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IlVademecum - settimanale di informazione su chi fa informazione
Registrato al Trib. di Foggia al n. 1/2001 - Direttore responsabile: Arcangelo Renzulli
Editore: Agorà Service Editoriale. - Sede legale Via S. Antonio, 214 - Foggia

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Anno 3, n. 85
15 aprile 2003

IN QUESTO NUMERO

  • Ai lettori
    Una pausa di riflessione per capirci di più

  • Posta per noi
    Ancora un saluto per i due anni del "Vadonline"

  • Il fatto 
    Lettere anonime a concorso

  • Interventi1
    "Il Giornale d'Italia" un'esperienza a tempo determinato

  • Interventi2
    Riflessioni sulla categoria e sul potere

  • Internet1
    "LGP" e "Vadonline" sul "Barbiere della Sera"

  • Internet2
    Farmacie su internet: a Foggia tutto in regola?

  • Intervista a "LGP"
    Intervista al direttore di "LGP", Giovanni dello Iacovo, 
    di Maurizio de Tullio

  • Comunicazione Pubblica
    I giorni verdi della Provincia: un successo della comunicazione

  • Ordine
    Inchiesta sulla "Cascina" nessun giornalista indagato

  • Studi
    Il rapporto della Fondazione "Rosselli" sull'industria della comunicazione in Italia

  • Link-iostro della rete
    L'oracolo di Livorno: si annuncia lo scoop?

  • COMUNICATI
    Comunicati e notizie pervenuti in redazione

  • FOGGIA, ITALIA
    Dove e come si parla di Foggia e dei foggiani sulla stampa italiana

  • ERRORI & ORRORI
    Refusi, strafalcioni e cadute di stile rilevati sui media nazionali e locali

STUDI

Rapporto della Fondazione Rosselli su "L'industria della comunicazione in Italia"

A dieci anni dalla sua creazione, l’Istituto di Economia dei Media della Fondazione Rosselli ha realizzato il suo Sesto Rapporto su “L’industria della comunicazione in Italia” nell’intenzione di ricomporre in un unico quadro, al contempo analitico e sintetico, gli andamenti dei mercati della comunicazione fra il 1990 e il 2000.

Nel Sesto Rapporto sono raccolti, seguendo una formula già sperimentata negli scorsi anni, contributi di analisi e di “scenaristica” settoriale sui principali mercati della comunicazione: dalla  televisione alla telematica, dall’editoria a stampa alla produzione cinematografica. Dati e  indicatori di ciascun ambito economico corredano le analisi proposte dagli autori.

In particolare il capitolo curato da Paolo Fabbri e Franco Mosconi si sofferma sull’industria dei quotidiani e dei periodici sostenendo come la marginalità di tale settore negli anni dell’esplosione di Internet e degli sviluppi lungo la frontiere televisione-telefono-computer sia più apparente che reale.

Fieg notizie riporta le parti più significative di tale capitolo dedicate alle prospettive del settore e  alle politiche della concorrenza.

La carta stampata non è una industria del passato ma un’industria che viene da lontano

Lo studio della Fondazione Rosselli mette in rilievo come la marginalità della stampa sia più apparente che reale evidenziando alcune tendenze di fondo.

È importante richiamare alla memoria, in primis, l’elenco dei principali editori su scala europea e mondiale, le “graduatorie” europee e internazionali dei principali gruppi editoriali e multimediali, nonché il connesso fenomeno di fusioni e acquisizioni (M&A). Ebbene, alcuni dei principali editori di quotidiani rappresentano dinastie imprenditoriali di grande tradizioni e blasone: si pensi  ai Graham del Washington Post e ai Sulzberger del New York Times, vere e proprie “aristocrazie editoriali”. Ancora: è assai frequente che i principali gruppi multimediali detengano nei loro portafogli società editrici di quotidiani e periodici, sovente assai importanti: si pensi, in questo caso al gruppo Bertelsmann, a Murdoch, a Kirch, a Conrad Black, ai gruppi Thomson, Pearson (l’editore del Financial Times e dell’Economist) e, per venire in casa nostra, alla Mondadori, alla Rcs, al Gruppo Editoriale L’Espresso. Questo può accadere sia per ragioni di ordine storico (è da un originario nucleo editoriale che il gruppo si è sviluppato sino a diversificarsi), sia proprio in conseguenza delle ondate di fusioni e acquisizioni che si sono succedute dagli anni Ottanta ai nostri giorni.

