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Il Ruggito arrugginito

 

Sul n. 1 de ‘Il Ruggito’, a pagina 14, compare un articolo molto interessante, sulle nuove tecnologie, a firma di Ciro Santarcangelo. Peccato che buona parte dell’articolo provenga da varie fonti che abbiamo individuato su internet ai seguenti indirizzi:

http://www.esamisdf.unimc.it/attivit%E0/Irrma/irrsae7/trerivoluz.htm

In grassetto, come sempre, solo la parte copiata.

 

Le tre rivoluzioni

 

Gli studiosi dei problemi connessi alla sfera della comunicazione, da McLuhan a Ong, da Innis a Havelock, per fare soltanto alcuni nomi, hanno sottolineato unanimemente il fatto che i media, attraverso i quali gli uomini comunicano, influenzano il loro modo di pensare e anche, quindi, direttamente e indirettamente le società in cui essi vivono.

Se volgiamo lo sguardo sul passato prossimo e sul passato remoto del mondo della comunicazione vediamo che tre sono state le rivoluzioni più importanti che si sono susseguite nel tempo, e cioè: la rivoluzione chirografica (in seguito all’invenzione della scrittura avvenuta nel quarto millennio a.c.), la rivoluzione gutenberghiana (in seguito all’invenzione della stampa che ebbe luogo intorno alla metà del quindicesimo secolo) e la rivoluzione elettrica ed elettronica (in seguito all’invenzione del telegrafo e, successivamente, della radio e della televisione).

Alla luce degli strumenti di comunicazione che sono stati di volta in volta utilizzati, possiamo distinguere almeno quattro tipi di culture che si sono succedute nel corso degli ultimi sei millenni: la cultura orale (che fa uso, per trasmettere le conoscenze, solo della parola parlata), la cultura manoscritta o chirografica (che adopera quella tecnologia silenziosa della parola che è la scrittura), la cultura tipografica (che fonda la trasmissione del sapere sul libro stampato) e, infine, la cultura dei media elettrici ed elettronici (nella quale le informazioni vengono inviate, in modo sempre più rapido e diluviale, attraverso mass media quali la televisione e la radio).

La conseguenza più vistosa di quelle rivoluzioni è stata quella di far circolare le informazioni a una velocità sempre maggiore (oggi volano alla velocità della luce) e a costi via via più bassi. Inoltre, le rivoluzioni in questione si sono succedute nel tempo con ritmi sempre più accorciati: infatti, mentre tra l’invenzione della scrittura e l’invenzione della stampa sono passati circa cinquemila anni, tra l’invenzione della stampa e la rivoluzione dei media elettrici non sono intercorsi neppure quattro secoli.

 

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Ecco poi un’altra parte che però è una buona parte della premessa alla lunga intervista che Francesca Leoni ha fatto a Derrick De Kerckhove per la rivista ‘Teléma’ del 1998...

Il pezzo che abbiamo rintracciato in rete è all’indirizzo:

http://www.fub.it/telema/TELEMA12/DeKerc12.html

In grassetto la parte che compare anche sul ‘Ruggito’.

 

 

Intervista con Derrick De Kerckhove

di Francesca Leoni

 

Rischi pochi, vantaggi tanti oggi è meglio studiare on line

 

Le reti telematiche e i computer sono una estensione tecnologica delle facoltà della mente umana. Potenziano la memoria, la fantasia, la creatività. Anche la scuola deve partecipare attivamente a questo processo di pensiero collettivo, senza timori nei confronti delle novità, neanche delle più estreme.

L'utilizzo dei computer, dei nuovi mezzi multimediali e della rete, può portare a una profonda trasformazione delle condizioni in cui avviene l'apprendimento. Non è più importante, oggi, imparare qualcosa, ma sapere come si fa ad accedere alle conoscenze. Ciò che conta non sono i contenuti, ma i processi. E non c'è da stupirsi se queste novità suscitano incertezze e timori: è sempre stato così nella storia dell'uomo, da quando è stata inventata la scrittura, fino alla nascita della televisione e di Internet.

Derrick De Kerckhove, erede spirituale di McLuhan e direttore dell'omonima fondazione di Toronto, ribadisce le sue convinzioni in proposito e parla dei vantaggi e delle grandi opportunità offerte dall'insegnamento on line, insistendo su un concetto che gli è molto caro: l'ipertestualità ripropone le condizioni del funzionamento della mente umana. La diffusione della teledidattica, dice, incontra molte resistenze. Ma quando potrà raggiungere la sua piena maturità, offrirà ai ragazzi molto più di quanto sia stato offerto loro da altri mezzi, come ad esempio la tv educativa.

Una delle obiezioni più forti all'utilizzazione del computer e della multimedialità come strumenti fondamentali per l'insegnamento e l'apprendimento, è che in questo modo studenti e docenti sarebbero incoraggiati alla pigrizia mentale. Infatti verrebbe ridotto al minimo l'esercizio della memoria, indispensabile per acquisire e trasmettere cultura, e verrebbe limitato lo sviluppo della fantasia. Qual è la sua opinione?

Per migliaia di anni, fin da quando il faraone rimproverò Toth per aver inventato la scrittura, perché, sosteneva, minacciava di distruggere la memoria, ogni nuova tecnologia basata sul linguaggio ha sempre suscitato ingiustificate reazioni ostili. Qualunque spostamento della sede della memoria sembra turbare profondamente l'uomo e ovviamente ogni tecnologia comporta una dislocazione di questo tipo: l'invenzione della scrittura ha trasferito la memoria dal corpo al testo, la televisione ne ha sancito il passaggio dalla mente allo schermo, e oggi Internet va trasformando la memoria in un ambiente virtuale al di fuori del corpo e degli schermi, negli inferi del non-spazio digitale. Non sorprende dunque che questi sviluppi creino un certo sconcerto. Tuttavia, quando la memoria e l'elaborazione dell'informazione (ossia il pensiero) mutano sede, di solito è per fare qualcosa di nuovo, qualcosa che non era mai stato fatto prima nelle società umane: così l'invenzione dell'alfabeto ha reso possibile il pensiero individuale; la televisione ha creato una mente collettiva, e ora Internet offre la possibilità di connettere le menti dei singoli individui. I contenuti della memoria universale vengono riversati in Internet, così come molte facoltà mentali vengono delegate ai computer. Pensare e ricordare diventano processi collettivi che possono essere condivisi in tempo reale. Che c'è di male?

