tossicodipendenti alla quale era stato assegnato e ieri mattina, durante i controlli, è stato notato nella zona di Santa Chiara. Il malvivente di Nocera Inferiore, con diversi precedenti penali a suo carico, è stato accompagnato nei locali della compagnia dei carabinieri per le formalità di rito e nel primo pomeriggio è stato trasferito presso la casa circondariale di Fuorni. Dovrà rispondere dell'accusa di evasione dagli arresti. Non si esclude che i magistrati possano decidere di concedergli un'altra possibilità, rispedendolo presso la comunità di recupero di Apricena a Foggia. E' da diverso tempo che Achille Miele ha problemi con la droga e la decisione di allontanarsi da Foggia non fa che aggravare non solo la sua posizione.

 

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Da: http://ilmessaggero.caltanet.itdel  24-1-2003

 

Ancona - Tumori al Verbena, “assolto” l’elettrosmog

 

In via Manzoni ci si ammala come nel resto del quartiere, i periti:

«La cabina Enel non c’entra»

 

Per l’esperto di medicina legale, non c’è un collegamento diretto tra la centrale dell’Enel e i casi di cancro nella palazzina di via Manzoni 95, al Verbena. Vittorio Fineschi, docente all’Università di Foggia, ha studiato l’incidenza delle malattie oncologiche anche nelle vie vicine, arrivando alla conclusione che i cinque inquilini colpiti da tumore, quattro dei quali deceduti, nell’edificio "maledetto" rientrano nella media epidemiologica del quartiere. A dimostrazione, purtroppo, di quanto il cancro colpisca la popolazione di tutta Ancona.

Con la deposizione del professor Fineschi si è concluso il lavoro del collegio di periti incaricato di far luce sui pericoli dell’elettrosmog nell’edificio di via Manzoni, su cui ha aperto un’inchiesta il sostituto procuratore Irene Bilotta. I pareri di Fineschi e dei colleghi Giorgio Trenta e Maria Pofi, rispettivamente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare di Frascati e dell’Università di Padova, sono stati acquisiti dal Gip Sante Bascucci con valore di prova in caso di processo. Come la relazione di Fineschi, anche quelle di Trenta e Pofi escludono un nesso di causa ed effetto fra le emissioni di onde elettromagnetiche prodotte dalla centralina Enel ospitata nel seminterrato dello stabile e le gravissime malattie. Ora la parola passa allo stesso Pm, che dovrà decidere se prosciogliere i quattro i funzionari dell'Enel indagati per omicidio colposo plurimo e lesioni gravissime (Virgilio Tomassini, attuale dirigente del compartimento Marche, e i suoi predecessori Ettore Puglisi, Adriano Formiconi e Mauro Curiale, tutti difesi dall’avvocato Paolo Pauri) oppure insistere nell’accusa e chiedere il rinvio a giudizio. Alla luce del parere dei “tre saggi", l’archiviazione del caso sembra l’ipotesi più probabile.

Il procedimento è nato nel luglio 2001 da un esposto presentato dall'avvocato Roberto Tiberi a nome di Carlo Mantini, 65 anni, uno dei residenti del civico 95 di via Manzoni e marito di Elvia Falcini, spentasi nel novembre scorso dopo aver combattuto per anni contro un tumore. Le indagini hanno portato alla luce ben cinque malattie oncologiche nel palazzo. Sembrava un caso più unico che raro, collegato dai residenti alla presenza di una cabina Enel nel seminterrato dell’edificio. Alla luce della super-perizia la vicenda sembra quanto meno ridimensionata, anche se lo stesso professor Fineschi non ha escluso pericoli teorici dell’elettrosmog sull’organismo umano, soprattutto quello dei bambini. Nel caso specifico tuttavia, la distanza tra la cabina elettrica e gli ambienti abitati, nonchè le misure di sicurezza con cui è stato costruito il locale che ospita il generatore, non sarebbero responsabili dei tumori. Secondo gli orientamenti della scienza che, su questo punto, si interroga da anni senza aver raggiunto certezze assolute.

 

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Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 24-1-2003

 

Pesaro

 

Riforniva di pasticche pittore e studentessa dell'Accademia: denunciato

 

URBINO — Lui, P.R., 20 anni, studente della facoltà di Scienze motorie, originario di un paesino della provincia di Foggia, era ritenuto ua sorta di fornitore ufficiale (hashish e pasticche) di quel pittore e di quella studentessa dell'Accademia che vennero arrestati per detenzione a fini di spaccio la scorso giugno dai carabinieri di Urbino.

Visto che tirava aria pesante, il giovane si era trasferito all'università di Bologna. Dove però sempre i militari di Urbino, che non hanno mollato l'indagine, sono andati a scovarlo l'altro ieri. In casa sua hanno trovato infatti 30 pasticche di ecstasy e 30 grammi di hashish, più una boccetta di metadone. Il giovane è stato denunciato per spaccio.