In secondo luogo, i quotidiani e i periodici sono tutt’altro che estranei a quella che è – al di là degli alti e basi del Nasdaq americano e dei nuovi mercati europei – una nuova rivoluzione tecnologica e industriale: l’esplosione di Internet e delle tecnologie dell’informazione. Questo non solo nel senso, si badi bene, della crescente diffusione delle testate on line e della creazione di “portali” di varia natura. Quintessenza dei quotidiani (ma lo stesso può dirsi dei periodici, di una rete televisiva e così via) è il loro essere vere e proprie “fabbriche di informazioni”, impegnate nella produzione di “contenuti”. Ebbene, tutte le più recenti fusioni e acquisizioni nel mondo dei media e di Internet – dalla megacquisizione di Time Warner da parte di AOL alla risposta europea con l’acquisizione di Seagram da parte di Vivendi, passando per la novità italiana data dall’ingresso di Telecom nel settore televisivo – hanno come filo conduttore il fatto di mettere assieme vecchi e nuovi media, o, per essere più accurati, infrastrutture di comunicazione e produzione di contenuti. Questi ultimi restano una risorsa critica di successo, e il quotidiano (o il periodico) in quanto produttori di contenuti (informazione politica ed economica, cultura, sport e via dicendo) è tutt’altro che démodé.

La storia non finisce qui, e si giunge così ad una terza tendenza. È certamente l’economia, ma sono anche le tradizioni civiche e culturali, nonché le “regole del gioco” (si pensi alla competition policy) che – tutte – concorrono a determinare le dinamiche dell’industria della carta stampata.

 

L’editoria ai tempi di Internet

Dopo alcuni paragrafi dedicati alle performance e ai risultati economico-finanziari del decennio appena trascorso, con uno sguardo particolare al triennio 1997-2000 utilizzando soprattutto i dati contenuti nei tradizionali studi della Fieg, ci si sofferma sull’orizzonte aperto dall’editoria on line.

 

L’evoluzione della fase produttiva centrale e caratteristica di quotidiani e riviste porta a considerare gli inevitabili aspetti problematici che l’industria editoriale si trova davanti  oggigiorno. I problemi in oggetto sono rappresentati proprio dall’evoluzione in corso, determinata dalle tecnologie comprese sotto il nome di information technology. Questa è la faccia più recente dell’evoluzione multimediale dell’editoria, che ha preso corpo nella seconda metà del decennio.

La rivoluzione in atto comporta – secondo l’analisi dell’Istituto di economia dei media – trasformazioni e adattamenti sotto più aspetti: dalle modalità di “raccolta e produzione” delle notizie agli investimenti e ai costi di pubblicazione, alle modalità e alla velocità di diffusione del prodotto editoriale. Fondamentalmente tutti i maggiori gruppi editoriali hanno effettuato sostanziosi investimenti nel settore on line, che sempre più tende a caratterizzarsi come vero e proprio prodotto, e non più solo come versione on line del prodotto cartaceo. Il giornale di carta non è più l’unico modo di produrre il giornale, e nel contempo il giornale “quotidiano” non è più solo quotidiano, ma si integra con l’altro tradizionale settore dei periodici.

Sembra insomma, che si debba ancora una volta ricorrere alla storica sentenza di Marshall McLuhan: “Il mezzo è il messaggio”. In termini più moderni si potrebbe dire “Although content is not all, all is nothing without content”. Bisogna allora domandarsi: Qual è il «contenuto informativo. della rete? Qual è lo specifico dell’informazione in rete? Si possono indicare solo alcuni degli elementi con cui gli editori si trovano a fare i conti, a fronte degli investimenti effettuati non si hanno infatti ancora dati sistematici confrontabili con quelli del settore editoriale  tradizionale:

 - in primo luogo l’organizzazione delle notizie passa da un sistema push a un sistema pull;

- le tradizionali coordinate secondo cui classifichiamo i prodotti editoriali, cioè la differenziazione verticale e la differenziazione orizzontale, vengono a cadere;

- si amplia la diffusione della indistinct jam, con i portali «che offrono una molteplicità  eterogenea e indistinta di contenuti informativi e non”;

- la raccolta pubblicitaria, sebbene racconti di mirabolanti performance in termini relativi (+300% nel biennio 1997-1999, +100% nel primo semestre 2000), rimane ancora un mercato di nicchia in termini assoluti (20,4 miliardi, a fronte di 14 mila miliardi complessivi tra giornali, TV e radio  nell’intero 2000);

 - la possibilità che la versione on line possa costituire non un concorrente ma un traino della versione cartacea (l’esperienza di Die Welt, che ha conseguito un incremento di vendite delle copie stampate come non mai nella sua storia precedente);

- la sostanziale differenza nella struttura dei costi e della gestione industriale. In assenza di un  «prezzo di copertina” e forse della stessa possibilità di ottenerlo, è evidente che l’unica fonte di entrata può essere solo la pubblicità;

- dal lato della domanda, va sottolineata con maggiore forza l’assenza delle tradizionali forme di differenziazione che contribuiscono ad azzerare la «disponibilità a pagare” da parte del  consumatore rispetto a un prodotto il cui costo opportunità è prossimo allo zero.

 

Gli editori, di fronte all’evoluzione sulle linee telematiche dei prodotti giornalistici, si trovano  quindi ad affrontare almeno due sfide:

- innanzitutto non ripetere l’errore che i grandi gruppi editoriali fecero all’avvento del mezzo  televisivo, quando esso non venne considerato di interesse, e per quasi 30 anni vide la sola  presenza dell’editore più anomalo che si possa pensare, l’editore pubblico. Ecco allora l’impegno anche rilevante con investimenti la cui redditività ancora non appare garantita, in un’area innovativa e dalle potenzialità ancora inesplorate;

- in secondo luogo l’integrazione in atto tra diverse linee editoriali, tra settori tradizionalmente non integrati, che possono positivamente influire sul miglioramento della gestione industriale del settore, sfruttando le potenziali sinergie del multimediale.

