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QUERELE/2
Castriota chiede la rettifica, Tatarella lo querela

Singolare invece la vicenda che vede protagonisti ancora Matteo Tatarella e il collega Loris Castriota, dell’Ufficio Comunicazione del Comune di Foggia.

La storia si sviluppa attorno alla recente disputa giudiziaria tra il Sindaco di Foggia Paolo Agostinacchio e il direttore/editore del ‘Quotidiano di Foggia’, Matteo Tatarella. Il primo aveva accusato il secondo di diffamazione e tentata estorsione. Il G.I.P. Domenico Gentile, secondo quanto pubblicato sul ‘QdF’ del 16 marzo scorso, «...con decreto del 24 febbraio di quest’anno, depositato in Cancelleria in pari data, disponeva l’archiviazione del procedimento, rubricato ai nn. 2310/00 RG PM e 10206/02 GIP». Secondo Tatarella con quella decisione il G.I.P. sosteneva la totale buona fede del direttore del giornale riassunta nel concetto che gli articoli pubblicati a più riprese dal ‘Quotidiano’ rientravano nel diritto di critica.

Qualche giorno dopo, venerdì 21 marzo, sui suoi giornali Tatarella interveniva nei confronti di uno degli addetti stampa di Agostinacchio, Loris Castriota, definito nel titolo Un bugiardo alla corte di Agostinacchio. Non meno pesante l’occhiello: «L’azione mistificatrice di Loris Castriota in relazione all’assoluzione del nostro direttore (Matteo Tatarella - ndr) dalle accuse infamanti del Sindaco di Foggia».

Nel pezzo del ‘Quotidiano’, non firmato, si potevano leggere alcuni passi decisamente forti, come questo: «Prima dell’ultima seduta del consiglio comunale, svoltasi qualche giorno fa, nei corridoi un collaboratore del settore comunicazione, Loris Castriota, che viene lautamente pagato con la cifra di 4 milioni di vecchie lire al mese, si cimentava nel difficile compito di rincorrere i giornalisti per raccontare balle. La nostra veemenza - scrive ancora l’articolista del ‘Quotidiano’ - scaturisce da un comportamento teso a far surriscaldare gli animi ed finalizzato a scatenare una vera e propria guerra nella categoria e tra le varie testate». E più avanti: «Questo personaggio (Castriota - ndr), che agiva evidentemente in veste di proconsole di qualcun’altro, ha avvicinato diversi giornalisti asserendo che la notizia dell’assoluzione era completamente falsa, poiché non c’era nessun tipo di assoluzione, ma soltanto una derubricazione dei reati». E, oltre, aggiunge il cronista del ‘Quotidiano’: «Loris Castriota, per quanto si impegni nell’eseguire alla lettera le indicazioni del Sindaco, non può ignorare che i suoi colleghi non portano l’anello al naso o la sveglia appesa al collo. Chiunque abbia interesse a farlo può prendere visione della sentenza, che é pubblica. L’assoluzione é piena, questa é la realtà dei fatti. Se poi la fatica di andare a leggere la sentenza impedisce di verificare come stiano realmente le cose, possiamo anche offrire i nostri spazi. Possiamo anche pubblicare per intero la sentenza, così Castriota potrà verificare in prima persona cosa il giudice ha scritto, indipendentemente dall’acredine di questo o quel politico e di questo o di quell’esecutore di ordini.»

Tanto per la cronaca, che naturalmente non termina con questo capitolo. Il diretto interessato, Loris Castriota, ritenendo che l’articolo presentasse alcune imprecisioni e lo dipingesse in maniera poco corretta prende carta e penna e, appellandosi all’art. 8 della vigente Legge sulla Stampa, che obbliga i giornali a pubblicare in eguale evidenza, nella stessa pagina ed entro 48 ore dal ricevimento, invia il 24 marzo una lettera con richiesta di rettifica.

Passano 2, 3, 5 giorni ma il ‘Quotidiano’ non pubblica alcuna lettera a firma di Castriota.

Cosa aveva scritto di tanto ingiurioso il collega da non vedersi pubblicata la rettifica?

Per brevità segnaliamo un paio di passi: «...l’improprio uso dell’informazione, quella cosa sacra che è al centro della mia (non so se della vostra) professione, il rispetto per il lettore che ha il diritto di essere informato correttamente per farsi liberamente un’opinione (e non per farsela “costruire” dal “Quotidiano”) mi impongono - scrive Castriota a Tatarella - di scrivervi questa mia, sebbene mi ripugni vedere un mio scritto pubblicato sul vostro foglio, come già dovreste sapere, visto che siete stati oggetto di un mio ricorso all’Ordine dei Giornalisti di Puglia per aver edito, senza la mia autorizzazione e a mia firma un articolo vergognosamente copiato dal periodico degli Amici del Museo di cui mi onoravo di essere il Direttore Responsabile».

«Passando alle precisazioni - aggiunge Castriota - avete scritto un cumulo di imprecisioni a voler essere buoni».

«In primis, non ho mai “avvicinato diversi giornalisti”: semmai molti giornalisti hanno chiesto un chiarimento a me sull’argomento ed io ho detto loro la verità di cui tratterò oltre.

Mai parlato, poi, di derubricazione di reati in quanto, conoscendo discretamente l’argomento -non foss’altro che per essermi occupato di cronaca e di giudiziaria per un decennio- non avrei mai commesso un’imprecisione del genere».

