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FOGGIA, ITALIA Dove e come si parla
di Foggia e dei foggiani Da: ‘Il Giornale di Brescia’ del 27-1-2003 LETTERE
AL DIRETTORE / UNO SFOGO Lettera a Gianni Agnelli Ciao nonno Gianni, in vita non mi sarei mai permesso di
rivolgermi a te così confidenzialmente, ma oggi 25 gennaio 2003, il
giorno dopo la notizia della tua morte, devi concedermi questo sfogo ,
questo ultimo abbraccio sincero. Prima che si scateni la retorica più
becera, quella che fa venire la nausea, volevo farti sapere cosa provo nel
leggere la notizia della tua scomparsa: la stessa cosa che si prova a
perdere il nonno paterno. Rabbia, disagio, vuoto istituzionale ma anche
voglia di ringraziarti soprattutto da parte di mio padre, quel terrone che
circa quarant’anni fa è entrato in una delle tue fabbriche per uscirne
orgogliosamente integerrimo e lontanissimo da quella vita che al suo paese
lo aspettava matrigna, misero e ignorante dei fatti della sua Italia.
Troppe cose, anche se a distanza e anonime, abbiamo fatto insieme, io te e
i miei genitori, per non provare un senso di vuoto e di vertigine a
guardare dove tu non ci sei più. Sapevo dei tuoi problemi, dei tuoi
ottant’anni suonati, della tua voglia di passare il testimone, ma
evitavo questo momento vigliaccamente, per non trovarmi così triste,
abbracciato ad una foto in bianco e nero che mi immortala, in compagnia di
altri trenta bambini, sulle spiagge di Igea Marina, in quella colonia che
a distanza di trent’anni e passa mi è restata nel cuore come
l’esperienza più importante della mia vita. E tutto grazie a te e al
tuo progetto di FABBRICA/FAMIGLIA italiana che mi è rimasto come
comandamento innegabile e prioritario. Due lire di trattenuta in busta
paga e mille soddisfazioni ai figli dei dipendenti: un mese nelle tue
colonie stile fascista, saluto al Tricolore la mattina, irrigiditi e
inquadrati come un reggimento, vestiti, rimpinzati e lavati tutti i
giorni, gialli e blu; fantastici regali alla Befana, dopo-lavoro al cinema
e ambulatori convenzionati. Anche il sindacato più cieco e sordo si
arrendeva davanti alle tue proposte. Oggi tutto è più brutto, anche gli
scioperi di Termini Imerese, con altoparlanti stranieri ai piedi di auto
giapponesi o coreane. Penso a te e mi rivedo piccolino attaccato ad uno
dei tuoi cancelli, spensierato, in attesa della fine del turno di lavoro
di mio padre, con la macchina, rigorosamente FIAT, rivolta a sud e carica,
come un carro di pionieri, di masserizie, barattoli e bidoni per il vino e
l’olio di Cerignola; una fuga retribuita, permessa una volta all’anno
all’uomo più "senza radici" di questo mondo, frettoloso di
abbracciare una madre e un padre sempre troppo lontani e sempre più
vecchi. Oggi meridionale incavolato per la prepotenza di chi ha fatto la
sua stessa scelta, ma con fare più violento e meno riconoscente, pilotati
da quel "Grande Fratello" che vuole metterci sempre uno contro
l’altro per approfittarne e lucrarci sopra spudoratamente . Con te se
n’è andato "l’ultimo dei Gattopardi", di quelli onesti e
orgogliosamente italici. Quelli che oggi scrivono che sei stato un grande
uomo ieri ti odiavano e ti invidiavano perchè compravi i Governi e facevi
"il nero" sulla pelle dei tuoi stessi dipendenti, accecati
dall’invidia per la tua signorilità e il tuo successo incommensurabile,
soprattutto nel mondo, mai profeta in patria. Per me, invece, sei stato
l’ultimo degli Italiani. In questo Paese dei Fichi d’India, la tua
ultima definizione più azzeccata, frutto spinoso, traditore e dolce allo
stesso tempo, dopo di te non ci sarà più nessuno così orgogliosamente
italiano e in grado di farlo sapere a tutto il mondo, col tuo stile
silenzioso, gattopardesco e cinico. In questo Paese di mezzi uomini e
quaqquaraqqua il vuoto che stai lasciando urla e stride contro la voglia
di ribellarsi a questo schifo di società qualunquista e castrante, senza
spina dorsale, troppo buona e rossa. Ora ci dovremo accontentare di
riciclati uscieri della prima Repubblica, statali annoiati che si
industriano a perdere solo tempo, politici poco credibili, senza spessore
ideologico, con la coerenza che si compra con niente, giornalisti
macchietta senza carisma e originalità italica, parenti lontani di quel
Cristoforo che se non scopriva l’America oggi saremmo tutti più ricchi.
Concludo con una solenne promessa: non ti dimenticherò domani mattina,
come farà il 90% della tua Italia, bighellona, fannullona e irriverente.
Metterò qui la tua foto, in mezzo a chi, per me, è stato il Duce, il
cultore di uno stile italiano di alto rango, che non morirà mai. Sei
stato un grande uomo nato in Italia, vissuto per l’ITALIA e morto solo
fisicamente. Un dignitario risorgimentale a cui hai saputo dare quel tocco
di modernità mettendo l’orologio sopra il polsino e accentuando la erre
moscia a perenne ricordo del debito francese che dobbiamo scontare. Grazie
di tutto Avvocato e ...veglia ancora su di noi. MICHELE SGARRO Botticino ==== Da: ‘La Voce di Rimini’ del 27-1-2003 CRONACA
RICCIONE Droga ed evasione, sette in manette Lunga notte di lavoro
per i carabinieri che hanno portato in carcere 4 uomini e 3 donne RICCIONE - Sette arresti e due denunce in stato di libertà
è il bilancio dei carabinieri del nor compagnia, della tenenza di
Cattolica e delle stazioni di Riccione, Misano e Morciano che hanno
operato nel corso della notte tra sabato e domenica. Andiamo con ordine
partendo dagli arresti. A San Clemente i militari dell'aliquota
radiomobile del nor, dopo aver osservato un via vai di "facce
note" che entravano e uscivano da un'abitazione del paese. I
carabinieri hanno deciso di intervenire e, avuta la certezza che i due
stavano spacciando, hanno deciso di perquisire la casa. Qui hanno trovato,
e sequestrato, quasi 16 grammi di cocaina e così le manette sono scattate
ai polsi di R.R., 37enne nato a Rimini e residente a San Clemente, e di
L.N., 29enne nata a Milano e residente a Garbagnate Milanese. Intanto i
carabinieri della stazione di Riccione, nel corso dei controlli effettuati
fuori dalle discoteche in collina, hanno arrestato il foggiano 24enne
G.M., muratore e pregiudicato, ed M.F., 29enne di Adria in provincia di
Rovigo, nubile. I due sono accusati di detenzione e spaccio, nei confronti
di terzi identificati e segnalati al Prefetto, di 22 pasticche di ecstasy.
Intanto a Cattolica i militari della locale tenenza arrestavano una coppia
di napoletani, E.S. 34enne residente a Riccione, coniugato e pregiudicato,
e la 24enne P.C.m 44enne anche lei residente a Riccione, separata. I due
sono finiti in carcere con l'accusa di detenzione e spaccio di quasi tre
grammi di cocaina. Sempre nella notte i carabinieri cattolichini hanno
arrestato il napoletano R.G.L., 38enne di fatto domiciliato in città,
poiché responsabile di evasione dagli arresti domiciliari. Ma la curiosità
è in quanto accaduto nel corso dell'arresto. Infatti R.G.L., alla vista
dei carabinieri, ha ingoiato alcune dosi di cocaina che aveva in tasca.
Così il napoletano 38enne è stato piantonato all'ospedale Ceccarini di
Riccione in attesa del "recupero" delle buste di cocaina che
potrebbero portare a un secondo mandato per detenzione e spaccio di
sostanze stupefacenti. Intanto i carabinieri di Misano, al termine di
lunghe indagini, hanno denunciato in stato di libertà il napoletano
33enne A.D., residente a San Clemente, autista pluripregiudicato, e la
teatina S.M., nata a Lanciano 31anni fa, barista residente a Riccione,
poiché ritenuti responsabili, in concorso tra loro, dei reati di
"sostituzione di persona, falsità materiale, uso di atti falsi,
truffa e falsa attestazione della propria identità. In pratica i
carabinieri si sono introdotti nell'abitazione a San Clemente di A.D. dove
hanno rintracciato vari documenti di identità, buste paga, tesserini di
codice fiscale (sia in originale che già pronti in fotocopia) intestati
ad altri nomi (risultati estranei alla vicenda), ma che riportavano le
loro foto. I documenti falsificati erano utilizzati dalla coppia per
ottenere dei finanziamenti (al momento quantificati in circa 15mila euro)
destinati ad acquistare di varie merci presso attività commerciali della
zona. Tutti i vari documenti falsificati sono stati sequestrati. ==== Da: www.laprovinciadicremona.it del 27-1-2003 Parma. Lucia Ferrari,
21 anni, fermata col fidanzato Arrestata per rapina PARMA — Lucia Ferrari, (la giovane cremasca di 21 anni
nella foto), è stata arrestata dai carabinieri del nucleo Operativo e
Radiomobile di Salsomaggiore. Insieme al fidanzato Matteo Di Tommaso
(nella foto) - 22 anni di Cerignola, in provincia di Foggia - è accusata
di aver messo a segno ben cinque colpi nel giro di cinque mesi, tre dei
quali nella provincia di Parma. Dopo una lunga serie di pedinamenti, i
novelli Bonnie&Clyde sono stati sorpresi nella loro abitazione di
Langhirano, dove avevano stabilito la base operativa per le proprie
scorribande. Matteo e Lucia, apparentemente senza complici, hanno
terrorizzato per mesi decine di impiegati e di clienti delle banche
rapinate. Una volta entrati negli istituti di credito minacciavano i
presenti con un cutter. Secondo le numerose testimonianze oculari raccolte
dalle forze dell’ordine, Matteo e Lucia agivano come professionisti,
senza mai perdere la calma. Lucia spesso faceva il palo, mentre Matteo,
dopo essere entrato nelle banche con un passamontagna calato sulla faccia
ed un taglierino in mano, si faceva consegnare l’incasso. Forse qualcuno
li aiutava nella fuga alla guida di un’auto di grossa cilindrata.
Proprio l’auto, una Lancia K, li ha traditi. Le indagini dei carabinieri
sono partite dalle segnalazioni di alcuni testimoni che avevano notato la
vettura nella zona in cui si erano svolte le rapine. Addirittura, dopo uno
degli ultimi colpi, alcuni clienti di una banca avevano seguito la fuga a
piedi di Matteo e Lucia e, vedendoli salire a bordo della Lancia K,
avevano annotato il numero di targa. L’identikit dei due rapinatori, le
armi e la modalità utilizzate nelle rapine hanno permesso agli inquirenti
di arrivare a Matteo e Lucia, che ora si trovano in due celle separate del
carcere di Parma. (glv) ==== Da: ‘Il Mattino di Pavova’ del 27-1-2003 Fidanzatini terribili
arrestati a Parma: 5 colpi in 5 mesi Coppietta rapinava banche PARMA. E' stata arrestata una coppia di fidanzatini,
considerati i «Bonnie and Clyde» parmensi, accusati di cinque colpi in
banca nel giro di cinque mesi. Si tratta di Matteo Di Tommaso, 22 anni,
nato a Cerignola (Foggia), e Lucia Ferrari, 21 anni, di Crema.
