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IL CASO
Scusi? Manca la firma...
Su diverse testate locali, a differenza di altre della
nostra stessa provincia (per es. ‘Il
Corriere del Golfo’ di Manfredonia, ‘La Gazzetta di San Severo’,
‘il Centro’ di Lucera, ‘La Portella’ di Serracapriola etc.),
assistiamo sconcertati alla proluvie inarrestabile di interventi nella
quasi totalità vergati da anonimi autori.
Questa pratica non fa che qualificare i foggiani per quello che sono vale
a dire inguaribili protagonisti del più “miracoloso” degli sport: il
lancio del sasso senza l’uso della mano. Questo atteggiamento lo si
constata leggendo soprattutto un diffuso settimanale, ‘Foggia
& Foggia’, per non parlare dei siti internet dove trovare le
reali generalità in calce ad una e-mail è quanto mai raro e, presumo per
eccesso, pericoloso.
Già, come se esprimere la propria (naturalmente con dati i fatto e
cognizione di causa), o dare un giudizio su fatti, cose e persone della
realtà quotidiana non rappresenti una dimostrazione di democrazia tra
l’altro spendibile in un contesto massmediatico che mai in passato ha
potuto contare su tanti mezzi e tante opportunità di espressione.
Invece, per restare al citato ‘Foggia & Foggia’, osserviamo per
esempio che su venti interventi complessivamente rilevati sui numeri 103,
104 e 105, ben quindici provengono da sigle o pseudonimi (alcuni
particolarmente fantasiosi!). I rimanenti cinque sono sì firmati, ma
quasi tutti da personaggi abbastanza noti in città: un Preside, un
presidente di associazione, un attivista politico, un lettore e un
cittadino portatore di handicap che, unico, ha avuto la capacità di
denunciare una grave situazione e di non celarsi dietro sigle o nomi di
fantasia.
Questo comportamento, a mio avviso prevalentemente foggiano, spiega anche
la limitatissima quantità di lettori di Capitanata che scrivono alla ‘Gazzetta
del Mezzogiorno’, principale quotidiano della regione, nella
fatidica pagina che ospita le ‘Lettere al direttore’. All’ipotesi
che la stragrande maggioranza di lettori foggiani, di variegata
estrazione, possa essere puntualmente cassata per inadeguatezza
dialettica, fa da contraltare la realtà: a scrivere alla ‘Gazzetta’ e
a veder pubblicata la propria lettera sono sempre i soliti quattro gatti,
a fronte dei circa 40.000 lettori che quotidianamente acquistano e/o
leggono l’antico quotidiano barese. Fateci caso: a prendere carta e
penna sono sempre gli stessi: Nicodemo Cifaldi da Stornara, Domenico
Gentile da Casalnuovo Monterotàro, Eleuterio Pagani da Trinitapoli e
qualche altro il cui nome ora mi sfugge. Emuli, in piccolo, dell’ormai
mitico prof. Raffaele Iorio che un giorno sì e l’altro pure fa bella
presenza di sè, con tanto di sfoggio intellettuale e tono professorale,
ovviamente malvisti dalla quasi totalità degli altri “letterini”.
Insomma, perchè si ha così paura a dichiararsi dopo aver espresso
concetti, punti di vista, dubitato o individuato colpe e colpevoli?
Qualcuno giustifica questo atteggiamento sollevando dubbi in ordine alla
stessa necessità di firmarsi. Come dire, per citare l’antico adagio,
che si dice il peccato e non il peccatore.
Come spiegare, per allargare il raggio, che tre commercianti su quattro a
Foggia pagano il pizzo e preferiscono tacere? Trovo una lontana
similitudine tra questo grave comportamento e quello delle firme anonime.
Pagare per necessità e tacere per convenienza è un po’ come scrivere
per bisogno e nascondersi dietro lo pseudonimo per comodità.
Questa “barbarie culturale” non nasce certo ieri e sarebbe
interessante se qualcuno provasse a studiare la materia. Incuriosisce il
fatto che da diversi anni proprio la televisione (Italia Uno, Raidue etc.)
proponga enfaticamente programmi di dubbia qualità che finiscono con
l’imporre inquietanti modelli comportamentali.
E’, per esempio, il caso di trasmissioni dove si è invitati (anche a
pagamento) non tanto “a dire la propria” quanto a urlarla! Gogne
catodiche con tribunali che giudicano l’effimero o l’iperprivato,
arene pseudosportive che si rivelano peggio dei ring.
Per non dire dell’uso sempre più massiccio dei telefonini, e annesse
innovazioni tecnologiche, che inducono a cercare il prossimo, a volerlo
quasi fisicamente con noi, insomma, a consumare comunicazione. Ma poi, il
risultato di relazione sappiamo qual è: rapporti umani sempre più
improntati all’intolleranza, alla negazione dell’altro, innalzamento
dei decibel vocali quasi a pretendere di avere ragione a prescindere.
Come se ne esce, per tornare all'imbarazzante considerazione iniziale?
Conta più quel che si dice, chi lo dice o come lo si dice?
L'ideale sarebbe azzeccare la terna, ma anche un bell'ambo non farebbe
male. Con i primi due numeri sulla ruota di Foggia, naturalmente.
(m.d.t.)
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