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Minori e televisione, il solito salotto
(*)

di Michele Partipilo

Mercoledì 15 gennaio Bruno Vespa ha dedicato la sua trasmissione «Porta a Porta» al difficile rapporto tra minori e televisione. In studio c’erano il ministro delle Comunicazioni, Gasparri, i direttori di testate giornalistiche Mimun e Mentana, i giornalisti Gaspare Barbiellini Amidei, Alda D’Eusanio e Michele Cucuzza, la presidente del Movimento genitori, una deputata diessina, il presidente dell’Osservatorio dei minori, Antonio Marziale, un’imprenditrice. Insomma il solito ricco salotto che Vespa riesce a comporre ogni volta.

Ovviamente ciascuno ha cercato di tirare l’acqua al suo mulino: alla fine si è ricavata l’impressione che si stesse parlando di fatti che accadono in un altro paese e comunque dei quali, per una ragione o per l’altra, non si è mai responsabili. Esiste cioè sempre un altro problema, un altro nobile scopo, un’altra situazione che giustifica le colpe di tutti.

La tesi più singolare credo l’abbia esposta Mentana. Di fronte al dato che durante la settimana dello «Zecchino d’Oro» in quella fascia oraria ci sia stata un’impennata dello share, ha replicato che ciò non significa che trasmettendo sempre programmi «buoni» si mantenga quello share per tutto l’anno. Caso mai vi fossero equivoci ha fatto un esempio: è come i canditi, sono buoni, piacciono ai bambini, ma se mangiati spesso fanno venire la carie. Il che significa che non c’è speranza di avere programmi un po’ meno volgari e violenti, altrimenti quelli buoni non emergono.

I difensori della tv-spazzatura hanno fatto di tutto per trovare alibi: i genitori non possono scaricare i loro doveri educativi sulla tv; anche le fiabe sono violente; i tempi sono cambiati e i bambini non devono essere più bacchettoni; i film d’arte anche se offrono amplessi e nudi a ripetizione vanno bene perché sono arte e così via. Alla fine, insomma, tutte le colpe erano dei genitori e del bachettonismo di ritorno della nostra società. Solo qualche lieve colpa – casuale e del tutto fortuita – era imputabile alla televisione.

Credo che dedicando un po’ di tempo a guardare la tv nelle fasce cosiddette «protette» dedicate ai bambini ci sia quanto meno da vergognarsi per quello che va in video. A cominciare dalla pubblicità fatta di doppi sensi e di allusioni sessuali sempre più esplicite. E poi la violenza dei cartoni – sciaguratamente paragonati alle fiabe, come se fosse la stessa cosa guardarsi uno dei sanguinari mostri giapponesi e ascoltare papà e mamma che pure parlano del lupo cattivo, ma lo fanno col tatto dei genitori – per finire a vallette e conduttrici in abiti sempre più sguaiati.

L’unico che ha tentato un discorso un po’ più serio è stato Gaspare Barbiellini Amidei, che ha cercato di spiegare che esistono linguaggi propri del mezzo televisivo che vanno spiegati ai bambini: un telegiornale può affrontare temi assai delicati e mostrare immagini crude (accade sempre più spesso) ma è abitualmente visto da milioni di bambini nella convinzione che sia «innocuo».

L’ipotesi di una «educazione ai media» forse perché troppo seria, forse perché mal si adatta a una tv salottiera e superficiale, è stata subito messa da parte, per privilegiare altre fantasie, di grande impatto, ma assolutamente impraticabili come un microchip «fermaporcherie» da mettere nei televisori o una «dieta» quotidiana per i bambini con una scheda su cui compilare le percentuali di gioco, studio, tv, compagnia, ecc.

Duole constatare che in questo delicato settore la tv continui a muoversi con logiche vecchie e inconcludenti: da una parte lo spirito mai sopito di una nuova «Inquisizione» anche tecnologia; dall’altra il relativismo esasperato di ogni possibile orientamento etico. Mi rendo conto che polarizzare i dibattiti su questi estremismi è televisivamente spettacolare e redditizio per l’audience. Ma è anche la terribile conferma che la tv non sa parlare della tv. La responsabilità, la competenza, la sensibilità di chi a qualsiasi titolo compare sullo schermo o lavora a quello che va in onda non sono minimamente entrati nel dibattito e, temo, non entrano più neppure nei requisiti richiesti a chi fa televisione. Il che conferma in maniera incontrovertibile che, alla fine, aveva ragione Karl Popper: per chi fa televisione occorre una patente. Più o meno come un porto d’arma per chi vuol possedere una pistola.

(*) Da:  www.og.puglia.it del 16-1-2003

Anno 3, n. 81
17 marzo 2003

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