Niente, ovviamente, ma i rischi possibili che qualcuno teme riguardano altri effetti.

E allora osservo, in primo luogo, che nessuno ha mai sostenuto la necessità di sostituire interamente i vecchi media con quelli nuovi. In secondo luogo, quali prove abbiamo che gli strumenti multimediali rendano pigri gli studenti? Forse il fatto che, abituati a usare i calcolatori tascabili, gli scolari dimenticano oppure non imparano le tabelline? Infine, si può davvero affermare che i nuovi strumenti multimediali ostacolino lo sviluppo della fantasia? Ovviamente non parliamo qui dei videogiochi, ma di materiale didattico. Sotto il profilo pedagogico, le nuove tecnologie offrono possibilità spettacolari: tantissimi miei studenti hanno ottenuto le informazioni più interessanti attraverso il web; molti mettono in rete i risultati delle loro ricerche e li discutono con persone accomunate dagli stessi interessi con le quali, probabilmente, non sarebbero mai potuti entrare in contatto in altro modo. In Canada, gli strumenti didattici multimediali sono usati anche nelle scuole elementari, dove i bambini imparano a sviluppare le loro facoltà cognitive e immaginative attraverso la creazione di siti web. Le nuove tecnologie non rendono affatto pigri gli scolari, al contrario, li impegnano in un processo di apprendimento di tipo situazionale. La fantasia non viene sostituita, bensì integrata da quella virtuale, che è una estensione tecnologica delle nostre facoltà immaginative. Quanto alla memoria, forse la dobbiamo considerare perduta se fluttua tutto intorno a noi, anziché deteriorarsi nel nostro cervello?

Ma che cosa accade quando la mente e la memoria pur senza abbandonarlo si espandono al di fuori del corpo?

Questa espansione comporta una radicale trasformazione nelle condizioni dell'apprendimento. L'importante non è più sapere qualcosa, ma sapere in che modo accedere alle conoscenze ed elaborarle. L'importante è rendersi conto che oggi non pensiamo più da soli, isolati, ma assieme a tutte le persone che sono impegnate, nel breve o nel lungo periodo, nelle attività di problem solving, di scoperta e di fissazione dei risultati per renderli accessibili a tutti. L'ignoranza non è solo uno "stato beato": è la forma in cui si presentano i bisogni percepiti in questo stesso momento, in tempo reale, da tutti coloro che partecipano a un processo di pensiero collettivo. Possiamo affermare che nessun insegnante o pedagogo sensato pretenderebbe di sostituire completamente i vecchi media con i nuovi. A fondamento dell'identità personale vi è ancora, e vi sarà sempre, l'acquisizione della capacità di leggere e scrivere, che il bambino ha bisogno di apprendere per diventare un buon processore nella memoria connettiva dei media in rete. Ma egli non ha bisogno di imparare contenuti, bensì solo processi. Si ripresenta qui la vecchia e tediosa controversia che vide contrapposti Rabelais e Montaigne. Io mi schiero, ancora una volta, con Montaigne, che alle argomentazioni di Rabelais ribatteva: «Une tête bien faite vaut mieux qu'une tête bien pleine» (una testa ben fatta vale più di una testa piena).

Un'altra obiezione riguarda il rischio di una progressiva spersonalizzazione dell'insegnamento. La fisicità del rapporto tra docente e discente è considerata essenziale. Invece le nuove tecnologie tenderebbero a eliminarla, o quanto meno ad attenuarla.

Le opinioni a questo proposito sono effettivamente contrastanti. Molti studenti universitari che hanno sperimentato l'insegnamento on line, specialmente quelli che vivono lontano dal campus, pensano che sia più comodo imparare in questo modo, invece di andare tutti i giorni nelle aule in cui si tengono le lezioni. Resta da vedere, se la mancanza di un contatto fisico tra gli studenti in un posto reale non rischi di trasformare molti di essi in individui socialmente handicappati, per non parlare dell'impoverimento di un contenuto educativo ridotto, ancora una volta, a stringhe di lettere. D'altro canto, a quanti sottolineano i pericoli di isolamento insiti nell'uso degli strumenti multimediali, si può rispondere che l'interazione telematica non esclude affatto un coinvolgimento personale profondo: sono frequenti, e lo saranno sempre più, i casi di solide amicizie e di relazioni amorose che si sono sviluppate on line. Penso quindi che si possa tranquillamente affermare che Faust on line non è meglio di Faust off line; entrambi arriveranno alla stessa conclusione: a Margherita. E tuttavia la questione del corpo, della vicinanza fisica, assume un' importanza centrale nell'esperienza didattica. Il corpo infatti pensa, parla e condivide informazioni con altri corpi. Modella il pensiero, e schemi di pensiero reiterati a loro volta finiscono per modellare il corpo. Così, la presenza dell'insegnante è nel peggiore dei casi utile, nel migliore profondamente efficace. La presenza fisica di un bravo docente conferisce peso e autorità al suo insegnamento. Ma è ancora più importante la presenza fisica degli altri allievi, che permette un interscambio più rapido, quasi istantaneo, di domande, dubbi, segnali di approvazione e di rifiuto, nonché una serie di microgesti e di eventi ancora tutti da studiare e classificare, che informano il corpo sociale dell'intera classe.