 

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Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 24-1-2003

 

Pesaro

 

Rapina di Saltara: finiti in manette due banditi

 

FANO — Fermati due dei tre banditi che nella mattinata di mercoledì hanno rapinato, taglierino alla mano, la Banca Toscana di Calcinelli, lungo la Flaminia, fuggendo con un bottino di 11.200 euro. Entrambi i fermati, con precedenti per reati contro il patrimonio, sono nativi di Cerignola e sono stati individuati proprio nella loro città d'origine nella tarda serata di mercoledì. Per il 23enne Domenico Carella e per il 19enne Alberto Macchiarulo, è scattato quindi un fermo di polizia giudiziario e il trasferimento nella casa circondariale di Foggia. I due sono stati rintracciati dai carabinieri di Saltara e del nucleo operativo di Fano, che nel giro di poche ore sono riusciti ad individuare la pista che conduceva a Cerignola. Con l'aiuto dei militari della locale stazione dei carabinieri si è poi proceduto a bloccare i due giovani — all'operazione hanno partecipato anche gli uomini dell'Arma di Fano — mentre questi si trovavano in auto. Nella vettura non sono state rinvenute armi e tanto meno i soldi della rapina. E' probabile che gli inquirenti siano risaliti a Carella e Macchiarulo grazie alle riprese delle telecamere esterne della Banca Toscana di Calcinelli e del Credito Cooperativo di Lucrezia, istituto che i malviventi avevano provato a rapinare in precedenza, senza però riuscire ad entrarvi. Ora le indagini proseguono nel tentativo di individuare il terzo complice della banda ed eventuali basisti che potrebbero aver aiutato logisticamente i rapinatori nell'organizzazione del colpo.

co.mo.

 

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Da: http://ilmessaggero.caltanet.it del 24-1-2003

 

Finiscono in manette i banditi che hanno assaltato la Banca Toscana a Calcinelli,

 indagini risolte in poche ore

 

Arresti lampo per la rapina mordi e fuggi

Da Fano fino in Puglia, i carabinieri bloccano due giovani a Cerignola

 

FANO—La rapina più veloce si è conclusa con arresti altrettanto veloci. Sono bastate solo poche ore, una manciata, per consentire ai carabinieri di Fano, Saltara e Pesaro di raccogliere elementi e indizi tali da agire a colpo sicuro, nemmeno otto ore dopo, anche se la pista li ha portati a centinaia di chilometri di casa, a Cerignola, nel cuore della Puglia, dove da tempo pare radicarsi una “scuola" del crimine specializzata in colpi in banche e uffici postali fuori regione. Anche i giovani Alberto Macchiarulo, 19 anni ancora da compiere, e Domenico Carella, di 25 anni, sembrano essere cresciuti alla scuola dei banditi trasfertisti: si sceglie, si macinano centinaia di chilometri, si colpisce, si torna a casa. Amici e complici, già noti alle forze dell’ordine per reati contro il patrimonio, da mercoledì sera i due sono sottoposti a fermo di polizia con l’accusa di rapina in concorso. Sono ritenuti gli autori del colpo avvenuto alle 11.45 dello stesso giorno ai danni della Banca di Toscana di Calcinelli. Una rapina di quelle "mordi e fuggi", col taglierino, e preceduta da un fallito tentativo al fin troppo tartassato Credito Cooperativo di Lucrezia. Il bottino, di oltre 11.000 euro, non è stato ritrovato, due dei tre banditi invece sì. Hanno lasciato tracce come Pollicino e bravi sono stati i carabinieri a metterle (velocemente) insieme, raccogliendo una testimonianza qui e un indizio là. Conclusione? Alle 20 di mercoledì i carabinieri di Cerignola hanno fatto una sorpresa, non proprio gradita, presentandosi ai due con il provvedimento del fermo. Manca il terzo, ma i segugi dell’Arma hanno già annusato la pista.

 

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Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 24-1-2003

 

Reggio Emilia

 

Ha rischiato quattro volte

 

«Ma che intervista! Non ho mica fatto la prima o la seconda guerra mondiale. La mia è una vita normale». Carmelo Cataliotti, 68 anni, originario di Capo d'Orlando (Messina), avvocato di successo, giovedì 16 gennaio è stato a un passo dalla morte. E' stato infatti colpito da un infarto. Dopo cinque giorni di ricovero al Santa Maria, il professionista martedì è stato trasferito al Sant'Anna di Castelnovo Monti, dove sta effettuando la riabilitazione. La moglie Silvia Badodi e i figli Liborio, Annalisa e Cristina fanno a gara per prestargli le cure, mentre i suoi due nipotini se lo coccolano a più non posso. Non è la prima volta che Carmelo Cataliotti rischia la vita. «La prima avvenne il 21 luglio 1943, quando a Foggia le bombe ci fecero cadere la casa addosso. Io e i miei familiari uscimmo dalle macerie e ci mitragliarono addosso». La seconda, sei mesi dopo. «Avvenne durante il trasporto di masserizie. Io mi sedetti su un colapasta che mi procurò un'infezione. Mi salvarono per miracolo». Infine, il 15 febbraio 1953. «Andavo a vedere l'Inter e il treno sul quale viaggiavo si schiantò contro la stazione. Ci furono 23 morti, due dei quali a un passo da me. Io neppure un graffio».

