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IlVademecum - settimanale di informazione su chi fa informazione
Registrato al Trib. di Foggia al n. 1/2001 - Direttore responsabile: Arcangelo Renzulli
Editore: Agorà Service Editoriale. - Sede legale Via S. Antonio, 214 - Foggia

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Anno 3, n. 89
12 maggio 2003

IN QUESTO NUMERO

  • INTERVENTI
    Elezioni provinciali foggiane
    La retorica e la democrazia

    di Vito Feninno
     

  • INIZIATIVE CULTURALI
    Se oggi ospitiamo immigrati, ieri eravamo noi ad emigrare...
    di Teresa Maria Rauzino
     

  • DIFFAMAZIONE
    Torna il carcere per i giornalisti
     

  • GIORNALISTI
    Il rapporto fra potere e stampa. Imbavagliare che tentazione
    di
    Michele Partipilo
    (da OdG Puglia)
     

  • LINK-IOSTRO DELLA RETE
    Selezione di articoli tratti dai siti che si occupano di mass media e giornalismo
    Polizia, l’arma in più è la pubblicità
     

  • FOGGIA, ITALIA
    Come e dove si parla di Foggia e dei foggiani
     

  • AREA COMUNICATI

IL PROSSIMO NUMERO
SARA' IN RETE
LUNEDI 19 MAGGIO

GIORNALISTI
Il rapporto fra potere e stampa. Imbavagliare che tentazione

di Michele Partipilo

La diffamazione è l'offesa all'onore e alla reputazione di una persona. Il nostro codice prevede una diffamazione semplice, compiuta da chi comunica con più persone, e una aggravata, perché compiuta attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Questo è il reato tipico in cui incorrono i giornalisti. Le norme attuali prevedono che, se riconosciuti colpevoli, possano essere condannati fino a tre anni di carcere o a una multa di un milione di lire, cui si aggiunge l'eventuale risarcimento in sede civile. I giornalisti svolgono però un ruolo particolarmente importante nella società: fanno informazione, sono cioè i cani da guardia del sistema, del palazzo. A volte è inevitabile che debbano sacrificare sull'altare della notizia un bene estremamente prezioso, come l'onore e la reputazione di una persona, in favore di un bene altrettanto prezioso e che appartiene non a una singola persona, ma alla collettività. Dottrina e giurisprudenza da tempo hanno quindi riconosciuto il cosiddetto «diritto di cronaca», che non è un diritto perfetto, ma nasce attraverso le sentenze e le interpretazioni dei giudici.

Diritto di cronaca significa che in certi casi i giornalisti possono diffamare una persona senza che per questo vengano puniti, proprio perché viene riconosciuto prioritario il diritto all'informazione rispetto al diritto all'onore. Perché ciò avvenga, le notizie pubblicate devono avere tre requisiti fondamentali: essere vere, essere di interesse o utilità sociale e, infine, essere espresse in maniera civile.

Nonostante il diritto di cronaca i giornalisti e gli editori sono subbissati di querele per diffamazione. In alcuni casi è una giusta reazione a un certo modo superficiale e arruffone di fare informazione, in molti altri si tratta invece di veri e propri condizionamenti alla libertà di informare. Come si può continuare a scrivere con serenità di una vicenda dopo che il protagonista ti ha querelato chiedendo che tu vada in galera e magari anche un risarcimento di qualche milione di euro? Non solo, ma questo meccanismo non tutela la persona che sia stata davvero diffamata: può bastare la detenzione del giornalista a ripristinare l'onore e la reputazione perduti?

 

Proprio per rispondere a questi due interrogativi era stata elaborata una proposta di legge, condivisa nei contenuti essenziali da tutti i partiti, in cui si stabilivano alcuni principi fondamentali. Primo, via il carcere e per i giornalisti una multa fino a 5.000 euro e l'interdizione fino a tre mesi dalla professione. Secondo, chi si sente diffamato può presentare querela solo se non sia stata soddisfatta una sua richiesta di smentita o di precisazione. Terzo, nella liquidazione del danno il giudice deve tener conto della rettifica pubblicata.

Su questi tre punti l'on. Gianfranco Anedda di An ha costruito una proposta di legge portata in commissione Giustizia e sulla quale sembrava ci fosse un sostanziale accordo. Ieri, invece, il colpo di scena con l'approvazione di un emendamento presentato dai deputati di Forza Italia e che ha reintrodotto il carcere fino a tre anni per gli autori della diffamazione, cioè per i giornalisti. Anedda si è dimesso, lui spiazzato dai compagni di maggioranza.
La cosa inspiegabile accaduta ieri è che subito dopo il voto in Commissione, il presidente del Consiglio, il presidente della commissione Giustizia, il capogruppo di Forza Italia alla Camera e il capogruppo nella stessa commissione hanno preso con forza le distanze dall'idea di mantenere il carcere per i giornalisti. Davvero chi ha votato in Commissione ha espresso una posizione personale così in contrasto con la linea ufficiale del partito e della maggioranza?
Per non incorrere a nostra volta nel reato di diffamazione dobbiamo attenerci alle dichiarazioni e rispondere di sì. Ma abbiamo tutto il diritto di chiederci anche se queste posizioni personali non possano prevalere durante il voto in aula.
Se questo accadesse non sarebbe tanto un problema per i giornalisti, sarebbe un problema soprattutto per i cittadini che dovranno riabituarsi alle veline. Non quelle della tv di Berlusconi.

Da: www.og.puglia.it dell’8-5-2003