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Scoop “sgradito” indagato un cronista de Il Messaggero (*)

 

Ieri pomeriggio alle 16,30 due carabinieri della Compagnia di Latina hanno notificato al collega Aldo Cepparulo un avviso di garanzia informandolo che è indagato per violazione di segreto istruttorio. La sua colpa? Aver pubblicato il 5 gennaio scorso la notizia che due carabinieri erano indagati per concussione. Una settimana dopo i due carabinieri sono stati arrestati a riprova della fondatezza di quello scoop. La Federazione Nazionale della Stampa, l’Unione nazionale cronisti italiani e l’Ordine dei giornalisti hanno espresso la loro solidarietà al collega.

 

di Roberto Martinelli

 

Il procedimento penale nei confronti del giornalista Aldo Cepparulo, colpevole di aver anticipato la notizia dell'arresto di due carabinieri è uno dei tanti capitoli della telenovela che da anni avvelena i rapporti tra giustizia e stampa. Dai tempi del processo Montesi è stata cercata una soluzione che garantisse, da una parte il sereno andamento delle indagini e, dall'altra, il diritto del cittadino ad essere informato in maniera corretta e completa su vicende giudiziarie di interesse pubblico. La soluzione non è stata trovata ed ogni volta che un cronista si rende colpevole di uno "scoop" non gradito alla magistratura, scatta inesorabile l'azione penale.

Il codice punisce chiunque rivela, in tutto o in parte atti o documenti di un processo penale di cui sia vietata la pubblicazione. A rigor di logica dovrebbero essere coperti dal segreto tutti gli atti compiuti dal PM e dalla polizia giudiziaria fino alla celebrazione del processo. Ma le affollate e trionfalistiche conferenze di magistrati che annunciano l'arresto di persone solo indagate e non ancora rinviate a giudizio escludono evidentemente questa ipotesi. E contrastano con l'articolo 6 del codice deontologico dei magistrati che sancisce il divieto di farsi pubblicità e dare interviste.

Il cronista del Messaggero non è evidentemente allineato sulla Procura di Latina e ne paga le conseguenze. Sarà interrogato e gli verrà chiesto il nome della persona che gli ha fornito la notizia. Il codice lo autorizza a tacere al PM e solo il giudice potrebbe imporgli di rivelare la fonte se le informazioni in suo possesso fossero indispensabili ai fini della prova del reato contestato. L'accusa ipotizzata nell'informazione di garanzia è quella di concorso con un pubblico ufficiale ignoto nel reato di concorso in segreto di ufficio. Il che sta a significare che la Procura della Repubblica è convinta che a dargli la notizia sia stato uno degli inquirenti e vuole identificarlo attraverso la sua "testimonianza". Ma, come è accaduto altre volte, cercare di nuovo di convincere un giornalista a fare il "pentito" è davvero troppo.

In passato, altre volte da tante Procure hanno usato lo stesso strumento di indagine, ma non ha mai portato ad alcun risultato utile. In alcuni casi la pubblica accusa ha addirittura ipotizzato nei confronti del giornalista il reato di favoreggiamento personale. Tutte scelte criticabili ma non sindacabili di magistrati che spesso sequestrano anche agende, floppy disk e computer. O addirittura spiano il cronista con l'uso di telecamere. Il rituale si ripete ogni volta che i giornali pubblicano notizie destinate a restare "riservate" a dispetto del diritto all'informazione che resta patrimonio inalienabile di ogni cittadino di questa Repubblica.

Conclusione. Il giornalista ha un solo dovere: quello di non rivelare mai le fonte delle notizie che gli vengono date. Deve però accertarne l'autenticità e verificare se esse possono compromettere l'esito di una indagine o se violano il diritto alla riservatezza di altre persone.

(*)  Tratto da: ‘Il Messaggero’ del 22-1-2003

Anno 3, n. 75
3 febbraio 2003

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