 

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Da: http://ilmessaggero.caltanet.it del 24-1-2003

 

PESARO - OPERAZIONE RECLAIM

 

Maizzi ha problemi di salute, richiesta la sua scarcerazione

 

Le condizioni di salute di Andrea Maizzi, il foggiano di 52 anni arrestato insieme ad altre 66 persone nell' ambito dell'operazione «Reclaim» con l'accusa di far parte di un'associazione per delinquere attiva nel mercato dei videopoker e delle bische clandestine, sarebbero incompatibili con la reclusione in carcere. A sostenerlo è la difesa del presunto boss, rappresentata dall'avv. Francesco De Minicis di Fermo, che nell'udienza di oggi ha chiesto al Tribunale del riesame di Ancona di dichiarare l' incompabilità con il regime carcerario per il suo cliente.

La decisione dei giudici è prevista per oggi. Secondo il difensore, in assenza di un ricovero in una struttura sanitaria, di una risonanza magnetica urgente e di cure adeguate, Maizzi rischierebbe di finire su una sedia a rotelle. L'uomo soffre infatti di una discopatia duplice, aggravata da complicazioni varie, per la quale era stato operato nel maggio scorso, tredici giorni prima dell' arresto.

Una situazione che si sarebbe aggravata - secondo il difensore - a causa dei continui trasferimenti a bordo dei cellulari delle forze di polizia e della mancanza di terapie e accertamenti clinici che, ha sottolineato De Minicis, nel novembre scorso sarebbero stati sollecitati anche dalla direzione sanitaria del carcere dove Maizzi è recluso.

Argomentazioni rafforzare dal perito nominato dal tribunale, che ha giudicato le condizioni di salute dell' uomo incompatibili con il carcere. Opposto era stato invece l'esito degli accertamenti disposti dal gip di Ancona, che aveva respinto l'istanza in primo grado non ritenendo accoglibili le richieste di Maizzi. Lo stesso pm Irene Bilotta, presente in aula, si è opposto alla scarcerazione. A suo avviso i disturbi fisici lamentati dall'arrestato sono compatibili con la reclusione in carcere e l'effettuazione di eventuali accertamenti sanitari. A parere del magistrato, infatti, quella della difesa sarebbe solo una strategia per ottenere la scarcerazione di Maizzi ed evitargli così il rischio di applicazione delle misure di carcere durò previste dall'art. 41 bis ed astrattamente prevedibili per i reati contestati all' indagato.

 

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Da:  www.lastampa.it del 24-1-2003

 

ALBENGA

Rapina alla Bnl con sequestro: due condanne

 

Il gup Fiumanò ha condannato a 3 anni 10 mesi 10 giorni di carcere Vincenzo De Luca, 42 anni e Savino Di Bitonto, 45 anni, siciliano e foggiano. Erano accusati di aver rapinato con cutter e coltello a serramanico l´agenzia Bnl di Albenga, dopo aver chiuso in un locale caldaie i clienti e dopo aver malmenato uno di questi e un impiegato. Erano stati arrestati il 24 giugno 2002.

r. sr.

 

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Da: http://www.gazzettadimodena.quotidianiespresso.it del 23-1-2003

 

MODENA

          

Il guardone delle studentesse nude

 

Preso dai carabinieri: 'Mi piacciono le donne, che male c'è?'

 

a,setti.

 

Cercava ossessivamente di spiare le studentesse ospiti a Modena presso la palazzina universitaria di via Gottardi.

Ma gli è andata buca un paio di volte: è così il guardone è stato pizzicato dai carabinieri. Ora dovrà rispondere di violazione di domicilio aggravata, allo scopo dichiarato di osservare da vicino le grazie di giovani e belle universitarie. La procura ha infatti deciso il rinvio a giudizio dello stravagante guardone, un 43enne modenese non nuovo a questi episodi. Lui dice che non è un delinquente, gli piace fare scherzi, bizzarrie.

Ma stavolta la giustizia fa sul serio: sarà processato in tribunale, per una bravata che rischia di costargli cara. Anche perchè, come ogni guardone che si rispetti, è recidivo. I fatti risalgono ad un paio d'anni or sono. Prima una ragazza 22enne di Foggia nota un uomo che si è introdotto furtivamente nell'appartamento dove alloggia, all'evidente scopo di spiarla. Poi, rientrando a casa, lo sorprende sulla terrazza, mentre allunga il collo alla finestra del bagno, per sbirciare. La ragazza chiama i carabinieri, annota la targa dell'auto e i militari rintracciano l'uomo. Il quale, candidamente, ammette: «E allora? Mi piace guardarle le donne, possibilmente svestite: c'è qualcosa di male?»

