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Anno 3, n. 89 IN
QUESTO NUMERO
IL
PROSSIMO NUMERO | |||||||||||||
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INTERVENTI di
Vito Feninno Tra
meno di un mese si vota per il consiglio provinciale di Foggia. Gli attori
politici incominciano ad affilare le armi della persuasione. Ritornano in
mezzo alla gente. La disputa è per conquistare una comoda poltrona per
continuare a ripetere líeterno gioco democratico: delegare. Rimettere le
proprie attese, il proprio futuro in chi salendo su un palco o
affacciandosi da un balcone ingioiellando parole sognanti, come un
cantastorie, un affabulatore, ci convincerà a votare per lui
promettendoci un mondo migliore, promettendoci di migliorare le nostre
compassionevoli condizioni. E’ un gioco perfetto: riesce sempre. Non
c’è trucco e non c’è inganno. Funziona pressappoco così: le
segreterie o i notabili politici al chiuso di stanze di potere o polverosi
locali sezionali valutato quanto pesa elettoralmente il candidato lo
calano nel collegio a mietere i voti o il consenso che, puntualmente,
rispettando le regole del gioco, noi convalidiamo. Un territorio
saccheggiato, una terra dimenticata da Cristo dove la democrazia
partecipata è bandita fin da sempre perchè non esistono commissioni
consultive allargate alla società civile; dove non esistono
comitati di gestione che sovrintendono al funzionamento d’organismi
istituzionali; dove la politica è sempre in mano al PRINCIPE; dove i
discendenti “cafoni” di Fontamara continuano a firmare (votare) -
senza saperne il perchè - fogli bianchi, su carta intestata delle autorità
politiche; dove il diritto di cittadinanza è appena accennato; si trova a dover suffragare le ragioni non della collettività
ma le ragioni dei candidati: investire (cioè, vestire il Principe) chi
promette il sogno più bello. L’abbondante retorica a cui si farà
ricorso, da parte dei candidati, suonerà come un grido di malessere della
loro intelligenza: ma la “gente”, loro lo sanno, vuol essere
accarezzata le orecchie, vuole ascoltare parole flautate. E difatti i ‘suonatori’,
puntualmente, esibiranno la miglior musica: la retorica. L’arte che
permette di aver sempre ragione. Aldilà díogni sforzo cognitivo ne
saremo sedotti anche se i “tromboni” steccheranno o saranno un po’
sfiatati. Se, invece,
prescindessimo dalle condizioni oggettive, può suonare forte
dirlo, non dovremmo proprio presentarci al seggio: le arretrate condizioni
del territorio giustificherebbe tanta disubbidienza. Questa distorsione
delle regole non appare come, molti possono immaginarsi, una manifesta
espressione di recuperata disaffezione per la politica. Al contrario.
Segnerebbe una presa di coscienza civile e culturale forte da far
impensierire le istituzioni. Da molti anni le elezioni sia comunali che
provinciali le guardiamo con disincanto soprattutto come occasione per
eleggere meramente dei governi. La democrazia cosÏ si è definitivamente
trasformata da democrazia rappresentativa in pura democrazia
d’investitura. Se solo pensassimo ai quasi due terzi degli
americani che disertando le urne riflettono un astensionismo all’insegna
della sfiducia e fuggono dalla politica perchè non si riconoscono più
nei loro eletti? Non commetteremmo nessun sacrilegio se noi il 25 maggio
2003, per una volta, seguissimo l’elettorato americano. Nella nostra
terra dauna, quella più profonda e marginale, il rapporto col cittadino
è confinato solo al momento elettorale: non ci sono altre occasioni
assembleari pubbliche che rendano la partecipazione del cittadino
particolarmente decisiva come, invece, sta avvenendo in maniera
sperimentale nelle città di Porto Allegre a Rouen a Roma ove il cittadino
è chiamato addirittura per definire il bilancio comunale. Futurismo.
Sogni. Pazzie? Queste sperimentazioni vogliono contrastare, appunto, quel
fenomeno della diserzione politica che si materializza nel corpo
elettorale americano e da ultimo in quello inglese con le amministrative
di Maggio ove solo un terzo degli elettori ha votato. Invece ci tocca vedere sindaci che non contenti dello
scranno su cui siedono scendono in campo per assommare uno scranno più
alto, più prestigioso. Aldilà dei meriti. Si curano solo di trovare una
nuova casa, un nuovo tetto: appellandosi al popolo sovrano vengono a
chiederci il rinnovo dellíassicurazione
per conservare un posto comodo e stare al caldo! Svegliamoci. Rileggiamo
la massima di Rousseau che parlando del sistema rappresentativo scriveva
che “il cittadino crede d’essere libero, ma s’inganna, perchè
appena le elezioni sono finite e i candidati eletti, esso diventa schiavo
e non è più nulla”. E difatti con l’accentuarsi della democrazia
d’investitura non si è corrisposto, di pari passo, una presenza più
convinta del cittadino. Anzi. Si è fatto di tutto per la sua rarefazione.
Confinandolo in un ruolo passivo. Lo si ascolta solo se, quando e come il
principe lo vuole. La democrazia díinvestitura ha fatto perdere
soggettività al cittadino divenendo unicamente un soggetto eleggente,
delegante. Ancora
una volta di fronte alla verità oggettiva della miseria democratica,
sociale, economica, demografica, spirituale, politica, il 25 Maggio si
presenterà, nel viaggio elettorale provinciale foggiano, un certo Don
Circostanza - nome non a caso - (avvocato, sindaco, dottore...) che ci
spiegherà che il ruscello dei nuovi fontamaresi dauni meridionali dovrà
essere deviato per irrigare le abbondanti terre dell’Impresario e che
per non scontentare la sfortunata popolazione adotterà un
“accomodamento possibile”: dare più della metà dellíacqua ai
fontamaresi. Pertanto appellandosi alla magnanimità del podestà spartirà
il ruscello per tre quarti alla popolazione - cioè più della metà - e
per tre quarti allíImpresario. L’inganno verrà subito sottoscritto e
suggellato dal voto sovrano e la popolazione tornerà soddisfatta alle
proprie case. I contendenti, come Don Circostanza, inesorabilmente quindi
anche questa volta, giocheranno la carta della dialettica: e ci
convinceranno che il vero è falso e il falso vero. Saranno capaci ancora
una volta di confutare la verità oggettiva, quella che percuote il nostro
cuore e che fa piangere i nostri occhi. I vari Don Circostanza si
caleranno nei collegi esponendo paternalisticamente le proprie tesi per
metterci gli uni contro gli altri (le bandiere ideologiche, più che la
verità oggettiva delle nostre condizioni, guideranno la nostra mano sulla
scheda elettorale). Nessuno sarà scontentato: a don Circostanza sarà
assegnato uno scranno e agli abitanti di Rocchetta S. Antonio e della
dauna meridionale sarà dato loro più della metà: i vagheggiati “tre
quarti d’acqua” sottoscritti. E il gioco continua... E nel
generale ottundimento delle flautate prorogate promesse líutopico
ìpopolo sovranoî continuerà ad
incoronare i nuovi Principi. Ma
se la democrazia non rinuncia alla retorica della delega e al privilegio
della mera investitura e se non trova le ragioni per allargare la platea
degli attori politici interrompendo il processo díesclusione dei
cittadini, la politica non potrà che diventare sempre più uno sport per
spettatori. Sport a cui io, visto líavverso destino comminato al mio
paese, mi rifiuto, per ora, di partecipare. Fabbrico 4-5-2003 | |||||||||||||