«Preciso, inoltre, - scrive Castriota - di non aver mai parlato con alcun collega di una presunta “sentenza” (e oltre spiegherò perchè si tratta di un termine impreciso) con la quale il GIP rigetterebbe le accuse di diffamazione ed estorsione tentata da parte di Matteo Tatarella al Sindaco. Ho parlato piuttosto del “ricorso” presentato dal Sindaco avverso la richiesta di archiviazione di quelle accuse presentata dal PM il 20/12/2002. Una richiesta a seguito della quale è stata emessa una “ordinanza” del GIP da voi esaltata a dismisura in numerosi articoli dei giorni scorsi, ignorando artatamente uno sviluppo importante dal punto di vista giuridico e che eravate deontologicamente tenuti a citare».

«Infatti, avverso la richiesta di archiviazione del PM, è stata proposta opposizione al GIP che, nell’udienza del 31/01/2003 ha accolto parzialmente con ORDINANZA, questa opposizione (atto protocollato N. 2310/00 NR e N. 10206/02 GIP)».

«Pertanto, per essere chiari, se cade l’accusa di estorsione tentata (resta -però- in piedi in un procedimento separato intentato dall’Amica di Foggia) discorso diverso va fatto per la parte di querela relativa alla diffamazione per la quale (archiviati alcuni casi per intempestività della denuncia, non per insussistenza dei fatti) il GIP concede al PM un termine di altri sei mesi per le indagini (la data del provvedimento è il 24/02/2003, dunque c’è tempo fino a fine agosto per vedere se Tatarella ha diffamato)».

«Come potrete notare - precisa ancora Castriota - ho letto gli atti di cui tanto ciarlate e mi pare di averli capiti meglio di voi, dato l’interpretazione disinvolta che avete loro dato.

Infatti, l’ORDINANZA di archiviazione per la tentata estorsione non è assimilabile a “sentenza”. La diversità non è di poco conto dato che con l’ordinanza (quella di cui stiamo parlando) i procedimenti penali possono sempre essere riaperti a fronte di un’istanza di riapertura delle indagini preliminari per la sopravvenienza di fatti nuovi, mentre avverso una sentenza è proponibile solo impugnazione per un fatto acclarato e non soggetto a rivisitazione da parte del PM ma solo del Giudice di appello.

Quindi - conclude Castriota - dato che avete parlato di “offrire i nostri spazi” nell’articolo così “graziosamente” -e altrettanto imprecisamente- dedicato alla mia persona venerdì 21 marzo, a pag. 6 del “Quotidiano” e a pag. 2 di “Foggia Sera”, gradirei (ma, anche, pretendo giustamente a norma dell’art. 8 “sulle risposte e rettifiche agli articoli di stampa- della legge 8 febbraio 1948, n. 47, recante “Disposizioni sulla stampa”) la pubblicazione integrale e tempestiva della presente (si ricorda che il termine è di 48 ore dal ricevimento del sollecito), con evidenza pari all’articolo di cui si chiede rettifica su entrambe le testate, a tutela del mio buon nome e di un’immagine professionale costruita con il sudore della fronte e il corretto esercizio del Giornalismo...».

Il collega ci informa di aver anche presentato una successiva querela per diffamazione a mezzo stampa nei confronti dello stesso Tatarella.

Ma, se permettete, l’aspetto davvero più sorprendente di tutta questa ennesima gara a distanza tra colleghi è la notizia pubblicata sulla prima pagina di ‘Foggia Sera’, altro giornale diretto da Tatarella, di venerdì 28 marzo. Ve la riportiamo integralmente. Titolo: Querelato Loris Castriota dell’Ufficio Stampa del Comune. Il signor Loris Castriota, o Castriota Skanderbegh (?) ci chiede di dar pubblicazione di una sua lettera di rettifica di un articolo da noi pubblicato il 21 marzo, dal quale si ritiene indebitamente citato, invocando l’art. 8, cc. 1° e 2°, Lg 8.2.1948 n° 47. Poiché - scrive sempre ‘Foggia Sera’ - detta disposizione non ci fa alcun obbligo di pubblicare una lettera che, per il suo contenuto, é altamente ingiuriosa per noi e non riveste il carattere di una, fosse pur dura, richiesta di rettifica, ci rifiutiamo di darne pubblicazione e abbiamo anzi provveduto a formale querela e denuncia dell’autore all’A.G.. Trovi, se lo trova, il Castriota altrove spazio».

Davvero non comprendiamo le ragioni per le quali il direttore del ‘Quotidiano’ e di ‘Foggia Sera’ non abbia inteso ospitare la rettifica richiesta da Loris Castriota. Come i nostri lettori avranno potuto comprendere, sono state illustrate le motivazioni a difesa del proprio operato e chiarite, a parere del richiedente, le conclusioni a cui era giunto il G.I.P.

Da qui a dar nuovo lavoro ad avvocati e giudici ce ne corre e questa occasione crediamo sia davvero buona per invitare i colleghi - tutti e indistintamente - a moderare il proprio ricorso alla magistratura, specie quando di mezzo c’é solo una semplice diversa visione delle cose.

Se le pagine dei giornali, comprese quelle telematiche come le nostre, hanno un senso perchè non utilizzarle per chiarimenti, sinceri scambi di opinioni, accordi ed eventuali pubbliche scuse? Del resto non va proprio in questa direzione la nuova legge sui reati legati alla diffamazione?

Avremo dimostrato molta più intelligenza e senso della misura che nella nostra città, specie in certi àmbiti professionali, mancano del tutto e finiscono per consegnare alla storia di questa professione solo pagine misere e volgari che mai vorremmo leggere, insieme ai posteri.

Anno 3, n. 83
31 marzo 2003

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