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INTERVISTA
‘Giornale d’Italia’
e giornalisti di Foggia: parla Michele Ricci

a cura di Maurizio De Tullio

Tre mesi dopo l’inattesa e anomala chiusura della redazione foggiana del ‘Giornale d’Italia’, parla per la prima volta Michele Ricci.

L’ex sindacalista Cisl, poi parlamentare dell’Ulivo e con un passato breve anche di giornalista, ricorda quella esperienza e fornisce la propria versione. Sostiene - senza dimostrare però di crederci troppo - che la redazione potrebbe addirittura riaprire, magari con altre soluzioni.

Ricci spiega anche come la pensa in merito alla stampa locale e ai giornalisti foggiani. Il giudizio non è tenero, in un caso e nell’altro, così come lancia frecciate all’indirizzo di Michele Loffredo, “reo” di aver fatto troppo tempestivamente gli interessi dei giornalisti.

 

- Ricci, perchè è stata chiusa la redazione foggiana del ‘Giornale d’Italia’?

- Dovreste chiederlo all’editore [il giornalista romano Massimo Bassoli - ndr].

- Lei però era il presidente della cooperativa di giornalisti.

- Sì, certo ero il presidente ma la decisione di chiudere l’ha presa lui.

- Sulla base di quali elementi? Crisi diffusionale, alti costi di gestione, o cos’altro?

- No, niente di tutto questo. Certamente è da escludere l’aspetto economico. O meglio: si sapeva che il giornale all’inizio avrebbe perso ma nel tempo era previsto il pareggio.

- E allora cosa è accaduto?

- Quella lettera anonima, scritta da qualcuno che operava nella redazione...

- Ma se questo è avvenuto ed ha costretto addirittura l’editore a chiudere di brutto una redazione, perchè non avete cercato di identificare l’autore di quella lettera, magari rivolgendovi alla Magistratura?

- No, si è preferito chiudere lì la faccenda. Evidentemente l’editore non ha ritenuto l’esperienza più proseguibile con quel clima.

- A suo avviso non ci sono più le condizioni per riavviare a Foggia l’edizione del ‘Giornale d’Italia’?

- Credo di sì ma in maniera diversa da come era stato fatto allora.

- Ma con Roma e con l’editore quindi i rapporti non sono del tutto interrotti?

- I miei no.

- E la redazione di Foggia?

- Quella ha chiuso definitivamente.

- Tutte le questioni che erano in sospeso sono state chiarite?

- Credo di sì, almeno non mi risulta esserci qualcosa in sospeso. C’è una cooperativa da sciogliere, di cui ero il presidente, e che penso non abbia più senso di esistere anche se quella cooperativa era nata per fare anche altre cose.

- Un service, così era stata definita: è giusto?

- Si un service. Quel gruppo, a mio avviso, non era però nelle condizioni di fare questo. In questo senso non vedo un futuro per la cooperativa. Io, almeno, come presidente mi tiro fuori, se poi gli altri la vogliono tenere in piedi lo facciano. Certamente non ci credo più in questa cosa e preferisco starmene fuori.

- Senta Ricci, cosa risponde a Michele Loffredo [all’epoca collaboratore del ‘GdI’ ma, come oggi, responsabile provinciale dell’Assostampa - ndr] che in qualche modo l’accusava di non aver difeso i giornalisti impegnati nella redazione foggiana?

- Credo che Michele Loffredo sia stato troppo precipitoso. Lo avevo pregato di non fare il sindacalista. Invece non ha voluto aspettare ed è partito in quarta. Se vedo che circolano delle lettere anonime e altri che partono sparati ne consegue che la situazione diventa per così dire “ingestibile”. Ecco perchè allora mi sono tirato fuori.

- Insomma, la lettera anonima è stato l’elemento scatenante?

- Beh sì, con amarezza uno prende atto che una cosa non si può fare più e si decide di chiudere lì la partita. Noi ci abbiamo lavorato su un anno e la chiusura non è che l’abbiamo accettata col sorriso, l’abbiamo vissuta con amarezza. Credo ci sia una impossibilità culturale per poter fare una cooperativa così. Bisogna prendere atto che è prematuro fare certe cose.

- Che giudizio dà alle professionalità che avevate nella redazione di Foggia?

- Quando dico che eravamo arrivati ad avere una “redazione possibile” do un giudizio positivo sulle professionalità. Io penso che la redazione fosse complessivamente buona. C’era un gruppo di giovani che andava coltivato e c’erano giornalisti con esperienza e di qualità. Poi tutto è saltato per delle “stronzate”, io almeno le chiamo così...

- Con l’editore romano non si è più sentito da allora?

- Certo, sono tuttora amico di Massimo Bassoli.

- E Rocco De Filippis? Non era anche lui un rappresentante della proprietà?

- No, De Filippis lavorava e collabora ancora oggi col ‘Giornale d’Italia’. La redazione di Foggia l’abbiamo voluta io e De Frilippis e la chiusura è una nostra sconfitta. Se Loffredo “stava buono” io li lasciavo discutere più o meno nei tempi giusti per risolvere la questione.

- E’ stata quindi solo la lettera anonima a far decidere l’editore per la chiusura?

- Ma certo: o si fa così o si entra in una logica “fastidiosa”. Se un giornalista, o un’altra persona, crede che per arrivare a ottenere certe cose basta scrivere delle lettere anonime o qualcos’altro vuol dire che si sta a un livello proprio minimo e quindi bisogna chiudere.

- Ricci, se la sente di dare - anche alla luce della forzata assenza dalle edicole del ‘Giornale d’Italia’ - un giudizio sulla qualità della stampa locale, intesa nell’insieme delle testate quotidiane che operano nel capoluogo?

- Questi giornali andrebbero migliorati, ma proprio in tutto. Io non vedo una stampa locale attenta alle cose, che sappia essere propositiva.

- Ma è una stampa libera o condizionata?

- Mi sembra una stampa abbinata a qualcuno o a qualcosa e questo è certamente un limite. Se si liberasse di questo difetto potrebbe crescere e far crescere anche i giornalisti.

- E dei giornalisti foggiani cosa pensa?

- I giornalisti dovrebbero fare una cosa: devono sapere che quando scrivono per un giornale beh... scrivono per “quel” giornale, per quella linea editoriale. Non devono poi pensare di fare il “campanello” personale. C’é troppa confusione. Ci vorrebbe, da questo punto di vista, molta più professionalità.

- Ci può anticipare qualcosa magari legato alle prossime elezioni?

- No, non c’è assolutamente niente. Anzi, se qualcosa deve succedere se ne riparlerà dopo le elezioni!

Anno 3, n. 83
31 marzo 2003

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