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INTERVENTI/2
Invito alla riflessione

di Enrico Ciccarelli

E’ sempre piuttosto imbarazzante leggere cose come quelle scritte da Luca D'Andrea a proposito della «Grande Provincia»: non perchè i valori di affetto e di umana comunione che egli rivendica a merito di quel corpo redazionale non siano importanti e condivisibili, ma per la drammatica distanza che esiste fra quelle premesse e il proseguimento dell'argomentare. Nemmeno io credo che il valore de «La Grande Provincia» si debba collegare al numero di copie vendute: si tratti delle settemila millantate sul sito Manzoni, delle duemila azzardate su Prima Comunicazione, delle scarse trecento di cui ho notizia io, un prodotto giornalistico si valuta anche e soprattutto tenendo conto di altri criteri. La mia convinzione che «La Grande Provincia» sia un prodotto giornalistico arrogante, goffo, a tratti involontariamente comico (il che non vuol dire che non vi si rinvenga occasionalmente qualche articolo ben scritto o qualche argomento trattato in maniera esauriente) non dipende affatto dalle vendite. Il dato diffusionale non è indifferente rispetto ad altre considerazioni, ma è vero quello che dice D'Andrea: il dovere del giornalista è impegnarsi al massimo, quand'anche il suo lavoro sia destinato ad un unico lettore. Il giovane collega ha altresì ragione a dire che dall'esterno è facile giudicare; ma gli sfugge che questa è anche la condizione indispensabile per farlo. E' cioè la sua pretesa di giudicare «dall'interno» ad essere risibile ed errata. La sua asserzione che il gruppetto affiatato e professionale di cui ci parla va avanti «a testa bassa, convinto della qualità» del suo operato esprime solo una vanagloria autoreferenziale, l'idea balzana che un giornalista sia il supremo giudice del proprio lavoro e che le critiche, anzichè essere un prezioso contributo al proprio miglioramento, sono insulti o sanguinosi oltraggi alla sua «dignità di uomo». Un atteggiamento che riguarda spesso anche cantanti e politici, registi e calciatori, ma che non per questo è meno stupido. Io per esempio suggerisco a D'Andrea di riflettere su questa storia dell'esprimersi liberamente. Secondo me chi vuole esprimersi scrive una poesia, un romanzo o un saggio, dipinge un quadro, compone una musica, fonda un'associazione o un partito, al limite fa l'opinionista. Il giornalismo è una cosa diversa, e non ha tra i suoi scopi principali o secondari quello di fare esprimere i giornalisti, giovani o vecchi che siano. Che D'Andrea voglia godersi una bella esperienza umana è suo pieno diritto; che si senta gratificato dall'esistenza di una tribuna dalla quale donarci le sue idee e considerazioni è comprensibile; ma se crede che questo percorso sentimentale abbia qualcosa a che fare con il giornalismo si sbaglia di grosso. Qui «La Grande Provincia» non c'entra: se un collaboratore di «Foggia & Foggia» (anche in questo giornale ci vogliamo molto bene e pratichiamo coesione e solidarietà) esprimesse gli stessi concetti, gli direi le stesse parole. I sogni vanno tirati fuori dal cassetto per imporli alla realtà, non per avvolgerli nella bambagia dell'autoconsolazione. 

Anno 3, n. 81
17 marzo 2003

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