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Anno 3, n. 89 IN
QUESTO NUMERO
IL
PROSSIMO NUMERO | |||||||||||||
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GIORNALISTI di
Michele Partipilo La
diffamazione è l'offesa all'onore e alla reputazione di una persona. Il
nostro codice prevede una diffamazione semplice, compiuta da chi comunica
con più persone, e una aggravata, perché compiuta attraverso i mezzi di
comunicazione di massa. Questo è il reato tipico in cui incorrono i
giornalisti. Le norme attuali prevedono che, se riconosciuti colpevoli,
possano essere condannati fino a tre anni di carcere o a una multa di un
milione di lire, cui si aggiunge l'eventuale risarcimento in sede civile.
I giornalisti svolgono però un ruolo particolarmente importante nella
società: fanno informazione, sono cioè i cani da guardia del sistema,
del palazzo. A volte è inevitabile che debbano sacrificare sull'altare
della notizia un bene estremamente prezioso, come l'onore e la reputazione
di una persona, in favore di un bene altrettanto prezioso e che appartiene
non a una singola persona, ma alla collettività. Dottrina e
giurisprudenza da tempo hanno quindi riconosciuto il cosiddetto «diritto
di cronaca», che non è un diritto perfetto, ma nasce attraverso le
sentenze e le interpretazioni dei giudici. Diritto
di cronaca significa che in certi casi i giornalisti possono diffamare una
persona senza che per questo vengano puniti, proprio perché viene
riconosciuto prioritario il diritto all'informazione rispetto al diritto
all'onore. Perché ciò avvenga, le notizie pubblicate devono avere tre
requisiti fondamentali: essere vere, essere di interesse o utilità
sociale e, infine, essere espresse in maniera civile. Nonostante
il diritto di cronaca i giornalisti e gli editori sono subbissati di
querele per diffamazione. In alcuni casi è una giusta reazione a un certo
modo superficiale e arruffone di fare informazione, in molti altri si
tratta invece di veri e propri condizionamenti alla libertà di informare.
Come si può continuare a scrivere con serenità di una vicenda dopo che
il protagonista ti ha querelato chiedendo che tu vada in galera e magari
anche un risarcimento di qualche milione di euro? Non solo, ma questo
meccanismo non tutela la persona che sia stata davvero diffamata: può
bastare la detenzione del giornalista a ripristinare l'onore e la
reputazione perduti? Proprio
per rispondere a questi due interrogativi era stata elaborata una proposta
di legge, condivisa nei contenuti essenziali da tutti i partiti, in cui si
stabilivano alcuni principi fondamentali. Primo, via il carcere e per i
giornalisti una multa fino a 5.000 euro e l'interdizione fino a tre mesi
dalla professione. Secondo, chi si sente diffamato può presentare querela
solo se non sia stata soddisfatta una sua richiesta di smentita o di
precisazione. Terzo, nella liquidazione del danno il giudice deve tener
conto della rettifica pubblicata. Su
questi tre punti l'on. Gianfranco Anedda di An ha costruito una proposta
di legge portata in commissione Giustizia e sulla quale sembrava ci fosse
un sostanziale accordo. Ieri, invece, il colpo di scena con l'approvazione
di un emendamento presentato dai deputati di Forza Italia e che ha
reintrodotto il carcere fino a tre anni per gli autori della diffamazione,
cioè per i giornalisti. Anedda si è dimesso, lui spiazzato dai compagni
di maggioranza. Da:
www.og.puglia.it dell’8-5-2003 | |||||||||||||