All'apparenza conducevano una vita normale, ma quando passavano all'azione
terrorizzavano decine di impiegati e clienti di banche, minacciandoli con
un cutter. Sono accusati anche di una rapina messa a segno a Conegliano il
18 dicembre. A tradirli è stata l'auto, una «Lancia K» di proprietà,
che usavano per le rapine. ==== Da: ‘La Nuova Sardegna’ del 26-1-2003 CARBONIA
«Le saline di Sant'Antioco non si
toccano» Dure reazioni contro
la vendita dello stabilimento a una società pugliese Violato lo Statuto
regionale come per la Manifattura tabacchi di Cagliari I sindacati: «Un'operazione
da bloccare» Enrico
Cambedda SANT'ANTIOCO."Giù le mani dalle saline!"
Durissime le reazioni delle forze politiche e sindacali del territorio
sulla vendita dello stabilimento di Is Cortiois ad una società pugliese.
La cessione di questi beni immobili è infatti anticostituzionale perché
in contrasto con l'articolo 14 dello Statuto Sardo, il quale prevede il
passaggio diretto alla Regione dei beni demaniali. Così non è stato.
Anzi l'operazione finanziaria che ha portato all'alienazione delle saline
di Margherita di Savoia, Volterra e Sant'Antioco, alla società Salapia
Sale srl, per una cifra vicina ai 14 milioni di euro, s'è consumata senza
grande pubblicità. Un po' com'è avvenuto per la sede dell'ex Manifattura
Tabacchi di Cagliari, la cui vendita è stata scoperta solo a cose fatte.
Sullo stabilimento di Sant'Antioco sono state preannunciate iniziative da
parte delle forze politiche del centrosinistra per chiedere il sequestro
cautelativo del bene. L'unica forma di pubblicità data all'operazione risale a
qualche mese fa, quando l'Eti (Ente italiano tabacchi), sollecitò quella
che in termini tecnici si chiama "manifestazione d'interesse"
all'acquisto. Da allora sull'intera operazione è calato il silenzio più
assoluto. Sino a qualche giorno fa, quando la Salapia Sale srl, nuovo
proprietario della Saline, ha invitato ad un incontro i sindaci del
territorio e la Regione sarda (quest'ultima non ha partecipato). Il
discorso è stato pressappoco questo: non esiste alcun interesse a
produrre sale nello stabilimento di S.Antioco. L'obiettivo principale è
quello di rilanciare solo le saline di Margherita di Savoia, in Puglia,
perché costituiscono una realtà economica importante per questo
territorio. Per il Sulcis invece niente. La società pugliese sembra
intenzionata a riconvertire lo stabilimento di Is Cortiois in non meglio
precisate iniziative legate alla pesca, al turismo e all'ambiente. Il
tutto per di più con i soldi pubblici, visto che la Regione e le
amministrazioni comunali dovrebbero entrare in società con i pugliesi e
attivarsi per mandare avanti le nuove iniziative. "E' una proposta inaccettabile", attacca Luciano
Serra, della Fat-Cisl, ex dipendente delle saline. "nel piano di
vendita erano previsti degli investimenti industriali per migliorare
l'efficienza produttiva. In particolare si sarebbero dovute utilizzare
appieno le potenzialità dello stabilimento, con la realizzazione di
alcuni impianti per ottenere il prodotto lavato e confezionato. Non si
possono quindi cambiare le carte in tavola. Sento un forte odore di
speculazione. Perché smantellare una realtà economica in grado di
offrire centinaia di posti di lavoro?. Le saline sono attive da oltre 30
anni e non sono incompatibili ne con la pesca ne col turismo. Forse
qualcuno non conosce realtà come quelle di Marsala o di Cervia dove
turismo e produzione del sale rappresentano un aspetto importante per lo
sviluppo di quelle aree". Durissima la reazione anche della cgil. "La Regione
sarda ha dimostrato ancora una volta la propria incapacità politica -
afferma, Sergio Usai, dell'Ufficio regionale politiche del lavoro della
Cgil - la verità è che certe operazioni non possono essere tollerate
perché mettono in discussione il ruolo della nostra Regione. C'è poco da
girarci intorno: la vendita di questi immobili è illegittima. Se lo Stato
intende cederli, debbono passare alla Regione. Così prevede il nostro
statuto. Da tempo stanno scomparendo diverse realtà industriali, con la
perdita di migliaia di posti di lavoro. Per questo territorio non ci sono
contropartite economiche. Ora si vorrebbero smantellare le saline. Ci
opporremo in ogni modo, perché riteniamo ci siano le condizioni per
produrre e commercializzare questo prodotto in lavorazioni ad alto valore
aggiunto". Intanto le forze politiche annunciano nuove iniziative.
" Non daremo tregua a questa giunta regionale inerte - afferma
Antonio Calledda, consigliere regionale dei DS - riteniamo che quest'
operazione commerciale, sia stata favorita dal disinteresse delle
istituzioni. Proponiamo perciò che vengano accertate eventuali
responsabilità e, se sarà il caso, perseguite anche penalmente. La
nostra battaglia è un atto di civiltà contro ogni possibile tentativo di
speculazione. Stiamo difendendo le prerogative della Regione, sempre più
calpestate da coloro i quali vorrebbero privilegiare l'interesse dei
privati rispetto alle esigenze della collettività. Le saline non vanno
messe sul mercato ma cedute alla Regione". ==== Da: ‘Gazzetta di Modena’ del 26-1-2003 Fino a martedì in
mostra le opere dei coniugi Gennaro Martella e Maria Scistri Alla San Francesco la luce del Gargano m.f. MODENA. Hanno il Gargano nel cuore. E quei luoghi sono
spesso i motivi della pittura dei coniugi Gennaro Martella e Maria Scistri
esposta, fino a martedì, alla Saletta San Francesco, in rua Frati Minori
23. Se Martella ha già alle spalle un nutrito curriculum espositivo,
praticando l'arte per vocazione e formazione (studi all'istituto d'Arte di
Bari e all'Accademia di Brera, dove è stato allievo di Cantatore), la
moglie Maria è alla prima mostra. Tavolta sembra stabilirsi un legame di
figurazione tra i loro dipinti, con una più nutrita materia (olio) nelle
opere di Martella e con una ricerca di levità in quelle, ad acrilico,
della Scistri. In ogni caso, la loro pittura vive della certezza di
rappresentazione reale. Accade soprattutto nel momento in cui Martella
offre l'immagine di Vico, paese natale, sviluppato in una composta
architettura che evidenzia il carattere intimo ed antico del centro
storico. L'accorta misura compositiva si fa stile armonioso nel nudo di
una giovane sdraiata sul letto ma anche negli scorci marini, con la
spiaggia di Vieste, di Calenella e nel quadro dedicato al criminologo
Carlo D'Altilio, nel rapporto tra i luoghi della Puglia e Venezia in
lontananza. L'artista sa porre la composizione in una dimensione di luce,
in una fisionomia ben determinata che rinnova il senso di familiarità con
la storia della sua terra. Testimonianza di affettuosa dedizione per i luoghi
particolarmente cari sono anche le opere della Scristi che suggerisce con
cromatismi talvolta lievi le atmosfere di marine, di un campo di papaveri,
di paesaggi che si connotano di grazia serena, di suggestione evocativa. ==== Da: ‘Il Mattino di Padova’ del 26-1-2003 CONEGLIANO Rapinatore tradito dalla targa I carabinieri
individuano l'uomo del colpo alla Cassamarca - Il 18 dicembre si era
dileguato a bordo di una Lancia K - Agiva insieme alla fidanzata f.a. GODEGA. La targa dell'auto usata per il colpo mette nei
guai una coppia di fidanzati rapinatori che pensavano di averla fatta
franca. E' stato denunciato per rapina un ventiduenne originario di
Cerignola, Matteo Di Tommaso, residente a Langhirano, che i carabinieri
del nucleo operativo e radiomobile di Conegliano hanno identificato come
autore dell'assalto del 18 dicembre scorso alla Cassamarca di via Roma,
nel centro di Godega. Il giovane si era introdotto nella filiale verso le
14.30, armato di taglierino e travisato da passamontagna. Per rendere più
convincente la sua azione, aveva preso in ostaggio un cliente puntandogli
il taglierino alla gola e inveendo contro gli impiegati perché vuotassero
le casse in pochi istanti, minacciando altrimenti di ricorrere alle vie di
fatto. L'assalto ai banconi gli aveva fruttato circa 7000 euro, e prima di
darsi alla fuga il rapinatore aveva ferito col taglierino un impiegato
della Cassamarca, Renato Pancotto, che a suo dire stava rallentando i
tempi della rapina. L'impiegato aveva dovuto ricorrere alle cure del
Pronto Soccorso con tre giorni di prognosi per l'abrasione provocata dalla
lama premuta sul collo. Il rapinatore si era dileguato su una Lancia K con
l'aiuto di un complice che lo attendeva alla guida della vettura e,
apparentemente, se n'erano perse le tracce. Nei giorni scorsi, in base al
numero di targa dell'auto usata per la fuga, i carabinieri sono risaliti
al giovane di Langhirano, che risulta proprietario del veicolo, ha diversi
precedenti penali e proprio nei giorni scorsi era stato arrestato dai
carabinieri di Parma insieme alla fidanzata perché ritenuto responsabile,
insieme a lei, di alcune rapine ai danni di istituti di credito
dell'Emilia Romagna. Per la rapina alla Cassamarca di Godega, con sede in via
Roma 62, i carabinieri hanno chiesto l'emissione nei suoi confronti di un
nuovo ordine di custodia cautelare. Gli inquirenti ritengono probabile che
il misterioso complice del rapinatore alla guida dell'auto fosse
fossestato, anche a Godega, la sua giovane fidanzata. ====
Da: ‘Il Mattino di Padova’ del 26-1-2003 La pianista Alessandra Giunti in
concerto Prende avvio oggi alle 11 nella Sala dei Giganti al Liviano
il terzo ciclo di «Domenica in musica», la rassegna concertistica
proposta dagli Amici della musica di Padova. Il concerto inaugurale è
affidato alla giovane pianista Alessandra Giunti che ha vinto il XIX
concorso pianistico «Premio Venezia» nel dicembre scorso. Presenterà,
al pubblico padovano, di Franz Liszt la Sonata in si minore, di Fryderyk
Chopin la Ballata n. 1 op. 23 e di Johannes Brahms, le Variazioni sopra un
tema di Paganini. La Giunti, ventunenne foggiana, si è diplomata due anni
fa al Conservatorio Giordano con il massimo dei voti, lode e menzione
speciale. Ha frequentato corsi di perfezionamento con il maestro Aldo
Ciccolini e il maestro Alexander Lonquich. Ha studiato con la pianista
Annamaria Pennella ed è attualmente sotto la guida del maestro Vincenzo
Balzani. E' iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Conservazione dei
beni culturali. I biglietti (interi 6, ridotti 3) s'acquistano al
botteghino 30 minuti prima dell'inizio del concerto. ==== Da: ‘Il Giorno’ del 26-1-2003 San Giovanni Rotondo SAN GIOVANNI ROTONDO (Foggia) — E' una grande lapide in
marmo che riproduce il decreto della Penitenzieria Apostolica: ricorderà
ai visitatori della chiesa antica del convento di Santa Maria delle Grazie
dei frati minori cappuccini — nella quale è sepolto San Pio di
Pietrelcina — che in quel luogo è possibile ottenere l'indulgenza
plenaria. La lapide sarà benedetta e scoperta oggi. ==== Da: www.ilmanifesto.it del 25-1-2003 Viaggio
nell'Italia a rischio, dove la politica «di sviluppo» ha fatto disastri
(4) Manfredonia, il Medioevo senza fine Da 26 anni l'arsenico
avvelena la cittadina pugliese. Sotto accusa è ancora una volta l'Enichem.