L'insegnamento on line è certamente una straordinaria opportunità per tutti coloro che altrimenti dovrebbero rinunciare alla scuola, ad esempio chi vive in territori dove la scuola più vicina può essere distante migliaia di chilometri o chi non può uscire dalla propria abitazione. D'altro canto, l'insegnamento on line può indurre all'isolamento tutti coloro che, pur potendo frequentare un corso di studi tradizionale, trovino comodo ricorrere a soluzioni telematiche. Secondo lei una classe virtuale potrà mai sostituire interamente quella reale?

I presunti effetti di isolamento e di frammentazione sociale sono quelli che più sembrano preoccupare i critici dei nuovi media. Martin Pawley, ad esempio, sostiene che la televisione crea un "futuro privato" per disadattati che vivono rintanati nei loro appartamenti al decimo piano, con gli occhi inchiodati allo schermo. Pawley, ovviamente, non fa il minimo cenno al fatto che guardare la televisione può diventare (è anzi diventato ormai da tempo) anche un rituale collettivo, un momento di socializzazione. E' lo stesso tipo di obiezioni che vengono mosse invariabilmente a Internet. Ma è possibile che queste persone non si rendano conto che ogni momento di coinvolgimento nella Rete è una forma di comunicazione, e non semplicemente una ricezione passiva di informazioni? Anche nel caso del più passivo dei media in rete, ossia il web che viene usato soltanto come strumento di macro consultazione manuale, non si può non riconoscere che la ricerca è caratterizzata da un tipo di personalizzazione dell'elaborazione dati che manca, e non si potrà mai avere, in molti altri media.

A che cosa si riferisce, in particolare?

Ai rituali e alle routines della ricerca interattiva che presuppongono un interscambio con gli altri e un orientamento verso la collettività superiori a quelli resi possibili dalla stessa televisione, alla quale, comunque, va riconosciuto il merito di aver creato la prima comunità mondiale di compratori e di consumatori. La comunità del web è il web stesso, per non parlare delle miriadi di comunità che esso ha consentito di creare. Condivido appieno a questo riguardo la posizione di Lanier, il quale sostiene che la grande, e misconosciuta, tecnologia del nostro tempo è il telefono (che connette tutto con tutto), e che la Realtà Virtuale stessa non è un semplice strumento di produzione, ma essenzialmente un mezzo di comunicazione. Precisato questo, non ritengo, però, che una classe virtuale possa sostituire una classe reale. Se così fosse, le schiere di imbecilli laureati che continuano a uscire dalle aule e dai laboratori universitari lascerebbero il posto ad automi socialmente handicappati che escono dai loro seminterrati o dalle loro camere da letto con un titolo di studio virtuale rilasciato da una università virtuale. Il destino e il messaggio della Realtà Virtuale non è quello di sostituire la realtà, bensì di potenziarla. Come regola di buon senso, possiamo dire che per ogni forma di virtualità deve esserci almeno un grado minimale di realtà fattuale.

L'ipertestualità rappresenta senz'altro un arricchimento. Ma quali precauzioni occorre adottare per evitare che diventi deviante per chi non è in grado di maneggiarla? Non c'è il pericolo che a chi studia venga offerto troppo di tutto e troppo poco di quello che può aver bisogno di approfondire?

Molière fa dire a un personaggio di Les femmes savantes: «Un gentiluomo è colui che sa tutto senza aver mai dovuto apprendere nulla». Questa frecciata maligna contro la rampante ignoranza dell'aristocrazia francese, tratto che è rimasto tipico per secoli dell'aristocrazia di sangue, va oggi assumendo un significato diverso. In effetti, con Internet stiamo per diventare tutti "gentiluomini" nel senso di Molière, ci avviamo cioè a sapere tutto senza aver dovuto imparare nulla: non dobbiamo far altro che collegarci alla rete. I multimedia in rete de-specializzano sia i contenuti didattici sia le loro modalità di trasmissione. Si pensi solo al fatto che il web sta per trasformarsi in una mente connettiva completa che contiene ogni cosa. Il web è accessibile ovunque, in qualunque ordine, casuale o lineare, in qualunque formato, testo, suono, immagine: funziona esattamente nello stesso modo in cui opera l'immaginazione. L'ipertestualità non è altro che questo: la condizione di funzionamento di ogni mente. L'accesso ai nostri pensieri è esso stesso ipertestuale. L'unica differenza tra il web e le nostre menti è che, almeno per ora, l'accesso a queste ultime è più rapido e che abbiamo un maggiore potere morfico nei confronti dei nostri contenuti mentali, ma è un vantaggio che forse durerà poco.

In sintesi, quali sono, realisticamente, i vantaggi e gli svantaggi dell'insegnamento on line?

I vantaggi sono piuttosto evidenti. In primo luogo, la teledidattica consente l'accesso all'istruzione a tutti coloro che, per una ragione o per l'altra, non possono frequentare le scuole. In secondo luogo, i nuovi, efficienti software di ricerca che si stanno mettendo a punto consentiranno un accesso facile e pressoché illimitato a informazioni altamente specializzate quasi in tempo reale. Soltanto l'insegnamento on line, infine, offre a ogni studente, insegnante o ricercatore, la possibilità di creare istantaneamente una comunità virtuale di persone che condividono gli stessi interessi, senza vincoli spaziali e temporali. E' questo, a mio avviso, l'aspetto più interessante dell'insegnamento on line. Una comunità di ricercatori di norma è limitata a un luogo fisico condiviso, e deve fare i conti con lunghi ritardi nella pubblicazione e/o nella distribuzione delle informazioni. Ciò può consentire di riflettere meglio sulla verità e sulla validità dei contenuti dell'informazione, ma in definitiva si traduce in uno svantaggio in quanto i vincoli spaziali limitano l'accesso ad altri illustri ricercatori di tutto il mondo, e i ritardi temporali riducono inevitabilmente le opportunità di pensiero connettivo. L'interazione on line consente un processo di pensiero collettivo, cui partecipano quasi in tempo reale tutte le persone interessate, che ha caratteristiche assai simili ai processi mentali individuali. Il grande vantaggio in questo caso consiste nel fatto che al processo può partecipare un numero pressoché illimitato di esperti.