 

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Da:http://www.ilcentro.quotidianiespresso.it del 23-1-2003

 

VASTO - SAN SALVO

 

Resta senza benzina sull'autostrada

Arrestato, deve scontare 4 anni

 

IL FATTO In trappola un pugliese

 

VASTO. Tradito dalla benzina. Giuseppe Guarano, 37 anni, di Sannicandro Garganico (Foggia), condannato a quattro anni e mezzo di reclusione dal tribunale di Lucera (condanna passata in giudicato) mentre all'alba di ieri cercava di raggiungere la Puglia a bordo di una Ford Sierra, è stato costretto a fermarsi ad un distributore per fare rifornimento. La lucetta rossa che lampeggiava da tempo segnalava che il serbatoio dell'autovettura era completamente a secco. Inutile proseguire. L'auto avrebbe potuto percorrere al massimo un altro breve tratto di strada. Bisognava fare benzina. All'altezza di Vasto-nord il conducente si è fermato ad una stazione di servizio. Non aveva però con sé il denaro per il rifornimento. Particolare non da poco. Probabilmente Guarano stava pensando a come risolvere la questione quando la pattuglia degli agenti della sottosezione autostradale Vasto-sud è arrivata nella stazione di servizio. E' bastato comunicare i suoi dati alla centrale per appurare che l'automobilista pugliese era stato condannato a quattro anni e mezzo di reclusione dal tribunale di Lucera per una serie di reati.

Pochi minuti dopo le manette sono scattate ai suoi polsi. Giuseppe Guarano è stato rinchiuso nel carcere di Torre Sinello a Punta Penna. L'uomo è ora in attesa delle decisioni che saranno prese dal tribunale di Lucera. Non è escluso che l'uomo possa essere trasferito in Puglia nelle prossime ore.

 

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Da: ‘La Voce di Rimini’ del 23-1-2003

 

Rapina, i due restano dentro

 

MISANO - Sono stati condannati a due anni, otto mesi e 20 giorni, e restano dentro il carcere di Rimini, i due algerini ritenuti responsabili di aver rapinato, nonché picchiato, un cuoco 21enne di Lucera di Foggia mentre era in spiaggia di notte. L'episodio, che ha portato al giudizio abbreviato il 20enne Mouhamed Azouzi e il suo connazionale Saide Hamdoun, che ieri mattina sono comparsi davanti - difesi dall'avvocato Mario Scarpa - al Gup del Tribunale di Rimini Giovanni Trerè, era accaduto nella notte del 24 giugno dello scorso anno. Il giovane cuoco pugliese, dopo aver lavorato fino a tardi nel ristorante di un albergo di Misano dove stava facendo la stagione, si era poi recato sulla spiaggia vicino dove, forse vinto dalla stanchezza, si era appisolato sulla sabbia. Improvvisamente il giovane pugliese aveva avvertito una mano estranea che lo frugava e, risvegliatosi del tutto, aveva cercato di reagire al tentativo di furto portato avanti da una sola persona. Ma appena il cuoco aveva cercato di svincolarsi, dal buio - sempre secondo il racconto che aveva poi fatto ai carabinieri di Misano dove si era recato a sporgere denuncia - erano emerse altre tre figure e, tutti e quattro, lo avevano malmenato per poi fuggire con un bottino di mille euro (parte della paga appena ricevuta) e un cellulare. Il giovane cuoco aveva riconosciuto tre dei suoi aggressori dalle foto segnaletiche, ma alla fine solo due sono finiti in carcere, dove sono rimasti fino al processo e dove dovranno restare. Durante il processo Mouhamed Azouzi ha cercato di scagionare il suo connazionale accollandosi tutte le colpe, ma evidentemente non è stato creduto dal gup Trerè che ha condannato entrambi a due anni, otto mesi e 20 giorni.