10 dirigenti e 2 medici del lavoro sono accusati di omicidio colposo
plurimo, lesioni plurime e disastro ambientale. Una storia venuta a galla
grazie all'inchiesta di un operaio, poi morto di tumore insieme ad altri
sedici lavoratori della fabbrica chimica. Lunedì il processo MASSIMO
GIANNETTI INVIATO
A MANFREDONIA (Foggia) Cominciò tutto di domenica. L'ultima domenica di settembre
di ventisei anni fa. Era l'anno di Seveso, il medioevo di Manfredonia. La
gente andava ancora al mare perché qui, sulle sponde del Gargano,
l'estate finisce quasi sempre in autunno inoltrato. In città ci si
apprestava alla consueta passeggiata in centro quando, verso le undici del
mattino, si sentì un boato. Era «simile a un tuono», ricordano i
testimoni, e veniva dal petrolchimico. Molti però non ci fecero caso,
perché sembrava uno dei tanti «botti» già sentiti in passato e
provenienti dal solito posto. Non destò paura neanche la nuvola che si
alzò nel cielo dopo lo scoppio. Era giorno di festa ma in fabbrica _
situata sul golfo, a meno di un chilometro dal centro abitato _ c'erano
molti operai che lavoravano. Un centinaio rimasero intossicati e furono
portati all'ospedale. Con loro anche una trentina di abitanti che si erano
recati sul posto per vedere cosa era successo. Era accaduto l'inferno, ma
l'azienda tranquillizzò tutti. L'esplosione di una «colonna di lavaggio
dell'ammoniaca» aveva provocato la fuoriuscita di «almeno dieci
tonnellate di anidride arseniosa», ma per i dirigenti dell'Anic _ che poi
diventerà Enichem _ non era successo niente di grave. Al cronista della Gazzetta di Foggia, Michele Apollonio, spiegarono che lo «scoppio,
causato da un incidente tecnico, non aveva provocato alcun danno, e che
quella nube non era né più né meno che l'effetto che si ha accendendo
una sigaretta». Questo venne ripetuto per giorni ai lavoratori. E questo
credette anche Nicola Lovecchio, operaio simbolo di questa storia. Una
storia che non potremmo raccontare se l'ex capoturno del «magazzino
fertilizzanti», ucciso da un tumore a 50 anni, non avesse deciso di
andare «fino in fondo» prima di morire. E' infatti grazie alla sua
inchiesta, sfociata poi in una denuncia alla procura di Foggia, che la
magistratura pugliese ha ripercorso gli «anni bui» di Manfredonia.
Iniziata nel `96, l'indagine del pm Lidia Giorgio si è conclusa nel marzo
scorso e ha portato al rinvio a giudizio di dieci dirigenti dell'Enichem e
di due esperti in medicina del lavoro dell'università di Bari, Luigi
Ambrosi e Vito Foà, «che prestarono la loro autorevole consulenza sulle
misure di carattere sanitario». Sono imputati di omicidio colposo
plurimo, lesioni colpose plurime e disastro ambientale, «perché tutti,
in cooperazione colposa tra loro e comunque con le proprie autonome e
indipendenti condotte, cagionavano un disastro colposo, consistito
nell'esposizione prolungata (dal 26 settembre del `76 per sei anni) di un
notevole numero di lavoratori (più di 1800 tra diretti e esterni) ai
composti arsenicali dei sali utilizzati nella colonna di lavaggio
dell'ammoniaca, dispersisi all'interno dello stabilimento e fuori». La fabbrica era stata pesantemente contaminata
dall'anidride arseniosa e da altri veleni, ma non venne mai fermata del
tutto, neanche quando, di fronte all'evidenza, l'azienda si era resa conto
che la situazione era molto più grave di quanto non voleva ammettere
pubblicamente. E infatti continuò a non dire nulla agli operai, violando
così «l'obbligo di informarli del rischio derivante dall'esposizione ai
composti arsenicali», è il primo capo d'accusa del pm: «Pur essendo
nota già dal 1976 la tossicità dell'arsenico - aggiunge il magistrato
-e, quindi, pur potendosi prevedere la pericolosità per la salute
dell'esposizione a polveri di arsenico, adibivano i lavoratori all'attività
di disinquinamento e, più in generale, consentivano l'ingresso dei
dipendenti all'interno dello stabilimento senza adottare cautele idonee».
Cautele che _ sottolinea il pm _ «pur essendo tecnicamente ipotizzabili e
attuabili», furono completamente ignorate. «All'opera di bonifica, in sé
pericolosa in quanto comportante contatto con polveri d'arsenico tossiche,
furono impiegati lavoratori non specializzati o comunque non previamente
addestrati» a tale compito. Furono mandati allo sbaraglio, anzi al
macello. Toglievano il veleno dalla fabbrica a mani nude. Non furono
infatti dotati né di maschere per il viso né di tute impermeabili a
tenuta stagna, così come aveva prescritto anche dall'ispettorato del
lavoro. «Omissione di controllo», è in questo caso l'accusa per gli
imputati alla sbarra. Che dovranno inoltre rispondere della «mancata
effettuazione nel tempo di monitoraggi ambientali per il controllo del
livello di concentrazione di arsenico nell'aria e nei terreni», e di non
aver «osservato il principio di massima protezione che avrebbe imposto»
un'altra lunga serie di cautele. Tra queste «la riduzione al minimo
indispensabile del numero di lavoratori a cui consentire l'ingresso in
fabbrica fino alla verifica dell'esito positivo dell'opera di
disinquinamento», e il «ricambio dei lavoratori addetti alla bonifica
con nuove unità, onde ridurne al minimo l'esposizione». Le conseguenza di queste «condotte delittuose» avranno un
periodo di incubazione di circa quindici anni. Si riveleranno mortali per
diciassette operai e gravemente lesive per altri cinque lavoratori,
tuttora affetti rispettivamente da polineuropatia sensitivo-motoria,
dermatite iperpigmentata alle gambe, enfisema, cirrosi epatica e carcinomi
polmonali e renali. Le vittime provocate dal «mostro» chimico _
produceva fertilizzanti e caprolattame (sostanza utilizzata per per la
produzione di fibre di plastica) _ sarebbero state in realtà molte di più,
ma per la magistratura soltanto una parte di queste sono collegabili alla
«prolungata esposizione» dei lavoratori alle sostanze tossiche. Per sei
anni, a partire da quella «normalissima» domenica di tanti anni fa. Nicola Lovecchio, all'epoca trentenne, fu uno dei tanti
lavoratori mandati al macello dai suoi dirigenti. Lo scoprirà però
soltanto all'inizio degli anni Novanta. All'ospedale in cui si recava per
fare radioterapia, l'oncologo che lo seguiva non riusciva a spiegarsi le
cause di quel melanoma, infrequente a quell'età, riscontrato nel polmone
destro del suo paziente. Lovecchio, non fumava sigarette né beveva
alcolici, raccontò quindi al medico la vicenda dell'esplosione e di
quando, successivamente, furono messi a pulire la montagna di polvere
d'arsenico che si era depositata nello stabilimento. Benché malato
continuò ad andare in fabbrica, ma da quel giorno ci andò nella doppia
veste di operaio e investigatore. Indagando scoprì che una ventina
lavoratori dello stabilimento erano morti di cancro, e che altri sette
suoi compagni di reparto avevano contratto patologie tumorali. Cercò di
convincere questi ultimi a unirsi alla sua battaglia, ma nessuno lo seguì.
In fabbrica era proibito parlare di malattie, neanche i sindacati lo
volevano. La paura di perdere il posto di lavoro, benché nocivo, spinse
chissà quanti lavoratori a soffrire, e poi morire, in silenzio. Lovecchio
continuò da solo la sua battaglia per conoscere la verità: «Non posso
stare seduto ad aspettare che questa malattia mi consumi del tutto senza
aver fatto nulla per riacquistare la mia dignità di uomo», scrisse in
una sorta di testamento. All'esterno aveva il sostegno di due esponenti di
Medicina democratica e del movimento ambientalista che a Manfredonia aveva
cominciato a formarsi alla fine degli anni Ottanta. Nella sua inchiesta
ricostruì cicli produttivi, si informò sulle sostanze che venivano
usate. Diventò esperto di medicina preventiva. Ma oltre al danno,
Lovecchio aveva subito pure la beffa. Venne infatti a sapere che i medici
del lavoro che di tanto in tanto, per conto dell'azienda, andavano a
controllare lo stato di salute dei lavoratori, avevano omesso le sue reali
condizioni. Per avere le radiografie, dovette ricorrere ai carabinieri.