E non c'è anche qualche grande svantaggio?

Se l'accelerazione nella distribuzione e nell'elaborazione delle informazioni scientifiche e sociali è un fatto positivo, in quanto comporta tempi più rapidi di reazione e di risposta creativa da parte delle persone coinvolte, c'è anche il rischio che risultati e informazioni vengano messi on line senza le necessarie verifiche, e che ciò si traduca in una perdita di credibilità del processo scientifico. Ma il problema può essere superato, almeno in parte, comunicando rapidamente con altre persone per verificare fatti e soluzioni. Le nuove tecnologie multimediali eliminano progressivamente le barriere politiche e fisiche allo scambio e alla distribuzione del sapere, e ciò significa una crescita esponenziale sia della quantità di informazioni scambiate sia della portata della loro diffusione. Al di sopra e al di là del mutamento strettamente quantitativo, si sta verificando anche un mutamento di tipo qualitativo, dovuto al moltiplicarsi delle interconnessioni e alla loro crescente precisione. Assistiamo così alla nascita di gruppi "just-in-time" di studio, di problem solving o di ricerca, che possono assumere le configurazioni più varie. E' assai probabile che da tali interconnessioni sorgano nuove forme di coscienza istantanea.

Lei insiste molto sul "potere metaforico" della comunicazione on line. A che cosa si riferisce?

Mi riferisco soprattutto alla sua capacità di sollecitare riflessioni e progetti. Anche se non si utilizzano, i servizi on line possono essere una fonte di ispirazione per un ripensamento dell'istruzione che assegni la priorità ai bisogni degli studenti anziché a quelli degli insegnanti o delle amministrazioni. Paul Sanger, dalla Newberry library di Chicago, ha osservato come alla fine del Medioevo la prassi della lettura silenziosa in fondo all'aula universitaria consentisse agli studenti di sviluppare un atteggiamento critico nei confronti degli insegnanti e di elaborare teorie autonome. Essi avevano modo di sottoporre a una verifica costante quanto diceva il professore. La stessa cosa è possibile oggi. Tutti gli studenti hanno eguale accesso all'informazione on line. L'avvento della teledidattica potrebbe dare un nuovo impulso democratico all'intero sistema educativo. Purtroppo, ci si scontra qui con le lentezze e le difficoltà create, in particolare, da amministrazioni refrattarie all'innovazione e dal prevalere di politiche conservatrici in materia di telecomunicazioni. La tendenza dominante nella maggioranza dei paesi è quella di assicurare il collegamento in rete innanzitutto alle università, mentre sarebbe molto più importante dotare di servizi multimediali anche la scuola primaria e quella secondaria. Tuttavia, quando si supereranno queste difficoltà e il sistema di istruzione on line giungerà alla sua piena maturità, esso sarà in grado di offrire agli scolari molto più di quanto abbia mai potuto offrire, ad esempio, la tv educativa, che in molti paesi, tra cui il Canada, è un servizio pubblico gratuito. E' questo un fatto senz'altro positivo, ma si tratta sempre di un medium che trasmette programmi poco diversificati, commisurati esclusivamente ai bisogni dello studente medio. Grazie alla teledidattica, invece, gli studenti potranno collaborare tra di loro e nello stesso tempo progredire secondo i propri ritmi: "idioti" e "sapienti", d'ora in avanti, potranno seguire percorsi separati.

Quali sono i più interessanti progetti di studio e di ricerca basati sulle nuove tecnologie della comunicazione?

Il pioniere in questo campo può essere considerato un americano, Paul Levinson, che quasi dieci anni fa ha creato un programma di insegnamento a distanza, e offre tuttora la possibilità di conseguire titoli di studio on line a migliaia di iscritti, a un costo fisso di 650 dollari Usa per sei corsi. Gli studenti possono accedere alle materie di studio e servirsi di data base, ma il sistema prevede anche l'assegnazione e la correzione di compiti, e persino lezioni private impartite da esperti qualificati. Un'iniziativa analoga è stata realizzata in Gran Bretagna con la Open university, che conta 125.000 studenti on line. E' difficile dire chi sia all'avanguardia in questo settore, alla luce dei numerosi esperimenti che si stanno facendo nei paesi anglosassoni (Usa, Uk, Canada, Australia ecc) e del crescente interesse che si registra in Europa. Posso dire che il Canada è certamente ben piazzato. Il McLuhan program, ad esempio, è impegnato in tre, di questi esperimenti: il McLuhan program international, la Virtual classroom e il progetto "Vivre en français sur les réseaux".

In che cosa consistono?

Il primo consiste in una rete che unisce on line, e attraverso videoconferenze, un gruppo di centri culturali e di ricerca tecnologica di vari paesi (Argentina, Canada, Messico e Portogallo; in futuro si prospetta la partecipazione di Olanda, Giappone e Francia). Nell'ambito di questo programma vengono organizzati corsi e seminari. I partecipanti lavorano su un sito web comune, ed è in via di realizzazione una galleria virtuale on line d'arte e tecnologia. L'esperimento Virtual classroom, sviluppato da TVOntario, si basa su un software messo a punto dalla società israeliana Arel: è una ingegnosa combinazione di tv satellite o via cavo per trasmissioni didattiche in tempo reale su rete a banda larga, di scambi di dati on line sempre in tempo reale e di possibilità di dialogo telefonico. Si può partecipare al McLuhan program attraverso l'Ianat (International academy of network arts and technology), istituita a Madera. Sono state selezionate undici scuole pilota per insegnare a studenti provenienti da tutta l'isola a creare testi multimediali e a usare i sistemi di comunicazione in rete. "Vivre en français sur les réseaux" è un'altra iniziativa del McLuhan program, realizzata assieme alla Facoltà di francese dell'università di Toronto. L'idea è di creare un college virtuale cui partecipano sette università, canadesi e francesi, in cui sono elaborati programmi e data base comuni e vengono insegnate, in francese, materie come tecnologia, economia, diritto ed estetica.