 

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Da: http://ilmattino.caltanet.it del 22-1-2003

 

Ariano, presi i rapinatori della tabaccheria

 

Sarebbero due giovani operai di Foggia, A. R. e L. F., entrambi di 23 anni, incensurati, ad aver tentato di rapinare, armi in pugno (non si sa se vere o false), la sera del 3 gennaio la tabaccheria di Caterina Corsano in località Turco di Ariano Irpino. La rapina andò a vuoto perchè il marito della titolare dell'esercizio commerciale, Raimondo Lo Conte, reagì inveendo e lanciando degli oggetti nei confronti dei rapinatori che si diedero a precipitosa fuga. Il gip presso il tribunale, Romano, ha accolto, infatti, la richiesta del pm Palladino, di emettere ordine di custodia cautelare in carcere per i due giovani. Sono stati i carabinieri del Nucleo Operativo, di intesa con quello di Foggia, ad eseguire l'ordine e a trasferire i due foggiani presso la casa circondariale di Ariano. I due sarebbero stati incastrati da una serie di errori. Infatti, pur indossando il passamontagna, si erano espressi facendo denotare una inflessione dialettale pugliese. Inoltre erano giunti ad Ariano con un'autovettura che non era passata inosservata ai testinomi della tentata rapina. Infine negli ultimi giorni alcune intercettazioni telefoniche ed ambientali hanno confermato i sospetti degli inquirenti. I due ventitreenni sono stati prelevati alle prime luci dell'alba di ieri nelle loro rispettive abitazioni. Alla presenza dei militi hanno tentato di reagire sostenendo di essere vittime di un clamoroso errore giudiziario. v.g.

 

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Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 22-1-2003

 

Bologna

 

Presi i soliti sospetti con l'amaro in bocca

 

Secondo gli inquirenti si tratta di una organizzazione criminale specializzata in rapine in aziende, durante le quali i banditi spesso si coprivano la fuga prendendo degli ostagg. E sarebbe stata sgominarla dalla Guardia di Finanza in seguito ad indagini del nucleo regionale di polizia tributaria.

Sono finiti in carcere per rapina, sequestro di persona, ricettazione e riciclaggio Pietro e Giuseppe Laforgia, di 36 e 40 anni, e Mauro Di Palma, di 46, tutti di Andria (Bari), e Donato e Michele Di Biase, 32 e 42 anni, di Cerignola (Foggia). Gli arrestati sono accusati tra l'altro di aver compiuto nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 2000 la razzia di bottiglie di Amaro Montenegro (nella foto) nello stabilimento di Zola Predosa.

Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip presso il tribunale di Trani, Lovecchio su richiesta del sostituto procuratore Maralfa. Per eseguirle, sono stati impiegati sessanta militari e quindici automezzi.

I rapinatori irrompevano nelle aziende armati e mascherati e, dopo aver sequestrato chi era all'interno, si appropriavano di notevoli quantitativi di merci ad elevato valore aggiunto. Tra gli episodi contestati al gruppo, che sarebbe stato capitanato da Giuseppe Laforgia,ci sono una rapina nel frantoio dei «Produttori Oleari Biscegliesi» la notte del 13 gennaio 2000 a Bisceglie (Bari) al termine della quale si servirono del figlio del titolare dell'azienda per coprirsi la fuga e un furto, due notti dopo, alla «Montenegro SpA» di Zola durante la quale si impossessarono di amari per un valore di 150 milioni di lire. Entrati con un camion nello stabilimento alle 3 di notte, quei banditi lasciarono molte impronte.

 

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Da:  del 22-1-2003

 

Vigone, pellegrinaggio da tutta Italia al "Grifone"

 

«Varenne, ti trovo un po' ingrassato»

 

Affetto indelebile ad un anno dalle glorie nel Prix d'Amerique

 

VIGONE - «Ti trovo un po' ingrassato, ma puoi concedertelo dopo tanta fatica», «come sei bello», «sei morbido come la seta», «grazie Capitano!». L'elenco delle frasi pronunciate dai fan potrebbe continuare, il destinatario è lui, Varenne, festeggiato sabato scorso in un allevamento, "Il grifone", avvolto dalla nebbia. Sono giunti da tutta Italia per incontrare il loro idolo nella nuova dimora e le condizioni atmosferiche avevano il merito di rendere più ovattato il luogo, marcando una distanza non solo temporale con Parigi.

Già, il Prix d'Amerique: il ricordo delle imprese di Varenne in quella che è la più importante corsa al mondo resta indelebile nei tanti che vi hanno assistito direttamente. Per ricambiare il Capitano della gioia regalatagli all'ippodromo parigino per due anni di seguito, Gianluca, dentista foggiano, si è sobbarcato un viaggio in treno durato tutta la notte. Ma a Vigone, un po' alla spicciolata per la nebbia, si sono dati appuntamento tifosi provenienti dalla Sardegna, dal Trentino, dalla Toscana, dalla Liguria.

Una truppa eterogenea, anche per età. Si va dalla bambina che ha scritto una lettera a Varenne al 79enne di Novi Ligure che di cavalli ne ha visti tanti: «Ma come lui non c'è nessuno». Il Capitano è tranquillissimo, posa con assoluta mansuetudine per le foto ricordo a cui nessuno dei presenti (si trasferiranno per il pranzo all'Hostaria… di Varenne a Collegno) può e vuole sottrarsi. Roberto Brischetto assiste con soddisfazione ai festeggiamenti nei confronti del suo Varenne, chiede solo di non cingere d'assedio il cavallo ma sa bene che la passione è difficile da contenere.