Quando finalmente riuscì a ottenerle, il suo oncologo scoprì che già
aveva il tumore già dal `91. I medici aziendali non gliel'avevano
diagnosticato, glielo dissero due anni dopo, quando il cancro che si
portava dentro era ormai in stato avanzato. Subì interventi chirurgici,
dolorossissime terapie. Ma non si diede per vinto. Non aveva «più niente
da perdere», ripeteva ai suoi familiari. Sfidare il colosso della chimica
italiana appariva assurda, oltreché controproducente, anche ai sindacati
che cercarono di dissuarderlo nel denunciare l'Enichem. Aveva inoltre
scoperto che i sanitari, contrariamente a quanto raccomandavano gli studi
in materia, avevano innalzato anche di otto volte il tasso di arsenico «tollerabile»
dall'organismo umano. I due «autorevoli esperti in medicina del lavoro»
avevano in altre parole quasi ridotto l'anidride arseniosa in qualcosa di
commestibile per l'uomo. Lovecchio morirà nell'aprile del `97, ma prima
di morire ebbe almeno la soddisfazione di aver determinato l'apertura
dell'indagine giudiziaria contro «l'azienda che ci ha maltrattati nel
vero senso della parola», come ripeteva ai suoi colleghi. Il processo entrerà nel vivo lunedì prossimo, quando il
pubblico ministero ribadirà pubblicamente le accuse ai dodici imputati. I
difensori di questi ultimi vorrebbero farlo saltare puntando sulla
prescrizione dei reati. Nelle varie interviste rilasciate alla vigilia
dell'udienza hanno però annunciato una duplice strategia. L'altra tenderà
a sostenere che «non c'è rapporto scientificamente provato tra
l'esposizione all'arsenico e l'insorgenza dei tumori - (tesi invece
ampiamente documentata dai tecnici dell'istituto superiore di sanità di
cui si è avvalsa il pm durante le indagini preliminari) - e, soprattutto,
che non c'è alcuna dimostrazione che nell'area sipontina si sia
registrata un'impennata del numero dei decessi per cancro». Gli effetti della contaminazione chimica sulla popolazione
è l'altro capitolo del disastro provocato dalla fuga tossica di 26 anni
fa. Buona parte di quelle «dieci tonnellate» di veleni sono ancora
presenti in oltre trecento ettari di terreno e in una vasta area marina,
pari a ottocentocinquanta ettari. Uno studio dell'Organizzazione mondiale
della sanità ha di recente registrato tra la popolazione «un eccesso di
mortalità per tumore allo stomaco nei maschi e un aumento dei tumori alla
laringe, alla pleura e mielomi multipli nelle donne». La stessa ricerca
mostra inoltre un aumento generale di leucemie e malattie non tumorali
all'apparato genito-urinarie. «Gli eccessi riscontrati - dice l'Oms -
possono essere indicativi di effetti dalle esposizioni da arsenico, e in
particolare all'emergere dei primi effetti a lunga latenza che potrebbero
aggravarsi negli anni successivi». Sono una trentina i soggetti riconosciuti dal tribunale
come parti civili contro l'Enichem. Tra questi l'Associazione di donne «Bianca
Lancia», che nell'88 portò il caso Manfredonia alla Corte europea dei
diritti dell'uomo denunciando gli effetti dannosi prodotti dallo
stabilimento chimico sulla popolazione. L'esposto fu presentato da
quaranta donne che, dopo una battaglia durata dieci anni, nel `98
ottennero un risarcimento di 10 milioni ciascuna per il «danno morale»
subito. Una sentenza storica contro lo Stato italiano, condannato per
violazione dell'articolo 8 della Convenzione di Strarburgo laddove questa
dice che «ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata
e familiare», diritto appunto violato dalle continue emissioni nocive
della fabbrica che le autorità statali non hanno impedito. Tra le tante parti civili istituzionali accorse a chiedere
i danni all'Enichem, oltre alla regione, alla provincia e al comune, c'è
anche il ministero dell'ambiente. Proprio quel ministero che oggi
Legambiente, Wwf, Medicina democratica (anch'esse parti civili al
processo) e altre associazioni, accusano di «gravi responsabilità»
nella lentezza con cui avviene la bonifica di Manfredonia. La bonifica,
nonostante i morti, non è stata infatti mai conclusa. E' cominciata due
anni fa e il modo in cui avviene, senza peraltro un piano generale, lascia
alquanto a desiderare. Tanto che ancora l'Unione europea, attraverso
l'apposita commissione ambiente, l'estate scorsa ha aperto una «procedura
d'infrazione» nei confronti dell'Italia in quanto «non ha adottato le
misure necessarie ad assicurare che i rifiuti, stoccati o depositati in
discarica presenti nel sito Enichem, fossero recuperati o smaltiti senza
pericolo per la salute dell'uomo e pregiudizio per l'ambiente». «In
pratica - dice Antonio D'Angelo, presidente nazionale di Medicina
democratica - , l'Enichem - che dopo aver inquinato cielo, mare e terra
per trent'anni - ha ottenuto pure l'autorizzazione per ripulire l'area
dello stabilimento con i soldi pubblici (200 miliardi previsti in cinque
anni), si rifiuta di dire dove porta il materiale contaminato. Non informa
neanche adesso la popolazione. E il ministero tace». Ma non è tutto.
Infatti, come se la storia che abbiamo raccontato non avesse insegnato
nulla, la bonifica avviene mentre nello stabilimento Enichem è consentito
l'ingresso di altri lavoratori. La «fabbrica assassina», chiusa
ufficialmente nella metà degli anni `90, è stata infatti rilevata
dall'imprenditore trevigiano Sangalli che l'ha riconvertita in una mega
industria del vetro. Ci lavorano circa trecento persone (ma le agenzie
interinali cercano altro personale) e produce 500 mila tonnellate di vetro
ogni anno. E' classificata «industria insalubre di prima categoria» e in
quanto tale, per legge, avrebbe dovuto sottoporsi alle procedure di
valutazione di impatto ambientale prima di insediarsi. La regione Puglia
però non ha ritenuto opportuno fare questo esame alla Sangalli. La vetreria è una delle tante aziende che stanno
reindustrializzando Manfredonia. Sono una quarantina gli imprenditori «venuti
dal nord» per rivitalizzare questa «area depressa» della Puglia. E
tanti altri sarebbero in arrivo. Una reindustrializzazione a fondo perduto
e senza troppe responsabilità. Avviene infatti attraverso il «contratto
d'area» che, come è noto, prevede finanziamenti pubblici alle aziende
benefattrici e salario al minimo contrattuale per i dipendenti. Lavoro
precario e senza diritti sindacali. Ma questa è un'altra storia. ==== Da: http://www.lanuovasardegna.quotidianiespresso.it del
25-1-2003 CARBONIA
I pugliesi hanno le mani sulle saline
d'Is Cortiois La società «Salapia»
di Margherita di Savoia ha acquistato la maggioranza dall'Eti: dubbi
sul futuro - Probabile riconversione Pesca e turismo nei progetti Il
ruolo dei Comuni e della Regione Enrico
Cambedda SANT'ANTIOCO. Le saline sono state vendute. Gli acquirenti
hanno comprato il pacchetto azionario dall'Ente Tabacchi Italiani: lo
stabilimento sulcitano, le saline di Volterra e quelle di Margherita di
Savoia. L'operazione è stata conclusa per 14 milioni di euro. A
subentrare all'Ente di Stato, per i prossimi trent'anni, sarà la «Salapia
Sale srl», sede a Margherita di Savoia, capitale pubblico e privato. In
teoria per lo stabilimento di Sant'Antioco dovrebbero esserci investimenti
per migliorare la produzione, in realtà c'è un programma di
riconversione che prevede il rilancio del sito per attività di pesca,
valorizzazione ambientale e turismo. Ogni decisione sarà affidata a una
conferenza di servizi fra la Salapia, i comuni e la Regione. L'affare è di quelli grossi. In pratica la Salapia s'è
assicurata la fetta più consistente della produzione del sale in Italia.
L'acquisizione del pacchetto azionario detenuto dall'Eti nella società
Atisale, consentirà ai nuovi proprietari di controllare i tre
stabilimenti più importanti. C'è però da fare alcuni distinguo: mentre
la Salapia ha tutto l'interesse a rilanciare lo stabilimento pugliese di
Margherita di Savoia, per quanto riguarda Volterra e Sant'Antioco i
proprietari pensano ad attività alternative. Ma andiamo con ordine. Prima
di tutto è opportuno verificare i termini del "business". La
Salapia Sale è costituita da enti pubblici (il comune di Margherita di
Savoia ha il cinque per cento del capitale) e partner strategici e
finanziari, come società private ed imprenditori singoli ed associati.
Hanno manifestato inoltre un qualche interesse all'operazione anche le
amministrazioni comunali di Volterra, di Trinitapoli e la provincia di
Foggia. Per capire quale possa essere l'interesse degli enti pubblici e
degli imprenditori privati pugliesi, occorre riflettere sull'importanza e
la dimensione delle saline di Margherita di Savoia. Lo stabilimento
pugliese rappresenta una realtà economica strategica. Sino a qualche anno
fa aveva un organico di circa mille dipendenti, sceso ora a meno di 150.
Ci sono però tutte le prospettive per un rilancio dell'attività
produttiva. Per Volterra e Sant'Antioco, invece l'interesse
imprenditoriale, almeno per quanto riguarda il sale, è ridotto a zero.
Gli investimenti nello stabilimento sulcitano dovrebbero riguardare
interventi per aprire un impianto di ammassamento, il lavaggio del
prodotto e l'avvio della linea insaccamento. Ma questa pioggia di milioni
(di euro) la nuova società non pensa davvero di spenderla. A questi
invesitimenti andrebbero poi aggiunti i costi della bonifica ambientale
dell'area che va da Portopino sino allo stabilimento di Is Cortiois. Da
qui l'iniziativa di Salvatore Camporeale, sindaco di Margherita di Savoia,
che nella veste di amministratore unico della Salapia, ha contattato gli
enti pubblici del Sulcis, oltre alla Regione, interessati al futuro delle
saline: «Alcuni giorni fa c'è stato un incontro a Roma - spiega Paolo
Dessì, sindaco di Sant'Anna Arresi - in cui sono stati esaminati alcuni
possibili obiettivi. La Salapia ha confermato che da parte sua non esiste
alcun interesse a produrre sale a Sant'Antioco. Ed ecco perché c'è
l'ipotesi di un nuovo piano industriale. Sappiamo che hanno già
contattato l'assessorato regionale all'Industria ma ancora non c'è stata
risposta. Ora speriamo nel coinvolgimento di tutti i comuni del
territorio, in modo da capire quale possa essere il futuro dello
stabilimento. Da parte nostra abbiamo suggerito la dismissione di gran
parte delle aree marine, attualmente in concessione alle saline, in modo
da riqualificare attività economiche come la pesca e il turismo». Queste ipotesi sono state accolte con interesse anche dagli
altri comuni del territorio: Teulada, Masainas, Giba, San Giovanni Suergiu,
che hanno giurisdizione sul compendio saline. Nessuna risposta invece da
Sant'Antioco. C'è infine d'attendere il pronunciamento della Regione. ==== Da: ‘Il Gazzettino’ del 25-1-2003 NICOLA
TOGNANA «Militante appassionato in
Confindustria» «Un sostenitore attento, sempre presente. Sino ad un anno
e mezzo fa, quando la salute ancora glielo consentiva, non saltava una
riunione di giunta». Nicola Tognana, vicepresidente di Confindustria
ricorda così la militanza confindustriale dell'Avvocato. «Si interessava
ai nostri progetti. Voleva sapere come andava l'insediamento di imprese
del Nordest a Manfredonia. Era attento ai risvolti sociali». Nell'ultima
tornata elettorale, Agnelli aveva sostenuto Callieri in opposizione a
D'Amato e Tognana, «ma ciò non gli ha impedito di collaborare con noi.