Lei continua a girare il mondo e a sfornare progetti su progetti. Di che cosa si sta occupando in questo momento?

Ora sto pensando all'organizzazione di una serie seminari (Connected intelligence workshops) che, sebbene non siano pensati per funzionare on line, sono un valido esempio di come si possano sfruttare le opportunità di cooperazione e di "connessione" interattiva delle menti, dischiuse dalla telematica. Scopo di questi seminari, organizzati in gruppi di lavoro, è quello di sviluppare delle strategie per sfruttare le opportunità create dalle nuove tecnologie, attraverso la presentazione di progetti elaborati in formato digitale (siti web, cd-rom, ecc) dai singoli gruppi partecipanti. Nel quadro di questo programma, si è svolto in questi giorni a Firenze un seminario sul tema "Nuovi media e patrimonio culturale". Per fare un esempio del tipo di lavoro svolto nel "laboratorio" fiorentino, posso citare, tra gli altri il progetto Bologna 2000: un gruppo di artisti e studiosi dei media italiani, in collaborazione con rappresentanti delle altre otto città scelte assieme a Bologna come capitali europee per il Duemila (Praga, Bruxelles, Saint Jacques de Compostelle, Helsinki, Reijkjavik, Cracovia, Bergen e Avignone), ha lavorato a un progetto tendente a collegare queste città attraverso le reti in un proficuo interscambio, celebrando allo stesso tempo il valore simbolico dell'anno 2000 che conclude il millennio. Ma sto seguendo anche altre iniziative. C'è tanto da fare.

 

(Traduzione di Margherita Zizzi)

 

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Un’altra parte dell’articolo del Santarcangelo è ripresa da un numero precedente di ‘Teléma’, della primavera 1997. Si tratta anche in questo caso di un pezzo che precede l’intervista vera e propria.

In grassetto come sempre la parte trovata su internet, all’indirizzo:

http://www.fub.it/telema/TELEMA8/DeKerck8.html

 

Intervista con Derrick De Kerckhove

di Pietro Zullino

 

A chi ha paura rispondo: è un'occasione, fantastica

 

L'erede di McLuhan non ha dubbi: la rete è un autentico strumento di progresso, una protesi della nostra mente e del nostro sistema nervoso, il deposito della memoria globale. Ma è anche la chiave per entrare nel futuro e prepararsi a viverlo. Si tratta di opportunità straordinarie, e reali.

 

«Con le manipolazioni del codice genetico ci siamo già sottratti all'ordine della natura», scriveva nel 1990 Derrick De Kerckhove, che ha sempre nutrito una illimitata fiducia nelle superiori capacità del pensiero umano: «Possiamo ora sfuggire all'ordine che vuole imporci la macchina? Come? La risposta è chiara, anche se non semplice: invece di temere le nostre macchine bisogna superarle, cioè assorbirle all'interno del nostro universo psicologico personale. I sistemi esperti non faranno di Faust un imbecille, ma egli dovrà recuperarli all'interno del proprio corpo, perché il vero problema di Faust non è di aver consacrato la propria vita ai problemi dello spirito, ma di aver perso il contatto con il proprio corpo, come qualsiasi altro intellettuale».

In sette anni il progresso tecnologico ha rivoluzionato molte volte l'esistente informatico, ma l'analisi martellante dell'allievo di McLuhan non è mai uscita dal suo solco, e quel che deduceva a proposito della televisione e del computer ora lo estende alle reti: l'uomo sarà più forte delle macchine perché saprà interiorizzare la multimedialità e volgerla a suo vantaggio mediante nuovi organi mentali creati da funzioni necessitanti.

 

Non fu sempre così? Forse che l'uomo dei geroglifici non aveva già superato in capacità di pensiero l'uomo dei pittogrammi? E i popoli che adottarono l'alfabeto, «il miglior programma mai inventato per far lavorare la materia grigia», non conseguirono forse un vantaggio decisivo sui popoli che si attardavano in forme di scrittura limitative? E nell'universo degli alfabeti non è stato quello greco-latino, per la sua maggior completezza e versatilità, a promuovere e sviluppare la conoscenza anche scientifica? «McLuhan ha sottolineato che fu l'alfabeto fonetico, non un alfabeto qualsiasi, a provocare quella rivoluzione psicologica il cui risultato è stato l'uomo occidentale», ricorda De Kerckhove. Però un solo protagonista attraversava da eroe prometeico tutte queste fasi, l'essere umano.

Cinquecento anni fa l'uomo ha affrontato, cambiando le proprie attitudini mentali e rimanendo tuttavia se stesso, la gigantesca crisi esistenziale prodotta dall'invenzione della stampa; oggi è alle prese con gli effetti a catena della scoperta dell'elettricità, ben più difficili da interiorizzare (telegrafo, cinema, radio, televisione, computer, realtà virtuali, reti informatiche sono tutti figli dell'elettricità).

In questa intervista a Telèma, il grande studioso delle ricadute neurosociali e delle modificazioni antropologiche provocate dalle nuove tecnologie conferma e sviluppa ulteriormente la sua tesi. Non dobbiamo aver paura delle macchine che esaltano tumultuosamente l'informazione, dice. Esse vanno considerate come estensioni del nostro sistema nervoso, come organi artificiali che ci permetteranno, poco a poco, di acquisire una "sensibilità planetaria". Cioè quella virtù che, sola, potrà rimediare agli scompensi di uno sviluppo economico disomogeneo e ormai insostenibile, evitandoci l'apocalisse. A condizione che...

 

Già, a quali condizioni, professor De Kerckhove? In che modo, non diciamo Faust o "qualsiasi altro intellettuale", ma l'uomo della strada (anzi l'uomo della stanza, perché se ne rimane al chiuso a navigare in Internet, spesso con la sensazione di fallire, di sprecare il suo tempo) può salvare l'anima: forse coltivando l'idea di essere una molecola, sia pur infinitesimale e inconsapevole, di un nuovo Rinascimento?