Tutt'attorno, appesi qua e là, gli striscioni realizzati da Angelo De Carli, istrionico promotore dell'evento: «Il giorno del Prix d'Amerique staccherò il telefono e tirerò giù le tapparelle. Farò finta che non sia la fatidica domenica». «Già, nessuno dei partenti regge anche soli il confronto con il nostro Varenne» aggiunge una signora. C'e ancora tempo per la simbolica consegna dei ferri del Capitano al nuovo commissario del settore ippico italiano, Francesco Saverio Abate, mentre rimane, come giusto, in secondo piano il problema dell'artrite virale che potrebbe interessare il Varenne riproduttore. Un verdetto definitivo dal ministero della Sanità è atteso in settimana. Chiude Brischetto: «Se le valutazioni sull'attività riproduttiva del Capitano sono legate a questo pronunciamento, sapete quanta soddisfazione dà alzarsi al mattino e venire a trovare Varenne? Averlo con me è comunque un privilegio».

 

Aldo Peinetti

 

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Da: www.unionesarda.it del 22-1-2003

 

L’autrice

 

Varie forme d’arte, la stessa sensibilità E ora l’esordio nella narrativa

 

Myriam Scasseddu ha scelto per la copertina della sua prima raccolta di racconti, appena pubblicata da Bastogi, un celebre dipinto di Artemisia Gentileschi che raffigura Giuditta e la fantesca dopo la decapitazione di Oloferne. E Giuditta si intitola il libro (155 pagine, 11 euro) di cui per gentile concessione della casa editrice pubblichiamo la prefazione. A firmarla è Maria Luisa Spaziani, una delle voci più originali e apprezzate della poesia contemporanea, legata da anni da un profondo rapporto di stima con l’artista cagliaritana.

Tra le arti figurative e la letteratura si muove del resto il mondo di Myriam Scasseddu, che nella sua ricerca artistica si è sempre mossa liberamente, trovando prima soprattutto nella scultura, poi nella pittura e nella poesia, e più di recente nella narrativa, le forme espressive più consone alla sua sensibilità “dolorante e desta”. «La sua - scrive Claudio Toscano nel commentare la sua presenza nell’antologia Poeti italiani del II dopoguerra - è una sofferta presenza nel disappunto della vita, una privilegiata premonizione delle sensitività creatrici».

La Scasseddu ha sempre pubblicato con la versatile casa editrice foggiana: è del 1996 la raccolta di versi I cerchi nell’acqua (collana di poesia Il Capricorno), che si avvale anch’essa della prefazione di Maria Luisa Spaziani. Ed è di prossima pubblicazione una seconda raccolta di poesie, intitolata La luce e lo spazio. Quanto alla narrativa, l’autrice sta lavorando a un nuovo volume, Le ali di Icaro.

O.S.

 

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Da: http://www.tribunatreviso.quotidianiespresso.it del 22-1-2003

 

Sergio Bellato

 

Bellato e Tognana «esplorano» Brindisi

 

Dopo Manfredonia e Matera spunta un'altra ipotesi di delocalizzazione

 

n.p.

 

Tutto è cominciato poco meno di un anno fa, alla fine di febbraio, quando il sindaco di Brindisi Giovanni Antonino è salito nella Marca per incontrare il presidente di Unindustria e il sindaco di Treviso per parlare di delocalizzazione, di nuove aziende e di occupazione.

Ieri Bellato era a Brindisi, in compagnia di Nicola Tognana numero due di Confindustria, per ricambiare la visita, ma soprattutto per sondare il terreno. Per esplorare le opportunità che può offrire l'area industriale brindisina alle imprese trevigiane. A fare gli onori di casa il sindaco brindisino Antonino, il presidente della Provincia, Nicola Frugis, e il presidente dell'Assindustria, Stefano L'Abate. Al momento non c'è nulla di concreto, in quanto Unindustria, è impegnata al massimo a condurre in porto il progetto Matera. Vale a dire la seconda operazione di delocalizzazione, dopo quella felicemente conclusa a Manfredonia.

«Grazie ad una efficiente piattaforma logistica ed al porto», ha detto ieri Tognana nel corso dell'incontro nella sede di Assindustria, «Brindisi ha una marcia in più rispetto ad altri territori del Mezzogiorno» Tognana ha sottolineato come in questa fase il Paese sia chiamato ad affrontare sfide importanti cui non potrà presentarsi con l'asimmetria determinata dal divario esistente tra Nord e Sud. La sfida dell' occupazione», ha insistito il vice di D'Amato, «si gioca nel Mezzogiorno, se l'Italia deve far lievitare il tasso di occupazione dal 50 al 65 per cento».

Tognana e Bellato, hanno poi sottolineato l'esperienza positiva che tante aziende trevigiane stanno maturando a Manfredonia ed a Matera, dove hanno trovato manodopera di ottima qualità e le condizioni ideali per investire, anche grazie all'intervento dello Stato.