Un segno di democrazia». ==== Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 25-1-2003 Ancona Acque inquinate, cinque a giudizio FALCONARA — Della presenza di quei rifiuti chimici in
un'area di circa 200 metri quadri a Villanova, loro non avevano colpe. Ma
il fatto di averli smossi dalla superficie facendoli scivolare nel
sottosuolo, durante i lavori di scavo per la costruzione di un sottovia
ferroviario in via Monte e Tognetti, secondo la procura li rende
responsabili di aver determinato un pericolo concreto ed attuale di
inquinamento ambientale. E' per questo motivo che il pubblico ministero
Marco Mansi ha citato a giudizio cinque persone, tra cui un imprenditore,
un dirigente delle Ferrovie, un progettista e due direttori dei lavori,
accusate anche di non aver osservato i divieti di scarico immettendo,
abbandonando e depositando in modo incontrrollato rifiuti nelle acque
sotterranee, oltre che del reato di getto di cose pericolose. Il caso venne alla luce il 23 agosto del 2000 quando, non
appena le ruspe cominciarono a scavare, tutto il quartiere venne invaso da
odori nauseabondi provenienti da quella massa di terra impregnata per lo
più di idrocarburi. Rifiuti, a quanto pare, che giacevano lì da
parecchio tempo. Il Comune e l'Arpam intervennero subito e una serie di
prelievi dimostrò che il terreno era inquinato. Il cantiere dei lavori
venne così bloccato. I comitati dei cittadini, parallelamente, fecero un
esposto alla procura della Repubblica sulla base del quale il sostituto
procuratore Marco Mansi avviò l'inchiesta. Nel mirino del magistrato
finirono subito i lavori di asportazione e scavo del terreno che avrebbero
consentito l'immissione nelle acque sotterranee dei rifiuti. Ma il pm
contesta agli imputati anche il fatto di non aver osservato i divieti di
scarico, cagionando un pericolo concreto di inquinamento dell'area. Il processo, che vede come parti offese il Comune di
Falconara e la Regione, alle quali potrebbe aggiungersi anche il comitato
di cittadini di Villanova, si sarebbe dovuto aprire ieri in tribunale
davanti al giudice monocratico Mario Vincenzo D'Aprile, ma è stato subito
rinviato per problemi di notifiche. A giudizio sono finiti Domenico Di
Marzio, 61 anni, di Chieti, responsabile della omonima ditta che seguì i
lavori per il sottovia; Roberto Di Marzio, 37 anni, anch'egli di Chieti,
direttore dei lavori; Tomasino Salvatori, 56 anni, di Merano ma residente
in Ancona, direttore compartimentale infrastruttura delle Ferrovie; Mario
Esposito, 47 anni, di Ortona, anch'egli direttore dei lavori; Stefano
Morellina, 47 anni, foggiano residente ad Ancona, tecnico del progetto del
sottovia. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Mario Scaloni, Marco
Maria Brunetti, Lamberto Giusti e Giuliano Milia, di Lorenzo Moroni ==== Da: http://ilmessaggero.caltanet.it del 25-1-2003 IN
APPELLO Giovane nuovamente assolto: era
accusato di violenza È stato assolto in Appello dall’accusa di violenza
sessuale, avendo i giudici ritenuta insufficiente la prova che il fatto
contestato sussistesse. Si tratta di Federico Fabi, 25 anni dell’Aquila,
accusato di aver palpeggiato in due occasioni una ventisettenne di Foggia,
studentessa universitaria. Secondo l’accusa il giovane (assistito
dall’avvocato Attilio Cecchini) avrebbe rivolto le sue pesanti
attenzioni sulla la ragazza (rappresentata dall’avvocato Maurizio Cora)
in una via del centro storico. Il giovane rinviato a giudizio ma assolto
in primo grado con rito abbreviato. Il Pm Nicola Trifuoggi ha proposto
appello e ieri il ragazzo è stato nuovamente assolto dai giudici di
Appello. ==== Da: www.ilgazzettino.it
del 24-1-2003 Era il presidente dell'ordine degli
Agenti di Cambio Era il presidente dell'ordine degli agenti di cambio di
Venezia e Trieste, quella ristretta cerchia di uomini che aveva la
possibilità di accedere allacorbeille, il cuore pulsante della borsa ai
tempi delle contrattazioni alle grida. Oggi Riccardo Girardi, indagato per appropriazione indebita
e bancarotta dalla Procura di Venezia, è ad un passo dall'incriminazione.
Il sostituto procuratore Massimo De Bortoli ne ha infatti chiesto il
rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta, bancarotta preferenziale,
bancarotta semplice, truffa e appropriazione indebita del denaro di decine
e decine di risparmiatori che gli avevano dato fiducia. Alcuni gli avevano
affidato una decina di milioni di lire, altri più di un miliardo, nella
speranza di ricevere una remunerazione più elevata rispetto ai soliti
titoli a reddito fisso o ai fondi comuni d'investimento. Qualcosa invece
non andò come previsto e nel '99 Girardi non fu più in grado di
adempiere alle proprie obbligazioni. In altre parole, furono dichiarati a
breve distanza l'uno dall'altro, lo stato di insolvenza e poi il
fallimento dell'agente di cambio. In un passivo di circa 45 miliardi delle vecchie lire, il
"buco" verificato dal curatore è stato di oltre 25. Dei 480
risparmiatori che avevano chiesto di insinuarsi nel fallimento, circa 400
erano stati ammessi allo stato passivo, con scarse speranze di rientrare
in possesso delle somme investite. Le perdite sarebbero fatte risalire a un periodo di tempo
abbastanza lungo, una decina d'anni, durante il quale, nel tentativo di
recuperare, si sarebbe fatto ricorso a operazioni sempre più rischiose
come quelle sui derivati finanziari. Assieme all'agente di borsa veneziano, con studio in bacino
Orseolo, sono coinvolti a vario titolo nell'inchiesta la moglie Maria Pia
Bassi e i promotori finanziari di Foggia Pietro e Sergio Paciello e
Giovanni Ginni. I faldoni relativi all'inchiesta hanno assunto proporzioni
monumentali, circa novemila pagine, che il pm De Bortoli dovrà studiare
prima che cominci l'udienza preliminare, che si svolgerà con molta
probabilità di fronte al giudice Giandomenico Gallo. A Girardi il magistrato contesta la bancarotta fraudolenta
per aver distratto (fatto sparire) circa due miliardi dal patrimonio suo
personale e a quello dell'impresa. C'è poi l'accusa di bancarotta
preferenziale nei confronti del promotore finanziario Gregorio Antico di
Ferrara, al quale Girardi avrebbe permesso di incassare il suo credito
prima del fallimento (circa 2 miliardi 800 milioni). Un occhio di favore
Girardi avrebbe avuto anche per Rolo Banca, vendendo tutti i titoli in
deposito presso quell'istituto. Al Girardi si contestano anche i reati di bancarotta
semplice, perché avrebbe aggravato la sua posizione non chiedendo prima
il fallimento e ricorrendo al credito presso istituti bancari, e di
appropriazione indebita nei confronti di 57 clienti. La moglie dell'agente ha una posizione meno rilevante
nell'inchiesta: il pm la ritiene responsabile di concorso in bancarotta
per distrazione di denaro. A suo nome, infatti, erano stati aperti dei
conti bancari in Svizzera e inoltre risulta come legale rappresentante
della società di comodo "Élite Ventures Ltd" con sede nel
Belize, paradiso fiscale offshore. Tra i conti svizzeri detenuti
direttamente e indirettamente attraverso la società, il denaro custodito
nei forzieri elvetici sarebbe pari a circa 300 milioni di lire. I due foggiani, infine, sono accusati di truffa in concorso
con Girardi, per i danni causati a 16 risparmiatori pugliesi. Secondo il
pubblico ministero avrebbero taciuto le perdite della gestione affidata a
Girardi prospettando invece guadagni inesistenti, anche attraverso falsi
estratti conto. In questo modo, anche chi sarebbe potuto uscire in tempo
dall'investimento non potè farlo. Michele Fullin ==== Da:
http://www.lacittadisalerno.quotidianiespresso.it del 24-1-2003 Fugge dalla comunità: arrestato
davanti al Sert Evade dalla comunità di recupero di Apricena a Foggia e lo
arrestano all'esterno del Sert di Nocera Inferiore. Con l'accusa di
evasione dagli arresti, i carabinieri della nucleo radiomobile di Nocera
Inferiore, agli ordini del maresciallo Gabriele Martone, hanno arrestato
Achille Miele di 34 anni. L'uomo è stato sorpreso ieri mattina
all'esterno della sede distaccata dell'Asl Sa 1 dove distribuiscono il
metadone. Da qualche giorno si era allontanato dalla comunità di recupero
per tossicodipendenti alla quale era stato assegnato e ieri mattina,
durante i controlli, è stato notato nella zona di Santa Chiara. Il
malvivente di Nocera Inferiore, con diversi precedenti penali a suo
carico, è stato accompagnato nei locali della compagnia dei carabinieri
per le formalità di rito e nel primo pomeriggio è stato trasferito
presso la casa circondariale di Fuorni. Dovrà rispondere dell'accusa di
evasione dagli arresti. Non si esclude che i magistrati possano decidere
di concedergli un'altra possibilità, rispedendolo presso la comunità di
recupero di Apricena a Foggia. E' da diverso tempo che Achille Miele ha
problemi con la droga e la decisione di allontanarsi da Foggia non fa che
aggravare non solo la sua posizione. ==== Da: http://ilmessaggero.caltanet.itdel
24-1-2003 Ancona - Tumori al Verbena,
“assolto” l’elettrosmog In via Manzoni ci si
ammala come nel resto del quartiere, i periti: «La cabina Enel non
c’entra» Per l’esperto di medicina legale, non c’è un
collegamento diretto tra la centrale dell’Enel e i casi di cancro nella
palazzina di via Manzoni 95, al Verbena. Vittorio Fineschi, docente
all’Università di Foggia, ha studiato l’incidenza delle malattie
oncologiche anche nelle vie vicine, arrivando alla conclusione che i
cinque inquilini colpiti da tumore, quattro dei quali deceduti,
nell’edificio "maledetto" rientrano nella media epidemiologica
del quartiere. A dimostrazione, purtroppo, di quanto il cancro colpisca la
popolazione di tutta Ancona. Con la deposizione del professor Fineschi si è concluso il
lavoro del collegio di periti incaricato di far luce sui pericoli dell’elettrosmog
nell’edificio di via Manzoni, su cui ha aperto un’inchiesta il
sostituto procuratore Irene Bilotta. I pareri di Fineschi e dei colleghi
Giorgio Trenta e Maria Pofi, rispettivamente dell’Istituto nazionale di
fisica nucleare di Frascati e dell’Università di Padova, sono stati
acquisiti dal Gip Sante Bascucci con valore di prova in caso di processo.
Come la relazione di Fineschi, anche quelle di Trenta e Pofi escludono un
nesso di causa ed effetto fra le emissioni di onde elettromagnetiche
prodotte dalla centralina Enel ospitata nel seminterrato dello stabile e
le gravissime malattie. Ora la parola passa allo stesso Pm, che dovrà
decidere se prosciogliere i quattro i funzionari dell'Enel indagati per
omicidio colposo plurimo e lesioni gravissime (Virgilio Tomassini, attuale
dirigente del compartimento Marche, e i suoi predecessori Ettore Puglisi,
Adriano Formiconi e Mauro Curiale, tutti difesi dall’avvocato Paolo
Pauri) oppure insistere nell’accusa e chiedere il rinvio a giudizio.
Alla luce del parere dei “tre saggi", l’archiviazione del caso
sembra l’ipotesi più probabile. Il procedimento è nato nel luglio 2001 da un esposto
presentato dall'avvocato Roberto Tiberi a nome di Carlo Mantini, 65 anni,
uno dei residenti del civico 95 di via Manzoni e marito di Elvia Falcini,
spentasi nel novembre scorso dopo aver combattuto per anni contro un
tumore. Le indagini hanno portato alla luce ben cinque malattie
oncologiche nel palazzo. Sembrava un caso più unico che raro, collegato
dai residenti alla presenza di una cabina Enel nel seminterrato
dell’edificio. Alla luce della super-perizia la vicenda sembra quanto
meno ridimensionata, anche se lo stesso professor Fineschi non ha escluso
pericoli teorici dell’elettrosmog sull’organismo umano, soprattutto
quello dei bambini. Nel caso specifico tuttavia, la distanza tra la cabina
elettrica e gli ambienti abitati, nonchè le misure di sicurezza con cui
è stato costruito il locale che ospita il generatore, non sarebbero
responsabili dei tumori. Secondo gli orientamenti della scienza che, su
questo punto, si interroga da anni senza aver raggiunto certezze assolute.
==== Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 24-1-2003 Pesaro Riforniva di pasticche pittore e
studentessa dell'Accademia: denunciato URBINO — Lui, P.R., 20 anni, studente della facoltà di
Scienze motorie, originario di un paesino della provincia di Foggia, era
ritenuto ua sorta di fornitore ufficiale (hashish e pasticche) di quel
pittore e di quella studentessa dell'Accademia che vennero arrestati per
detenzione a fini di spaccio la scorso giugno dai carabinieri di Urbino. Visto che tirava aria pesante, il giovane si era trasferito
all'università di Bologna. Dove però sempre i militari di Urbino, che
non hanno mollato l'indagine, sono andati a scovarlo l'altro ieri. In casa
sua hanno trovato infatti 30 pasticche di ecstasy e 30 grammi di hashish,
più una boccetta di metadone. Il giovane è stato denunciato per spaccio.
==== Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 24-1-2003 Pesaro Rapina di Saltara: finiti in manette
due banditi FANO — Fermati due dei tre banditi che nella mattinata di
mercoledì hanno rapinato, taglierino alla mano, la Banca Toscana di
Calcinelli, lungo la Flaminia, fuggendo con un bottino di 11.200 euro.
Entrambi i fermati, con precedenti per reati contro il patrimonio, sono
nativi di Cerignola e sono stati individuati proprio nella loro città
d'origine nella tarda serata di mercoledì. Per il 23enne Domenico Carella
e per il 19enne Alberto Macchiarulo, è scattato quindi un fermo di
polizia giudiziario e il trasferimento nella casa circondariale di Foggia.
I due sono stati rintracciati dai carabinieri di Saltara e del nucleo
operativo di Fano, che nel giro di poche ore sono riusciti ad individuare
la pista che conduceva a Cerignola. Con l'aiuto dei militari della locale
stazione dei carabinieri si è poi proceduto a bloccare i due giovani —
all'operazione hanno partecipato anche gli uomini dell'Arma di Fano —
mentre questi si trovavano in auto. Nella vettura non sono state rinvenute
armi e tanto meno i soldi della rapina. E' probabile che gli inquirenti
siano risaliti a Carella e Macchiarulo grazie alle riprese delle
telecamere esterne della Banca Toscana di Calcinelli e del Credito
Cooperativo di Lucrezia, istituto che i malviventi avevano provato a
rapinare in precedenza, senza però riuscire ad entrarvi. Ora le indagini
proseguono nel tentativo di individuare il terzo complice della banda ed
eventuali basisti che potrebbero aver aiutato logisticamente i rapinatori
nell'organizzazione del colpo. co.mo. ==== Da:
http://ilmessaggero.caltanet.it del 24-1-2003 Finiscono
in manette i banditi che hanno assaltato la Banca Toscana a Calcinelli, indagini risolte in poche ore Arresti lampo per la rapina mordi e
fuggi Da Fano fino in
Puglia, i carabinieri bloccano due giovani a Cerignola FANO—La rapina più veloce si è conclusa con arresti
altrettanto veloci. Sono bastate solo poche ore, una manciata, per
consentire ai carabinieri di Fano, Saltara e Pesaro di raccogliere
elementi e indizi tali da agire a colpo sicuro, nemmeno otto ore dopo,
anche se la pista li ha portati a centinaia di chilometri di casa, a
Cerignola, nel cuore della Puglia, dove da tempo pare radicarsi una
“scuola" del crimine specializzata in colpi in banche e uffici
postali fuori regione. Anche i giovani Alberto Macchiarulo, 19 anni ancora
da compiere, e Domenico Carella, di 25 anni, sembrano essere cresciuti
alla scuola dei banditi trasfertisti: si sceglie, si macinano centinaia di
chilometri, si colpisce, si torna a casa. Amici e complici, già noti alle
forze dell’ordine per reati contro il patrimonio, da mercoledì sera i
due sono sottoposti a fermo di polizia con l’accusa di rapina in
concorso. Sono ritenuti gli autori del colpo avvenuto alle 11.45 dello
stesso giorno ai danni della Banca di Toscana di Calcinelli. Una rapina di
quelle "mordi e fuggi", col taglierino, e preceduta da un
fallito tentativo al fin troppo tartassato Credito Cooperativo di
Lucrezia. Il bottino, di oltre 11.000 euro, non è stato ritrovato, due
dei tre banditi invece sì. Hanno lasciato tracce come Pollicino e bravi
sono stati i carabinieri a metterle (velocemente) insieme, raccogliendo
una testimonianza qui e un indizio là. Conclusione? Alle 20 di mercoledì
i carabinieri di Cerignola hanno fatto una sorpresa, non proprio gradita,
presentandosi ai due con il provvedimento del fermo. Manca il terzo, ma i
segugi dell’Arma hanno già annusato la pista. ==== Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 24-1-2003 Reggio
Emilia Ha rischiato quattro volte «Ma che intervista! Non ho mica fatto la prima o la
seconda guerra mondiale. La mia è una vita normale». Carmelo Cataliotti,
68 anni, originario di Capo d'Orlando (Messina), avvocato di successo,
giovedì 16 gennaio è stato a un passo dalla morte. E' stato infatti
colpito da un infarto. Dopo cinque giorni di ricovero al Santa Maria, il
professionista martedì è stato trasferito al Sant'Anna di Castelnovo
Monti, dove sta effettuando la riabilitazione. La moglie Silvia Badodi e i
figli Liborio, Annalisa e Cristina fanno a gara per prestargli le cure,
mentre i suoi due nipotini se lo coccolano a più non posso. Non è la
prima volta che Carmelo Cataliotti rischia la vita. «La prima avvenne il
21 luglio 1943, quando a Foggia le bombe ci fecero cadere la casa addosso.
Io e i miei familiari uscimmo dalle macerie e ci mitragliarono addosso».
La seconda, sei mesi dopo. «Avvenne durante il trasporto di masserizie.
Io mi sedetti su un colapasta che mi procurò un'infezione. Mi salvarono
per miracolo». Infine, il 15 febbraio 1953. «Andavo a vedere l'Inter e
il treno sul quale viaggiavo si schiantò contro la stazione. Ci furono 23
morti, due dei quali a un passo da me. Io neppure un graffio». ==== Da: http://ilmessaggero.caltanet.it del 24-1-2003 PESARO
- OPERAZIONE RECLAIM Maizzi ha problemi di salute,
richiesta la sua scarcerazione Le condizioni di salute di Andrea Maizzi, il foggiano di 52
anni arrestato insieme ad altre 66 persone nell' ambito dell'operazione «Reclaim»
con l'accusa di far parte di un'associazione per delinquere attiva nel
mercato dei videopoker e delle bische clandestine, sarebbero incompatibili
con la reclusione in carcere. A sostenerlo è la difesa del presunto boss,
rappresentata dall'avv. Francesco De Minicis di Fermo, che nell'udienza di
oggi ha chiesto al Tribunale del riesame di Ancona di dichiarare l'
incompabilità con il regime carcerario per il suo cliente. La decisione dei giudici è prevista per oggi. Secondo il
difensore, in assenza di un ricovero in una struttura sanitaria, di una
risonanza magnetica urgente e di cure adeguate, Maizzi rischierebbe di
finire su una sedia a rotelle. L'uomo soffre infatti di una discopatia
duplice, aggravata da complicazioni varie, per la quale era stato operato
nel maggio scorso, tredici giorni prima dell' arresto. Una situazione che si sarebbe aggravata - secondo il
difensore - a causa dei continui trasferimenti a bordo dei cellulari delle
forze di polizia e della mancanza di terapie e accertamenti clinici che,
ha sottolineato De Minicis, nel novembre scorso sarebbero stati
sollecitati anche dalla direzione sanitaria del carcere dove Maizzi è
recluso. Argomentazioni rafforzare dal perito nominato dal
tribunale, che ha giudicato le condizioni di salute dell' uomo
incompatibili con il carcere. Opposto era stato invece l'esito degli
accertamenti disposti dal gip di Ancona, che aveva respinto l'istanza in
primo grado non ritenendo accoglibili le richieste di Maizzi. Lo stesso pm
Irene Bilotta, presente in aula, si è opposto alla scarcerazione. A suo
avviso i disturbi fisici lamentati dall'arrestato sono compatibili con la
reclusione in carcere e l'effettuazione di eventuali accertamenti
sanitari. A parere del magistrato, infatti, quella della difesa sarebbe
solo una strategia per ottenere la scarcerazione di Maizzi ed evitargli
così il rischio di applicazione delle misure di carcere durò previste
dall'art. 41 bis ed astrattamente prevedibili per i reati contestati all'
indagato. ==== Da: www.lastampa.it
del 24-1-2003 ALBENGA Rapina alla Bnl con sequestro: due
condanne Il gup Fiumanò ha condannato a 3 anni 10 mesi 10 giorni di
carcere Vincenzo De Luca, 42 anni e Savino Di Bitonto, 45 anni, siciliano
e foggiano. Erano accusati di aver rapinato con cutter e coltello a
serramanico l´agenzia Bnl di Albenga, dopo aver chiuso in un locale
caldaie i clienti e dopo aver malmenato uno di questi e un impiegato.
Erano stati arrestati il 24 giugno 2002. r. sr.
==== Da:
http://www.gazzettadimodena.quotidianiespresso.it del 23-1-2003 MODENA
Il guardone delle studentesse nude Preso dai
carabinieri: 'Mi piacciono le donne, che male c'è?' a,setti. Cercava ossessivamente di spiare le studentesse ospiti a
Modena presso la palazzina universitaria di via Gottardi. Ma gli è andata buca un paio di volte: è così il
guardone è stato pizzicato dai carabinieri. Ora dovrà rispondere di
violazione di domicilio aggravata, allo scopo dichiarato di osservare da
vicino le grazie di giovani e belle universitarie. La procura ha infatti
deciso il rinvio a giudizio dello stravagante guardone, un 43enne modenese
non nuovo a questi episodi. Lui dice che non è un delinquente, gli piace
fare scherzi, bizzarrie. Ma stavolta la giustizia fa sul serio: sarà processato in
tribunale, per una bravata che rischia di costargli cara. Anche perchè,
come ogni guardone che si rispetti, è recidivo. I fatti risalgono ad un
paio d'anni or sono. Prima una ragazza 22enne di Foggia nota un uomo che
si è introdotto furtivamente nell'appartamento dove alloggia,
all'evidente scopo di spiarla. Poi, rientrando a casa, lo sorprende sulla
terrazza, mentre allunga il collo alla finestra del bagno, per sbirciare.
La ragazza chiama i carabinieri, annota la targa dell'auto e i militari
rintracciano l'uomo. Il quale, candidamente, ammette: «E allora? Mi piace
guardarle le donne, possibilmente svestite: c'è qualcosa di male?» ==== Da:http://www.ilcentro.quotidianiespresso.it del 23-1-2003 VASTO - SAN SALVO Resta senza benzina
sull'autostrada Arrestato, deve
scontare 4 anni IL FATTO In trappola
un pugliese VASTO. Tradito dalla benzina. Giuseppe Guarano, 37 anni, di
Sannicandro Garganico (Foggia), condannato a quattro anni e mezzo di
reclusione dal tribunale di Lucera (condanna passata in giudicato) mentre
all'alba di ieri cercava di raggiungere la Puglia a bordo di una Ford
Sierra, è stato costretto a fermarsi ad un distributore per fare
rifornimento. La lucetta rossa che lampeggiava da tempo segnalava che il
serbatoio dell'autovettura era completamente a secco. Inutile proseguire.