 

No, questo sarebbe un approccio sbagliato. Il Rinascimento viene una volta sola; viene quando l'umanità ri-scopre l'organizzazione mentale e i valori umanistici che erano stati della Grecia e di Roma, quindi cose che, semplicemente, erano state dimenticate. Oggi invece si tratta di cose del tutto nuove. Siamo a una svolta, e con la telematica e le reti andiamo verso una forma di organizzazione che è radicalmente diversa dall'organizzazione politica classica. Verso un'altra concezione del vivere associato e civile.

 

Meglio fare un passo indietro e cercare l'approccio giusto...

 

Certo. L'uomo della strada (o della stanza, se vogliamo chiamarlo così) deve essere consapevole del fatto che il mondo virtuale che egli contribuisce a fondare stando nella rete è nello stesso tempo un mondo reale, corporeo. La virtualità che emerge e diventa realtà, questo l'approccio giusto, che salva l'anima.

 

Vediamo: se io viaggiando sulle reti provo un senso di frustrazione è perché non ho capito cos'è la virtualità e dove porta? Possiamo allora guardare dentro la virtualità? Di che cosa è fatta? Quali elementi la compongono?

 

Mi chiedete una grammatica. E allora: la virtualità sulle reti si compone di connettività, ipertestualità e interattività. Tutti conoscono questi elementi, ma pochi riescono a vederne l'intima natura e soprattutto a scorgere quel che scaturisce dal loro intreccio. Quando dico connettività, dico possibilità di accesso a un numero illimitato di informazioni, dalle più rare alle più banali. Se dico numero illimitato, dico che la connettività non può essere qualcosa di statico, come un cenacolo di cervelli, sempre gli stessi, collegati fra loro: dev'essere bensì qualcosa che cresce in accelerazione radiante verso tutte le direzioni. La quantità di persone che si connettono alla rete deve essere in continua crescita grazie a una banda di accesso via via più larga. Se la crescita in estensione e profondità dovesse arrestarsi non avremmo più la connettività, che è un fenomeno nuovo, ma ricadremmo in quel fenomeno del tutto rispettabile, ma vecchio, che è la collettività. Ciò pone il problema di rendere più facile l'accesso alle reti, quello tecnico-economico e quello cognitivo, superando le varie resistenze che ci sono, anche di ordine psicologico.

 

Connettività come qualcosa di alternativo alla collettività. E' qui che il discorso prende una piega politica?

 

Sì, ma non è il caso di saltare così presto nella sintassi. Dobbiamo prima finire la grammatica. Il secondo elemento costitutivo della virtualità è, l'ho detto prima, l'ipertestualità. Ipertestualità, come sapete, è l'accesso immediato e statistico a tutte le cose che hanno un rapporto tra loro. Con espressione efficace gli inglesi dicono: "any media, any time, anywhere". Esempio classico: quando leggo un libro ho accesso solo al testo e, tutt'al più, a note che mi rimandano a contesti lontani, che potrei raggiungere soltanto con grande spreco di tempo e di energie, affidando poi il tutto alla mia memoria. Grazie alle reti, invece, la ricerca, che prima si faceva sul contenuto della memoria personale, ora si può fare sul contenuto della memoria globale. Posso chiamarmi, tradurre, scomporre e ricomporre alla velocità della luce qualsiasi dato, notizia o commento.

 

Questo, professore, ci ricorda certe sue lezioni in materia di alfabeti. Il progresso umano è stato sempre legato alla praticità del mezzo di propagazione della conoscenza, al cosiddetto "principio di traduzione" del pensiero. Praticità e quindi anche velocità, anche in rapporto alle distanze che si volevano colmare. Dal pittogramma all'alfabeto Morse, un vero abisso...

 

Sì, questo è molto importante per la storia della cultura occidentale. L'elettricità ci ha dato la velocità, ma l'alfabeto Morse era ancora lento perché era lenta la translitterazione di ventitré o ventiquattro lettere alfabetiche in sequenze di punti e linee. Bene, è solo con il linguaggio informatico binario che il principio di traduzione si è ridotto al minimo, due segni soli, zero e uno, per cui ora sfruttiamo davvero la velocità della luce e sappiamo che cosa significa "tempo reale". Tornando alla nostra grammatica resta il terzo elemento, l'interattività. Il più importante.

 

Perché il più importante?

 

Perché è l'ultimo arrivato, ed è quello che integrando gli altri due fa diventare reale il virtuale e, per così dire, restituisce una corporeità a colui che viaggia sulla rete, sia egli un intellettuale faustiano o un "uomo della stanza" in crisi di finalizzazione. Provo a spiegarmi. Il lemma "interattività" esiste da appena una decina d'anni, cioè da quando abbiamo potuto fare zapping sulla Tv, esercitando così una prima, rudimentale forma di controllo del teleschermo. Ma in questi dieci anni il concetto si è ampliato in modo enorme. Riflettiamo. L'interattività anzitutto permette l'esteriorizzazione del pensiero. Se io leggo un libro, il mio pensiero, nella sua virtualità, è tutto interiorizzato; la lettura è una forma di ritiro dal mondo; la stessa cosa mi accade se vado al cinema e guardo un film. Con l'interattività, al contrario, c'è una inversione della direzione mentale; cambia il mio atteggiamento rispetto al mondo.

 

Nel senso che al posto del ritiro subentra l'impegno?

 

Proprio così. Un impegno favorito anche dal fatto che l'interattività di rete mi consente di essere virtualmente presente ovunque io desideri. Anche in più posti contemporaneamente. E' una cosa che io chiamo telepresenza ubiquista. Le videoconferenze; ma non solo quelle...

 

La rete crea una possibilità di partecipazione personale alla cosa pubblica? E' questo che lei vuol dire?