Brindisi seguirà l'esempio di Manfredonia e Matera? «Potrà seguire la stessa strada», è stato detto dai due imprenditori, «a condizione che la pubblica amministrazione dimostri di sapere essere efficiente, che si avviino processi di formazione professionale e che si sviluppino processi di ricerca e di innovazione tecnologica».

 

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Da: http://www.lacittadisalerno.quotidianiespresso.it del 22-1-2003

 

Il carnet degli appuntamenti della celebrazione

 

Arbore, testimonial di pace

 

Renzo Arbore, accompagnato dalla sua Orchestra italiana, sarà il testimonial di una ''Salerno città di pace''. Che rievoca una tranche di guerra, ma solo per celebrare la democrazia. Lo ha spiegato Alberto D'Anna, commissario dell'Azienda autonoma di soggiorno e turismo, che da mesi è al lavoro per celebrare il sessantesimo anniversario dello sbarco a Salerno. Reduce da una riunione per organizzare le ultime date di un cartellone ricco di iniziative, D'Anna svela che, proprio in questi giorni, Renzo Arbore, contattato dall'assessorato al turismo della Regione, ha accettato l'invito. E l'11 settembre, si esibirà in concerto ai templi di Paestum. «Abbiamo deciso di prorogare fino all'11 settembre le celebrazioni dello sbarco - ha chiarito il commissario - L'11 settembre, anniversario della strage delle torri gemelle di New York, vorrà essere l'occasione per candidare Salerno a diventare città della pace e della democrazia. In quest'ottica le celebrazioni ricorderanno lo sbarco, ed il sacrificio di tanti uomini, come simbolo di una conquista positiva, al di là degli orrori di tutte le guerre». Le celebrazioni si terranno dal 7 all'11 settembre. In cantiere una ''Mostra sullo Sbarco'' curata dal professore Angelo Pesce, la ''Regata della Pace'', un concerto bandistico, una sfilata di mezzi corazzati d'epoca, una drammatizzazione storica tesa a ricostruire i cruciali giorni del settembre 1943 curata dal regista Gaetano Stella. è inoltre previsto il coinvolgimento delle scuole salernitane. Sarà poi attivato un sito internet dedicato allo sbarco alleato, in cui sarà possibile trovare ogni informazione relativa alle celebrazioni.

 

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Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 21-1-2003

 

Cronaca

 

«Altro che censore, Flores cerca solo spazio per i suoi»

 

ROMA — Che il rapporto tra i Ds e gli autonominati rappresentanti della piazza girotondina fosse difficile, si sapeva. Ora, però, con le amministrative di primavera che si avvicinano, in gioco non c'è più 'solo' l'immagine della classe dirigente della Quercia. In gioco ora ci sono i voti del maggior partito della sinistra, insidiati dall'ipotesi di «liste civiche» collegate ai movimenti che il direttore di Micromega Paolo Flores d'Arcais minaccia di presentare «laddove l'Ulivo avanzerà nomi impresentabili». E' davvero troppo. E il coordinatore della segreteria diessina Vannino Chiti pianta i suoi paletti. «Nessuno — dice — neanche Flores d'Arcais, ha il monopolio della società civile».

No, ma sembra tenervi in scacco.

«Flores è un distruttore e noi non possiamo accettare questa sorta di giudizio di Dio».

Flores dice di parlare a nome della piazza.

«Vede, ci sono dei movimenti attivamente impegnati nell'arricchimento dei contenuti dell'Ulivo e ci sono alcune personalità che sembrano invece interessate solo ai ruoli e chiedono spazi...».

...e gli uni non corrispondono agli altri?

«No, la maggior parte delle associazioni e dei movimenti ci chiede unità e vuole che la si finisca con i litigi. Flores e altri, invece, si comportano come se avessero il monopolio della società civile».

Hanno invece il monopolio della rappresentanza politica della società civile, ed è colpa anche vostra...

«No, guardi, noi parliamo con tutti. Ma della società civile fanno parte anche i 550mila iscritti ai Ds, il volontariato, i sindacati, le associazioni di categoria...».

Non solo i girotondi, dunque.

«Non credo che chi partecipa ai girotondi la pensi come qualcuno che dice di rappresentarli».

Tutto, però, è nato con l'attacco di Moretti ai vertici dell'Ulivo.

«Sì, ma chi va in piazza non chiede risse né vuole una resa dei conti rispetto a gruppi dirigenti scelti attraverso congressi democratici».

E se presentano liste autonome?

«Sarebbe un errore gravissimo, che peraltro hanno sempre detto di non voler commettere. Una scelta utile solo alla destra».

E' immaginabile che l'Ulivo candidi rappresentanti dei girotondi?