L'auto avrebbe potuto percorrere al massimo un altro breve tratto di
strada. Bisognava fare benzina. All'altezza di Vasto-nord il conducente si
è fermato ad una stazione di servizio. Non aveva però con sé il denaro
per il rifornimento. Particolare non da poco. Probabilmente Guarano stava
pensando a come risolvere la questione quando la pattuglia degli agenti
della sottosezione autostradale Vasto-sud è arrivata nella stazione di
servizio. E' bastato comunicare i suoi dati alla centrale per appurare che
l'automobilista pugliese era stato condannato a quattro anni e mezzo di
reclusione dal tribunale di Lucera per una serie di reati. Pochi minuti dopo le manette sono scattate ai suoi polsi.
Giuseppe Guarano è stato rinchiuso nel carcere di Torre Sinello a Punta
Penna. L'uomo è ora in attesa delle decisioni che saranno prese dal
tribunale di Lucera. Non è escluso che l'uomo possa essere trasferito in
Puglia nelle prossime ore. ==== Da:
‘La Voce di Rimini’ del 23-1-2003 Rapina, i due restano dentro MISANO - Sono stati condannati a due anni, otto mesi e 20
giorni, e restano dentro il carcere di Rimini, i due algerini ritenuti
responsabili di aver rapinato, nonché picchiato, un cuoco 21enne di
Lucera di Foggia mentre era in spiaggia di notte. L'episodio, che ha
portato al giudizio abbreviato il 20enne Mouhamed Azouzi e il suo
connazionale Saide Hamdoun, che ieri mattina sono comparsi davanti -
difesi dall'avvocato Mario Scarpa - al Gup del Tribunale di Rimini
Giovanni Trerè, era accaduto nella notte del 24 giugno dello scorso anno.
Il giovane cuoco pugliese, dopo aver lavorato fino a tardi nel ristorante
di un albergo di Misano dove stava facendo la stagione, si era poi recato
sulla spiaggia vicino dove, forse vinto dalla stanchezza, si era
appisolato sulla sabbia. Improvvisamente il giovane pugliese aveva
avvertito una mano estranea che lo frugava e, risvegliatosi del tutto,
aveva cercato di reagire al tentativo di furto portato avanti da una sola
persona. Ma appena il cuoco aveva cercato di svincolarsi, dal buio -
sempre secondo il racconto che aveva poi fatto ai carabinieri di Misano
dove si era recato a sporgere denuncia - erano emerse altre tre figure e,
tutti e quattro, lo avevano malmenato per poi fuggire con un bottino di
mille euro (parte della paga appena ricevuta) e un cellulare. Il giovane
cuoco aveva riconosciuto tre dei suoi aggressori dalle foto segnaletiche,
ma alla fine solo due sono finiti in carcere, dove sono rimasti fino al
processo e dove dovranno restare. Durante il processo Mouhamed Azouzi ha
cercato di scagionare il suo connazionale accollandosi tutte le colpe, ma
evidentemente non è stato creduto dal gup Trerè che ha condannato
entrambi a due anni, otto mesi e 20 giorni. ==== Da: http://ilmattino.caltanet.it del 22-1-2003 Ariano, presi i rapinatori della
tabaccheria Sarebbero due giovani operai di Foggia, A. R. e L. F.,
entrambi di 23 anni, incensurati, ad aver tentato di rapinare, armi in
pugno (non si sa se vere o false), la sera del 3 gennaio la tabaccheria di
Caterina Corsano in località Turco di Ariano Irpino. La rapina andò a
vuoto perchè il marito della titolare dell'esercizio commerciale,
Raimondo Lo Conte, reagì inveendo e lanciando degli oggetti nei confronti
dei rapinatori che si diedero a precipitosa fuga. Il gip presso il
tribunale, Romano, ha accolto, infatti, la richiesta del pm Palladino, di
emettere ordine di custodia cautelare in carcere per i due giovani. Sono
stati i carabinieri del Nucleo Operativo, di intesa con quello di Foggia,
ad eseguire l'ordine e a trasferire i due foggiani presso la casa
circondariale di Ariano. I due sarebbero stati incastrati da una serie di
errori. Infatti, pur indossando il passamontagna, si erano espressi
facendo denotare una inflessione dialettale pugliese. Inoltre erano giunti
ad Ariano con un'autovettura che non era passata inosservata ai testinomi
della tentata rapina. Infine negli ultimi giorni alcune intercettazioni
telefoniche ed ambientali hanno confermato i sospetti degli inquirenti. I
due ventitreenni sono stati prelevati alle prime luci dell'alba di ieri
nelle loro rispettive abitazioni. Alla presenza dei militi hanno tentato
di reagire sostenendo di essere vittime di un clamoroso errore
giudiziario. v.g. ==== Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 22-1-2003 Bologna Presi i soliti sospetti con l'amaro in
bocca Secondo gli inquirenti si tratta di una organizzazione
criminale specializzata in rapine in aziende, durante le quali i banditi
spesso si coprivano la fuga prendendo degli ostagg. E sarebbe stata
sgominarla dalla Guardia di Finanza in seguito ad indagini del nucleo
regionale di polizia tributaria. Sono finiti in carcere per rapina, sequestro di persona,
ricettazione e riciclaggio Pietro e Giuseppe Laforgia, di 36 e 40 anni, e
Mauro Di Palma, di 46, tutti di Andria (Bari), e Donato e Michele Di
Biase, 32 e 42 anni, di Cerignola (Foggia). Gli arrestati sono accusati
tra l'altro di aver compiuto nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del
2000 la razzia di bottiglie di Amaro Montenegro (nella foto) nello
stabilimento di Zola Predosa. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal
gip presso il tribunale di Trani, Lovecchio su richiesta del sostituto
procuratore Maralfa. Per eseguirle, sono stati impiegati sessanta militari
e quindici automezzi. I rapinatori irrompevano nelle aziende armati e mascherati
e, dopo aver sequestrato chi era all'interno, si appropriavano di notevoli
quantitativi di merci ad elevato valore aggiunto. Tra gli episodi
contestati al gruppo, che sarebbe stato capitanato da Giuseppe Laforgia,ci
sono una rapina nel frantoio dei «Produttori Oleari Biscegliesi» la
notte del 13 gennaio 2000 a Bisceglie (Bari) al termine della quale si
servirono del figlio del titolare dell'azienda per coprirsi la fuga e un
furto, due notti dopo, alla «Montenegro SpA» di Zola durante la quale si
impossessarono di amari per un valore di 150 milioni di lire. Entrati con
un camion nello stabilimento alle 3 di notte, quei banditi lasciarono
molte impronte. ==== Da: del
22-1-2003 Vigone,
pellegrinaggio da tutta Italia al "Grifone" «Varenne, ti trovo un po' ingrassato» Affetto
indelebile ad un anno dalle glorie nel Prix d'Amerique VIGONE - «Ti trovo un po' ingrassato, ma puoi concedertelo
dopo tanta fatica», «come sei bello», «sei morbido come la seta», «grazie
Capitano!». L'elenco delle frasi pronunciate dai fan potrebbe continuare,
il destinatario è lui, Varenne, festeggiato sabato scorso in un
allevamento, "Il grifone", avvolto dalla nebbia. Sono giunti da
tutta Italia per incontrare il loro idolo nella nuova dimora e le
condizioni atmosferiche avevano il merito di rendere più ovattato il
luogo, marcando una distanza non solo temporale con Parigi. Già, il Prix d'Amerique: il ricordo delle imprese di
Varenne in quella che è la più importante corsa al mondo resta
indelebile nei tanti che vi hanno assistito direttamente. Per ricambiare
il Capitano della gioia regalatagli all'ippodromo parigino per due anni di
seguito, Gianluca, dentista foggiano, si è sobbarcato un viaggio in treno
durato tutta la notte. Ma a Vigone, un po' alla spicciolata per la nebbia,
si sono dati appuntamento tifosi provenienti dalla Sardegna, dal Trentino,
dalla Toscana, dalla Liguria. Una truppa eterogenea, anche per età. Si va dalla bambina
che ha scritto una lettera a Varenne al 79enne di Novi Ligure che di
cavalli ne ha visti tanti: «Ma come lui non c'è nessuno». Il Capitano
è tranquillissimo, posa con assoluta mansuetudine per le foto ricordo a
cui nessuno dei presenti (si trasferiranno per il pranzo all'Hostaria…
di Varenne a Collegno) può e vuole sottrarsi. Roberto Brischetto assiste
con soddisfazione ai festeggiamenti nei confronti del suo Varenne, chiede
solo di non cingere d'assedio il cavallo ma sa bene che la passione è
difficile da contenere. Tutt'attorno, appesi qua e là, gli striscioni realizzati
da Angelo De Carli, istrionico promotore dell'evento: «Il giorno del Prix
d'Amerique staccherò il telefono e tirerò giù le tapparelle. Farò
finta che non sia la fatidica domenica». «Già, nessuno dei partenti
regge anche soli il confronto con il nostro Varenne» aggiunge una
signora. C'e ancora tempo per la simbolica consegna dei ferri del Capitano
al nuovo commissario del settore ippico italiano, Francesco Saverio Abate,
mentre rimane, come giusto, in secondo piano il problema dell'artrite
virale che potrebbe interessare il Varenne riproduttore. Un verdetto
definitivo dal ministero della Sanità è atteso in settimana. Chiude
Brischetto: «Se le valutazioni sull'attività riproduttiva del Capitano
sono legate a questo pronunciamento, sapete quanta soddisfazione dà
alzarsi al mattino e venire a trovare Varenne? Averlo con me è comunque
un privilegio». Aldo Peinetti ==== Da: www.unionesarda.it del 22-1-2003 L’autrice Varie forme d’arte, la stessa
sensibilità E ora l’esordio nella narrativa Myriam Scasseddu ha scelto per la copertina della sua prima
raccolta di racconti, appena pubblicata da Bastogi, un celebre dipinto di
Artemisia Gentileschi che raffigura Giuditta e la fantesca dopo la
decapitazione di Oloferne. E Giuditta si intitola il libro (155 pagine, 11
euro) di cui per gentile concessione della casa editrice pubblichiamo la
prefazione. A firmarla è Maria Luisa Spaziani, una delle voci più
originali e apprezzate della poesia contemporanea, legata da anni da un
profondo rapporto di stima con l’artista cagliaritana. Tra le arti figurative e la letteratura si muove del resto
il mondo di Myriam Scasseddu, che nella sua ricerca artistica si è sempre
mossa liberamente, trovando prima soprattutto nella scultura, poi nella
pittura e nella poesia, e più di recente nella narrativa, le forme
espressive più consone alla sua sensibilità “dolorante e desta”. «La
sua - scrive Claudio Toscano nel commentare la sua presenza
nell’antologia Poeti italiani del II dopoguerra - è una sofferta
presenza nel disappunto della vita, una privilegiata premonizione delle
sensitività creatrici». La Scasseddu ha sempre pubblicato con la versatile casa
editrice foggiana: è del 1996 la raccolta di versi I cerchi nell’acqua
(collana di poesia Il Capricorno), che si avvale anch’essa della
prefazione di Maria Luisa Spaziani. Ed è di prossima pubblicazione una
seconda raccolta di poesie, intitolata La luce e lo spazio. Quanto alla
narrativa, l’autrice sta lavorando a un nuovo volume, Le ali di Icaro. O.S. ==== Da: http://www.tribunatreviso.quotidianiespresso.it del
22-1-2003 Sergio
Bellato Bellato e Tognana «esplorano»