 

Non oso dire "alla cosa pubblica"; dirò "a una cosa pubblica", pubblica nel senso che viene apertamente discussa sulla rete e chiunque può intervenire. Si passa insomma dalla one-way di una volta (potevo solo ricevere) a una sorta di my-way (la mia capacità di intervenire). In questo intervenire scatta quell'effetto tipico dell'interattività che in inglese si chiama "mind-machine direct connection"...

 

La diretta connessione fra mente e macchina?

 

Su cui non mi soffermo, perché assai meglio di me possono parlarne quegli artisti che sono già entrati in confidenza col mezzo telematico.

 

E anche perché, forse, è arrivato il momento di intrattenerci sulla virtualità...

 

Infatti. Ne abbiamo esaminato il contenuto; abbiamo visto come la sua terza componente, l'interattività, sia quella che la realizza, e che presiede, tra l'altro, alle simulazioni che mi consentono di essere telepresente e ubiquo. Bene, io sono d'accordo con chi ha detto che il destino della virtualità è quello di essere una forma di materializzazione del pensiero (mai del corpo), e insieme un modo di comunicazione sulle reti. Aggiungo: la virtualità è l'esempio palmare della connessione tra cervello fisico e mente immateriale, cui le reti riescono a dare consistenza; ma è anche un luogo d'incontro fra persone, nel quale un immaginario diventa via via sempre più reale.

 

Si parla molto delle comunità virtuali, ma pochi ne hanno fatto esperienza e pochissimi sono in grado di raccontare che cosa effettivamente vi accade. Qualcuno ne parla come se si trattasse di un passatempo, di uno svago. Qualche altro le considera un luogo reale, a portata di mano, dove chiunque possa andare.

 

Può trattarsi di un gioco oppure di una cosa molto più seria. Tra i giochi, il più noto è quello della città virtuale, immaginata in comune e poi anche disegnata con una grafica tridimensionale. Lo psicologo direbbe che è una forma di immaginario patteggiata in tempo reale fra un certo numero di persone, centinaia o migliaia, collegate tra loro in quel momento e che hanno tutte la stessa immagine del mondo. E' un tipo di collaborazione mentale focalizzata su una sola idea, quella di costruire la città-modello, Utopia, in cui si possa vivere felici. L'interattività permette un ricco e continuo scambio di punti di vista e di ruoli; è possibile vedere le cose sotto ogni aspetto e in ogni particolare, come se si fosse lì sul posto. La città virtuale è un gioco, ma è anche un modo di evadere da una realtà quotidiana mediocre e soffocante, alla ricerca di una esistenza sostitutiva; non per niente è popolarissimo in Giappone, dove la gente vive affastellata, con problemi di spazio tremendi. Ecco, ho voluto dare un'idea di quello che può essere, anche, una comunità virtuale.

 

Quasi una terapia di gruppo...

 

Assolutamente sì. Ho anche quest'altra notizia. Persone che erano rimaste coinvolte in gravissimi incidenti d'auto, e che non riuscivano più a farsi capire, a stabilire una sintonia con i loro parenti e amici, hanno risolto il loro problema in una comunità virtuale, cioè parlando fra loro in rete della terribile esperienza che avevano in comune. Il dialogo on line, in altri termini, come medicina dell'anima, rifugio e riparo dall'angoscia. In questi casi, però, bisogna parlare di fughe, anziché di uscite, sulla rete. Ma anche se esistono ormai vere e proprie guide per la ricerca della comunità virtuale che può fare al caso vostro, la rete non può essere considerata soltanto un luogo dove rifugiarsi. Difatti non lo è. Anzi è un luogo dove si stanno gettando le fondamenta non della città dei sogni, ma del mondo vero di domani, al punto che si avverte ormai l'esigenza di attribuire una forma di soggettività alle creature del virtuale, perché esse contano anche nel reale.

 

Perciò è vero che ognuno può essere quello che è, quello che tutti conoscono, nella vita e nell'ambiente d'ogni giorno, e poi, grazie alla virtualità, sdoppiarsi e avere una seconda personalità, una seconda e magari una terza e una quarta vita sulle reti; e che in queste ipòstasi ognuno può acquistare quella famosa "sensibilità planetaria", ed essere coinvolto, magari anche da protagonista, in situazioni che sono reali a migliaia di chilometri da casa sua? E che a queste personalità virtuali sarà opportuno dare, prima o poi, un riconoscimento giuridico? Non so: tramite la rete potrei essere eletto sindaco d'un villaggio della Polinesia, o lottare dal vivo contro la deforestazione dell'Amazzonia, o essere nominato arbitro d'un contrasto tra coniugi a Singapore...

 

Lei corre troppo, però nella direzione giusta, accennando a prospettive che possono apparire vertiginose o stravaganti. Il fatto è che a noi della generazione adulta è mancato sia il tempo per assorbire le macchine telematiche all'interno del nostro universo psicologico, sia lo spazio mentale per arrivare davvero a considerarle come semplici estensioni del nostro sistema nervoso (che poi è anche il modo di farne le nostre schiave).

 

Per i giovani è già tutto molto diverso, e ai bambini d'oggi quello che a noi sembra ancora estremamente difficile da accettare apparirà del tutto naturale?

 

Quando vediamo i nostri bambini impegnati nei videogiochi non ci rendiamo ben conto di quel che in essi accade. Imparano l'uso delle tecnologie mentre il loro sistema nervoso è in fase di sviluppo, e così acquisiscono, attraverso il gioco elettronico, una particolare capacità di reagire agli stimoli e di accelerare la creatività. Crescono in simbiosi con le macchine, si integrano con un ambiente tecnologico, ma, appunto, crescono, tant'è che stanno ai videogame per due o tre anni e poi passano ad altro. Intanto si sono addestrati per il cyborg...

 

Spieghiamo cos'è il cyborg, professore.

 

Vuol dire "organismo cibernetico" ed è una espressione metaforica per indicare l'interazione uomo-macchina e il nuovo modello di socialità che si forma sulle reti in conseguenza di questa interazione.