 

La competition policy

Alla luce dell’alta concentrazione che, in tutto il mondo occidentale, si verifica nell’industria dei quotidiani, è necessario discuterne le questioni attinenti la politica della concorrenza. Ciò in  un’industria che da sempre -a partire delle prime “gazzette” a oggi – è elemento fondamentale  nella costruzione del tessuto democratico di un Paese.

Oggi i giornali sono soltanto una «parte di un tutto “costituito dall’industria dell’informazione o della comunicazione, che dir si voglia. Di questo più ampio universo i “giganti multimediali”,  affermatisi a partire dagli anni Ottanta, sono soltanto l’aspetto più visibile, e colgono il “lato  dell’offerta”. Il crescente bisogno di informazioni in tutte le forme -a stampa, audiovisiva,  interattiva, e altro -dei cittadini delle nostre società avanzate fotografa invece l’industria della  comunicazione dal “lato della domanda”.

Allorché l’autorità di governo, nazionale e/o sovranazionale che sia, si accinge a disegnare nuove  regole per quest’industria, è proprio il suo essere – parte di un tutto – l’elemento che va posto in  primo piano.

Ma come disegnare, nel concreto, le regole per un’industria così diversa da ogni altra industria manifatturiera? Diversa, vuoi per i principi da tutelare, vuoi per la dimensione del mercato rilevante (le barriere linguistiche limitano, ancor oggi, la maggioranza dei media tradizionali entro i confini nazionali). Tutte le democrazie liberali del mondo hanno istituito per i quotidiani, la radio e la televisione norme antitrust ad hoc, rispetto a quelle valide per la generalità dei settori manifatturieri e dei servizi. E questo tradizionalmente si spiega con il fatto che, nel caso dei media, siamo in presenza di un settore in cui i princìpi da tutelare non sono soltanto quelli della libertà di iniziativa economica, ma anche quelli della libertà di manifestazione del pensiero e di  circolazione delle idee.

Da alcuni anni questa non è più l’unica corrente di pensiero: The Economist di Londra si è fatto il più convinto sostenitore di un diverso approccio. È una linea di pensiero che parte dai mutamenti indotti dalla nuova rivoluzione tecnologica. Il cambiamento si concretizza, prima di tutto, nelle sempre maggiori possibilità di “integrazione” fra i diversi media; nella sempre crescente disponibilità di fonti di offerta per i cittadini-consumatori: un buon esempio è l’esplosione del numero dei canali televisivi. In tempi di sola broadcast television essi erano assai limitati: l’etere era una risorsa scarsa, tant’è che la sua allocazione era compito dell’autorità di governo. Le nuove tecnologie di (tele)comunicazione, quali il cavo e il satellite, hanno ampliato enormemente le possibilità tecniche di trasmissione; ne è seguita l’esplosione del numero dei canali.

Gli esempi sull’aumento delle fonti di offerta potrebbero continuare; fra questi va certamente  inserita la possibilità del cosiddetto giornale elettronico. Sono già moltissimi, in tutto il mondo, i  quotidiani che trasmettono on line i loro contenuti – il cuore del giornale -sulla rete Internet; senza  dimenticare l’ingresso dei nuovi giganti dell’industria informatica e di Internet – si pensi per tutti  ad America On Line (AOL) che acquisisce Time Warner – nei media più o meno tradizionali,  fatto che conferisce loro una straordinaria disponibilità di – contenuti.   In breve, la rivoluzione tecnologica introduce dunque la fondamentale conseguenza del  cambiamento continuo dei confini dell’industria.

Ebbene, un approccio come quello tradizionale che si compendia in “arbitrari limiti” sia nella  proprietà dei singoli mezzi sia, soprattutto, nella proprietà incrociata fra i diversi mezzi (limiti, tra  l’altro, che variano da Paese a Paese), non tiene nel debito conto che i confini dell’industria  stanno continuamente cambiando, e che la tecnologia tende ad amalgamare le diverse entità  dell’industria dei media. Se queste sono le nuove dinamiche, la ricetta – per il settimanale  londinese -deve essere quella di rendere “più facile l’accesso al mercato” per i nuovi entranti (ivi  compresi quelli di origine straniera) e di “stimolare la concorrenza”: obiettivi, entrambi, a cui è  espressamente dedicata la normale competition policy di ogni Paese.

Rimane in verità da chiarire quanto distante sia questo approccio da quello, ora in atto in più di un  Paese, che tende a concentrare nell’Autorità Antitrust tutte le competenze in materia di tutela della  concorrenza, comprese quelle afferenti al mercato delle comunicazioni (in precedenza attribuite a  organismi speciali). Il dibattito in atto non mancherà, nel prossimo futuro, di offrire indicazioni al  riguardo.

Fonte: FIEG