Brindisi Dopo Manfredonia e
Matera spunta un'altra ipotesi di delocalizzazione n.p. Tutto è cominciato poco meno di un anno fa, alla fine di
febbraio, quando il sindaco di Brindisi Giovanni Antonino è salito nella
Marca per incontrare il presidente di Unindustria e il sindaco di Treviso
per parlare di delocalizzazione, di nuove aziende e di occupazione. Ieri Bellato era a Brindisi, in compagnia di Nicola Tognana
numero due di Confindustria, per ricambiare la visita, ma soprattutto per
sondare il terreno. Per esplorare le opportunità che può offrire l'area
industriale brindisina alle imprese trevigiane. A fare gli onori di casa
il sindaco brindisino Antonino, il presidente della Provincia, Nicola
Frugis, e il presidente dell'Assindustria, Stefano L'Abate. Al momento non
c'è nulla di concreto, in quanto Unindustria, è impegnata al massimo a
condurre in porto il progetto Matera. Vale a dire la seconda operazione di
delocalizzazione, dopo quella felicemente conclusa a Manfredonia. «Grazie ad una efficiente piattaforma logistica ed al
porto», ha detto ieri Tognana nel corso dell'incontro nella sede di
Assindustria, «Brindisi ha una marcia in più rispetto ad altri territori
del Mezzogiorno» Tognana ha sottolineato come in questa fase il Paese sia
chiamato ad affrontare sfide importanti cui non potrà presentarsi con
l'asimmetria determinata dal divario esistente tra Nord e Sud. La sfida
dell' occupazione», ha insistito il vice di D'Amato, «si gioca nel
Mezzogiorno, se l'Italia deve far lievitare il tasso di occupazione dal 50
al 65 per cento». Tognana e Bellato, hanno poi sottolineato l'esperienza
positiva che tante aziende trevigiane stanno maturando a Manfredonia ed a
Matera, dove hanno trovato manodopera di ottima qualità e le condizioni
ideali per investire, anche grazie all'intervento dello Stato. Brindisi seguirà l'esempio di Manfredonia e Matera? «Potrà
seguire la stessa strada», è stato detto dai due imprenditori, «a
condizione che la pubblica amministrazione dimostri di sapere essere
efficiente, che si avviino processi di formazione professionale e che si
sviluppino processi di ricerca e di innovazione tecnologica». ==== Da: http://www.lacittadisalerno.quotidianiespresso.it del
22-1-2003 Il carnet degli
appuntamenti della celebrazione Arbore, testimonial di pace Renzo Arbore, accompagnato dalla sua Orchestra italiana,
sarà il testimonial di una ''Salerno città di pace''. Che rievoca una
tranche di guerra, ma solo per celebrare la democrazia. Lo ha spiegato
Alberto D'Anna, commissario dell'Azienda autonoma di soggiorno e turismo,
che da mesi è al lavoro per celebrare il sessantesimo anniversario dello
sbarco a Salerno. Reduce da una riunione per organizzare le ultime date di
un cartellone ricco di iniziative, D'Anna svela che, proprio in questi
giorni, Renzo Arbore, contattato dall'assessorato al turismo della
Regione, ha accettato l'invito. E l'11 settembre, si esibirà in concerto
ai templi di Paestum. «Abbiamo deciso di prorogare fino all'11 settembre
le celebrazioni dello sbarco - ha chiarito il commissario - L'11
settembre, anniversario della strage delle torri gemelle di New York, vorrà
essere l'occasione per candidare Salerno a diventare città della pace e
della democrazia. In quest'ottica le celebrazioni ricorderanno lo sbarco,
ed il sacrificio di tanti uomini, come simbolo di una conquista positiva,
al di là degli orrori di tutte le guerre». Le celebrazioni si terranno
dal 7 all'11 settembre. In cantiere una ''Mostra sullo Sbarco'' curata dal
professore Angelo Pesce, la ''Regata della Pace'', un concerto bandistico,
una sfilata di mezzi corazzati d'epoca, una drammatizzazione storica tesa
a ricostruire i cruciali giorni del settembre 1943 curata dal regista
Gaetano Stella. è inoltre previsto il coinvolgimento delle scuole
salernitane. Sarà poi attivato un sito internet dedicato allo sbarco
alleato, in cui sarà possibile trovare ogni informazione relativa alle
celebrazioni. ==== Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 21-1-2003 Cronaca «Altro che censore, Flores cerca solo
spazio per i suoi» ROMA — Che il rapporto tra i Ds e gli autonominati
rappresentanti della piazza girotondina fosse difficile, si sapeva. Ora,
però, con le amministrative di primavera che si avvicinano, in gioco non
c'è più 'solo' l'immagine della classe dirigente della Quercia. In gioco
ora ci sono i voti del maggior partito della sinistra, insidiati
dall'ipotesi di «liste civiche» collegate ai movimenti che il direttore
di Micromega Paolo Flores d'Arcais minaccia di presentare «laddove
l'Ulivo avanzerà nomi impresentabili». E' davvero troppo. E il
coordinatore della segreteria diessina Vannino Chiti pianta i suoi
paletti. «Nessuno — dice — neanche Flores d'Arcais, ha il monopolio
della società civile». No, ma sembra tenervi in scacco. «Flores è un distruttore e noi non possiamo accettare
questa sorta di giudizio di Dio». Flores dice di parlare a nome della piazza. «Vede, ci sono dei movimenti attivamente impegnati
nell'arricchimento dei contenuti dell'Ulivo e ci sono alcune personalità
che sembrano invece interessate solo ai ruoli e chiedono spazi...». ...e gli uni non corrispondono agli altri? «No, la maggior parte delle associazioni e dei movimenti
ci chiede unità e vuole che la si finisca con i litigi. Flores e altri,
invece, si comportano come se avessero il monopolio della società civile».
Hanno invece il monopolio della rappresentanza politica
della società civile, ed è colpa anche vostra... «No, guardi, noi parliamo con tutti. Ma della società
civile fanno parte anche i 550mila iscritti ai Ds, il volontariato, i
sindacati, le associazioni di categoria...». Non solo i girotondi, dunque. «Non credo che chi partecipa ai girotondi la pensi come
qualcuno che dice di rappresentarli». Tutto, però, è nato con l'attacco di Moretti ai vertici
dell'Ulivo. «Sì, ma chi va in piazza non chiede risse né vuole una
resa dei conti rispetto a gruppi dirigenti scelti attraverso congressi
democratici». E se presentano liste autonome? «Sarebbe un errore gravissimo, che peraltro hanno sempre
detto di non voler commettere. Una scelta utile solo alla destra». E' immaginabile che l'Ulivo candidi rappresentanti dei
girotondi? «Certo, ma non sarebbe una novità. L'Ulivo ha vinto le
amministrative dello scorso maggio proprio perché si è aperto alla
società civile. E' così che abbiamo conquistato il comune di Piacenza e
anche stavolta eviteremo di chiuderci nelle élite di partito». Farete accordi anche con Rifondazione. «Con Rifondazione e con l'Italia dei valori, ma sempre
sulla base di programmi legati al territorio». Mastella, però, minaccia di presentarsi col centrodestra. «Sarebbe sbagliato. L'Udeur è parte dell'Ulivo e in
alcune realtà è decisiva». In quelle realtà come Benevento e Foggia, però, li avete
esclusi. «Non è vero. Certo, a Foggia l'Ulivo locale ha deciso di
rivolgersi alla società civile candidando il presidente dell'Ordine dei
medici, ma è un modo per vincere tutti assieme, non certo per escludere
l'Udeur». Quale sarà il ruolo di Cofferati in queste elezioni? «Cofferati lavorerà per i Ds e per l'Ulivo nel senso di
un incontro costruttivo con la società civile». Il referendum sull'articolo 18 vi penalizzerà? «Temo che possa influire sul voto. E ha ragione Cofferati
nel dire che occorre fermarsi e riflettere per spiegare la nostra
posizione al Paese con un'iniziativa legislativa». di Andrea
Cangini ==== Da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net del 21-1-2003 Bologna I funerali di Campisi Ieri pomeriggio si sono svolte nella chiesa parrocchiale di
Castel dell'Alpi (San Benedetto Val di Sambro), le esequie del capitano in
congedo Ugo Campisi, originario di San Severo di Foggia, ma da tempo
residente in questo paese appenninico.Per espressa volontà del Campisi
stesso, deceduto all'ospedale di Loiano, la salma è stata composta in
uniforme e ad essa sono stati attribuiti gli onori militari .Alla
cerimonia sono intervenute le autorità civili e militari. v. b. ==== Da: www.lastampa.it del 21-1-2003 Milano Burrate «made in Puglia», ma anche
vino e olio doc ARIANNA
CORTE All´alimentari Vecchi Sapori si può fare la spesa
quotidiana, pane, acqua e latte sono assicurati. Ma i clienti vengono
presi per la gola con chicche alimentari davvero speciali, come la burrata.
Sono tanti i posti in città dove la si compra fresca, inviata
direttamente dal sud d´Italia, penseranno in molti. Trovarla genuina e
buona come in questa piccola bottega in zona stazione Vittoria, però, è
davvero difficile. Il negozio è ruspante, gestito con vera passione da
Damiano Giannatempo, un pugliese doc che un paio di anni fa, aiutato da
qualche amico, ha allestito questo spazio: scaffali di legno chiaro,
pavimento con vecchie piastrelle, un´affettatrice, un banco frigo.
Semplice nell´arredamento, ma agguerrito nella concorrenza. Alle pareti
le foto del cane Kelly e, grande, l´immagine di Padre Pio. Ovviamente non
manca il retrobottega. Un negozio poco milanese anche nell´orario
(9,30-13; 16-20,30 aperto anche il lunedì) e dichiaratamente all´insegna
del profondo Sud. Burrate, bufale, stracciatelle. E ancora pecorini
stagionati, orecchiette e strascinati (tipici quelli cucinati con le cime
di rapa) canestrato pugliese, olio, vino, limoncino del Gargano, passate
di pomodoro, conserve di ogni genere. Sul podio delle specialità quella
di rucola selvatica ottima anche con i cavatieddi pugliesi. Tutti prodotti
che Damiano compra direttamente da piccoli produttori. Perché qui si
viene non solo per trovare la specialità regionale, ma anche per fare la
spesa corrente, completa di pane (arriva dalla Puglia 4 giorni alla
settimana), zucchero, sale e acqua, anche questa meridionale (la
Gaudianella, l´acqua di Monticchio, effervescente naturale). Si ritornerà
per le mozzarelle e la burrata (13,50 euro al chilo), ma si scoprirà
anche la gioia dei butirri (latticini fatti con una pallina di burro
racchiusa in un involucro di pasta filata a forma di piccolo caciocavallo)
e perché, tra una lattina di tè freddo, una confezione di pasta fresca e
una `nduia calabrese (insaccato spalmabile molto piccante) si può trovare
anche quel rosso fatto nelle tenute di Albano che di solito sta in bella
mostra nelle enoteca del centro: quel Platone delle Tenute Albano Carrisi
che, per l´annata del 1998, ha vinto i Tre bicchieri del Gambero Rosso
nel 2002. I vecchi sapori, via Anfossi 44, tel. 025462379. Chiuso solo la
domenica. Orari di apertura: 9,30-13; 16-20,30. LUIGI CREMONA |
Anno 3, n. 74 IN
QUESTO NUMERO
APPUNTAMENTO | |||||||||||