 

Sembra di rivedere quel celebre film di Fritz Lang...

 

Metropolis. Con la grossa differenza che i robot di Lang erano un misto di meccanica classica e di corpo, mentre qui al posto della meccanica c'è l'elettronica e al posto dei corpi ci sono le menti. Il cyborg, stavo dicendo, produce un cambiamento interno all'organizzazione mentale della persona singola, per cui il pensiero personale, mediante la pratica costante dell'interattività, si ritrova connesso al pensiero di altri. Da un ciclo cibernetico input-output tra individuo e rete, rete e individuo, nasce un modello nuovo di pluralità. E questa pluralità non ha più niente a che vedere con le vecchie forme di collettività, per esempio con le vecchie audience della radio e della tv abituate solo ad ascoltare, a recepire, a sentirsi ammonire.

 

Quindi neppure con le vecchie, disciplinate, intorpidite platee della politica tradizionale. Ma che ci mettiamo, professore, al posto delle forme collettive?

 

"Al posto" niente. Ma ecco l'emergenza della virtualità, la sua effettiva incidenza sul reale. Dalle reti nascono gruppi autorganizzati, software di collaborazione, forme che anziché collettive si possono definire "connettive" perché si basano sul dialogo vivo e istantaneo che si svolge per mezzo delle reti e sulle reti. Forme aperte (questo è molto importante) e sempre accessibili a chiunque. Ripeto, non è che con questo la "collettività" venga abolita. E, beninteso, neppure viene abolito l'individuo. Viene semplicemente in essere una terza forma della presenza umana, insomma per la prima volta nella storia abbiamo una tecnica di comunicazione che senza eliminare l'individuale e il collettivo è capace di combinare i due nella forma del "connettivo". Perché sul videoschermo non c'è soltanto il mio lavoro, c'è anche il lavoro di tanti altri.

 

E pensare che qualcuno sperava, dalla telematica, la rivoluzione...

 

Ma guardi che la rivoluzione è alle porte, perché le conseguenze sociopolitiche dell'introdurre una simile novità, che pare innocente e non lo è affatto, si prospettano enormi. Pensi soltanto alla nascita di gruppi d'interesse che operano in campo economico, o politico, o culturale, magari con effetti imponenti, e che non si sa dove siano, quale sia la loro sede, a quale governo o supergoverno rispondano, perché sono partecipati da persone di tutto il mondo, disperse nei cinque continenti, ed esistono solo sulla rete.

 

Questo potrà accentuare la transnazionalizzazione degli affari. Un fenomeno già ampiamente attestato.

 

Farà ben di più! Provocherà il passaggio da una economia basata sul sistema produzione-distribuzione-consumo a una economia delle reti basata sul trinomio "just in time-real time-on line". Questo assesterà un duro colpo all'economia tradizionale, perché renderà aleatoria la programmazione delle aziende e scarsamente attendibile ogni analisi finanziaria pubblica. Di conseguenza farà anche vacillare lo Stato classico, ancor oggi basato sulla prevedibilità e gestibilità dei comportamenti collettivi e totalmente impreparato agli effetti della connettività.

 

Gli Stati che vacillano rischiano la caduta. Cosa vede lei, nel futuro, al posto degli Stati? Il supergoverno mondiale? Il villaggio globale?

 

Non credo a queste ipotesi. Le entità statali del futuro dovranno basarsi sul connettivo assai più che sul collettivo, però credo che gli Stati rimarranno, sebbene profondamente trasformati. In altre parole: connettività e transnazionalità della politica, istantaneità e dinamicità delle relazioni non daranno origine a un Superstato. E nemmeno al cosiddetto villaggio globale. Ho la sensazione che, viceversa, ogni villaggio diventerà globale, nel senso che chiunque, da qualsiasi luogo, potrà fare operazioni in qualsiasi altro luogo. Per esempio dall'Italia si potrà fondare una società in Belize, tenere un conto corrente in una banca Svizzera, cambiare soldi in Germania. Risparmiando anche sul conto delle transazioni, grazie alle reti...

 

Sì, ma questi Stati del futuro in pratica come saranno? Che tipo di organizzazione dovranno darsi?

 

Un'organizzazione che, dovendo riservare molto spazio alla connettività, metta intelligentemente insieme il pubblico e il privato. Un'organizzazione, se posso introdurre un neologismo, "pubblivata". Il centralismo è sicuramente morto. Ma anche il federalismo, per il fatto che è anch'esso legato a una vecchia concezione della res publica, si può considerare morto. E sono morte pure le regioni. Che cosa resta? Resta il governo delle realtà locali, con la gente del posto che partecipa molto da vicino, quasi fisicamente all'amministrazione del comprensorio in cui vive. Ecco: lo Stato di domani potrebbe essere una immensa costellazione di iperlocalismi. E in tale Stato tutti i cittadini avranno ragione di sentirsi "plurali", "locali" e "amboversi".

 

Amboversi?

 

Estroversi e introversi insieme. Capaci di guardarsi dentro, e contemporaneamente di proiettarsi agli antipodi. Fino a ieri l'uomo era la misura di tutte le cose; da oggi saranno tutte le cose a misurare l'uomo. E ogni uomo, grazie alle reti, possiede la misura del mondo.

 

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Infine un paio di frasi sono riprese pari pari (senza citare la fonte, come fa invece correttamente in Rete uno studente) da un libro di Massimo Baldini:

Fonte: http://server.forcom.unito.it:8000/~studente/ravetto/ravetto3/rite2.htm

 

"L'elemento unificatore" scrive Massimo Baldini "di questi diversi pianeti della galassia della comunicazione è stato il computer...l'uomo è stato costretto ad adattarsi al mondo telematico...a lavorare in uffici senza carte, a leggere libri virtuali."

 

Da: Storia della comunicazione, di Massimo Baldini, ed. Newton 1995

Anno 3, n. 81
17 marzo 2003

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