«Certo, ma non sarebbe una novità. L'Ulivo ha vinto le amministrative dello scorso maggio proprio perché si è aperto alla società civile. E' così che abbiamo conquistato il comune di Piacenza e anche stavolta eviteremo di chiuderci nelle élite di partito».

Farete accordi anche con Rifondazione.

«Con Rifondazione e con l'Italia dei valori, ma sempre sulla base di programmi legati al territorio».

Mastella, però, minaccia di presentarsi col centrodestra.

«Sarebbe sbagliato. L'Udeur è parte dell'Ulivo e in alcune realtà è decisiva».

In quelle realtà come Benevento e Foggia, però, li avete esclusi.

«Non è vero. Certo, a Foggia l'Ulivo locale ha deciso di rivolgersi alla società civile candidando il presidente dell'Ordine dei medici, ma è un modo per vincere tutti assieme, non certo per escludere l'Udeur».

Quale sarà il ruolo di Cofferati in queste elezioni?

«Cofferati lavorerà per i Ds e per l'Ulivo nel senso di un incontro costruttivo con la società civile».

Il referendum sull'articolo 18 vi penalizzerà?

«Temo che possa influire sul voto. E ha ragione Cofferati nel dire che occorre fermarsi e riflettere per spiegare la nostra posizione al Paese con un'iniziativa legislativa».

 

di Andrea Cangini

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Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 21-1-2003

 

Bologna

 

I funerali di Campisi

 

Ieri pomeriggio si sono svolte nella chiesa parrocchiale di Castel dell'Alpi (San Benedetto Val di Sambro), le esequie del capitano in congedo Ugo Campisi, originario di San Severo di Foggia, ma da tempo residente in questo paese appenninico.Per espressa volontà del Campisi stesso, deceduto all'ospedale di Loiano, la salma è stata composta in uniforme e ad essa sono stati attribuiti gli onori militari .Alla cerimonia sono intervenute le autorità civili e militari.

v. b.

 

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Da: www.lastampa.it del 21-1-2003

 

Milano

 

Burrate «made in Puglia», ma anche vino e olio doc

 

ARIANNA CORTE

 

All´alimentari Vecchi Sapori si può fare la spesa quotidiana, pane, acqua e latte sono assicurati. Ma i clienti vengono presi per la gola con chicche alimentari davvero speciali, come la burrata. Sono tanti i posti in città dove la si compra fresca, inviata direttamente dal sud d´Italia, penseranno in molti. Trovarla genuina e buona come in questa piccola bottega in zona stazione Vittoria, però, è davvero difficile. Il negozio è ruspante, gestito con vera passione da Damiano Giannatempo, un pugliese doc che un paio di anni fa, aiutato da qualche amico, ha allestito questo spazio: scaffali di legno chiaro, pavimento con vecchie piastrelle, un´affettatrice, un banco frigo. Semplice nell´arredamento, ma agguerrito nella concorrenza. Alle pareti le foto del cane Kelly e, grande, l´immagine di Padre Pio. Ovviamente non manca il retrobottega. Un negozio poco milanese anche nell´orario (9,30-13; 16-20,30 aperto anche il lunedì) e dichiaratamente all´insegna del profondo Sud. Burrate, bufale, stracciatelle. E ancora pecorini stagionati, orecchiette e strascinati (tipici quelli cucinati con le cime di rapa) canestrato pugliese, olio, vino, limoncino del Gargano, passate di pomodoro, conserve di ogni genere. Sul podio delle specialità quella di rucola selvatica ottima anche con i cavatieddi pugliesi. Tutti prodotti che Damiano compra direttamente da piccoli produttori. Perché qui si viene non solo per trovare la specialità regionale, ma anche per fare la spesa corrente, completa di pane (arriva dalla Puglia 4 giorni alla settimana), zucchero, sale e acqua, anche questa meridionale (la Gaudianella, l´acqua di Monticchio, effervescente naturale). Si ritornerà per le mozzarelle e la burrata (13,50 euro al chilo), ma si scoprirà anche la gioia dei butirri (latticini fatti con una pallina di burro racchiusa in un involucro di pasta filata a forma di piccolo caciocavallo) e perché, tra una lattina di tè freddo, una confezione di pasta fresca e una `nduia calabrese (insaccato spalmabile molto piccante) si può trovare anche quel rosso fatto nelle tenute di Albano che di solito sta in bella mostra nelle enoteca del centro: quel Platone delle Tenute Albano Carrisi che, per l´annata del 1998, ha vinto i Tre bicchieri del Gambero Rosso nel 2002. I vecchi sapori, via Anfossi 44, tel. 025462379. Chiuso solo la domenica. Orari di apertura: 9,30-13; 16-20,30.

 

LUIGI CREMONA

Anno 3, n. 74
27
gennaio 2003

IN QUESTO NUMERO

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CHE SARA' IN RETE


LUNEDI 
3 febbraio 2003